Unità di risveglio

Giovanna Rosadini



"Il 28 maggio 2005, a seguito di un banale cateterismo tubarico all’orecchio sinistro, sarebbe a dire un’insufflazione, sono finita in coma. […] Quel sabato mattina (era una tiepida giornata primaverile) partii in auto da Milano insieme a mia figlia, che aveva allora nove anni; saremmo dovute rientrare l’indomani, dopo una serata in riviera coi nonni... Certo non potevo immaginare che avrei rivisto casa mia solo l’autunno seguente, e Paolo e Matteo dopo mesi... […] Un arresto cardiorespiratorio da riflesso vasovagale dovuto all’intervento mi ha precipitato nel buio... Mi sono risvegliata che era già estate piena, alla clinica S. Anna di Crotone, un centro d’eccellenza dove ho fatto i primi sei mesi di riabilitazione... Non riuscivo a muovere la parte sinistra del corpo, ero completamente disorientata spaziotemporalmente, e ho dovuto reimparare, come un bambino piccolo e con uno sforzo indicibile, a fare tutte quelle cose che prima erano normali automatismi quotidiani: respirare e mangiare da sola, camminare, abbottonarmi un vestito, allacciarmi le scarpe, tenere una penna o uno strumento (un bicchiere, un paio di forbici, ecc.) in mano, e, in generale, riabituarmi al mondo esterno e ai suoi ritmi, che all’inizio mi davano le vertigini." Dall’intervista a Giovanna Rosadini di Luigia Sorrentino. Unità di risveglio uscirà nella "Collezione di poesia" Einaudi.


Il mio corpo è diventato
un altro.
Non sa più
chi era.
Si perde tutte
le risposte,
mi lascia
senza scampo.

Uno scafandro ottuso
sul fondo del mare.


Il mio corpo è un luogo pubblico
modellato dalla lontananza
è la mano che mi tocca
a riportarmi in esistenza
è lo sguardo che si posa
a restituirmi consistenza.
Sono la frase che deve
essere enunciata,
la pasta non lievitata,
l’involucro vuoto
che dev’essere riempito,
significante senza significato,
il foglio immacolato,
langue senza parole,
il segnale da ripristinare,
la misura da colmare

un cielo notturno offuscato,
senza gloria di stelle.


Quanto si può dimenticare
in una così breve assenza.
Sono nei vostri gesti, nei vostri sguardi.

Se solo potessi disabitarmi...
ma non vivo che per me stessa,
chiusa dentro queste frontiere
invalicabili anche per voi.


E non riesco
a pensarti:
la gioia della mente
sta
nel corpo.


Registro d’incoerenza

Una verticalità mi assedia:
ad ogni passo è in agguato
uno strapiombo.
Non c’è tregua e non c’è guerra -
ma lo scorrere lento del progressivo
dissanguamento.
Dentro i confini violati dell’integrità,
mollusco vulnerabile, aspetto.
Il prossimo inciampo, la prossima resa
alla corrente, l’urto finale che mi aspetta;
l’affondo nella carne, lo strappo,
la lesione, quella codarda indifferenza
che ti racconta, contumace.
E quando il Male non farà più male
sarà questa, l’unica cicatrice,
che ravviveremo col sale
delle lacrime fino al rosso crudo,
alla sostanza primordiale...


L’Attesa

...e si rassegna il giorno
in ombra, in luce la notte...

Nel silenzio fuggitivo delle ore
il giorno cresce e si dilata
la luce incombe alle mie spalle
tende inutili agguati, ruota
e si spegne nella sera che cala,
ineludibile e sicura.
Questa stanza è l’utero
che mi partorirà,
questa clinica la madre
che mi sta formando,
per la seconda vita che
mi sta aspettando.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 29 aprile 2009