Viaggiare lentamente

Silvio Bernelli



Londra, dicembre, 1933. Armato di uno zaino, un patrimonio di conoscenze letterarie e parecchia incoscienza, lo studente appena diciottenne Patrick Leigh Fermor parte per un viaggio indimenticabile: la traversata dell’Europa a piedi. Destinazione: Instanbul. La meta esotica per eccellenza in quegli anni, cantata, tra le altre, anche dall’opera di Robert Byron.

Quando Fermor arriva a Istanbul, il 1° gennaio 1935, si è lasciato per sempre alle spalle i fantasmi di un’adolescenza sfrenata e ha sviluppato una rara forma di talento: la capacità di viaggiare simultaneamente nello spazio e, grazie a incursioni letterarie e visite in pinacoteche e musei, nel tempo.

Nel corso del tragitto al giovane succede di tutto: navigazione su chiatte con marinai ubriachi; una notte a casa di un giovane nazista che gli confessa di aver appena sostituito nella sua stanza il ritratto di Marx con quello di Hitler; incontri con compassionevoli contadini sempre pronti a offrirgli una tazza di latte caldo e un pezzo di pane; sontuose cene con nobili austro-ungarici decaduti, ma ancora abbastanza potenti da far ospitare il viaggiatore in dimore blasonate lungo il cammino verso Istanbul.

Derubato persino del passaporto, al giovane inglese capita anche di prendersi un paio di sbronze da infarto. Un’epopea divertita e picaresca è insomma quella vissuta e raccontata da Patrick Leigh Fermor in Tempo di regali, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Giovanni Luciani. Scritto in maniera godibile a distanza di anni dal viaggio, il libro è uscito in Gran Bretagna solo a fine anni ’70, Tempo di regali è un romanzo-reportage pieno di osservazioni interessanti su un’Europa che aveva imboccato la strada per la follia della Seconda Guerra Mondiale, già facilmente intuibile attraverso il consenso popolare e tragicamente trasversale al nazismo montante.

Oltre a questo merito, Tempo di regali si fa forte di uno sguardo "dal basso", di una letteratura nata da un’idea del raccontare viaggiando lentamente, anticipata da La passeggiata di Robert Walser, apparso nel 1919, e portata avanti con successo molti anni più tardi dal Bruce Chatwin di In Patagonia e Le vie dei canti, tutti e tre editi da Adelphi. Una poetica del camminare e dello scrivere che ha affascinato anche Enrico Brizzi, che ha attraversato l’Italia da Orbetello ad Ancona e pubblicato il romanzo-resoconto di viaggio Nessuno lo saprà (Mondadori). Altro caso degno di nota quello del giallista Jason Goodwin di L’albero dei Giannizzeri, oggi storico con I signori degli orizzonti (pubblicati da Einaudi entrambi), che nel 1990 scarpinò in sei mesi da Danzica a Istanbul.

Questa pratica letteraria è stata ben indagata giusto un annetto fa da Gaia De Pascale in Slow travel (Ponte alle Grazie). In una formula, eccone la filosofia: "Solo andando piano, abbandonati al battito del proprio personale rapporto con le cose, si può vedere scorrere davanti a sé gli infiniti possibili del reale, rigettando la rappresentazione di un universo sempre uguale, che non sa più commuovere né meravigliare".

Una manciata d’anni dopo Fermor, nel giugno 1939, appena prima che la guerra ingoiasse vittime innocenti a milioni, un altro viaggio eroico, non a piedi, ma comunque slow viste le distanze, diventa occasione di racconto. Non ad una, ma addirittura a due voci, essendo due le viaggiatrici-scrittrici coinvolte. La prima è la celebre Annemarie Schwarzenbach, fotografa e reporter, nata da una famiglia di industriali svizzeri ricchi sfondati, una delle prime lesbiche dichiarate della storia. Al suo fianco, su una Ford nuova di zecca, siede Ella Maillart: svizzera anche lei, personalità indipendente, una vita divisa a metà tra la passione per le lettere e quella per lo sport (partecipò persino ai Giochi Olimpici). Meta finale del viaggio delle due donne partite da Ginevra quasi quarantenni, non è pero Istanbul, ma addirittura la remota, favoleggiata Kabul. È proprio nella capitale dell’Afghanistan che Ella Maillart deve recarsi per concludere gli studi su una sperduta tribù nomade, per cui aveva già organizzato un precedente viaggio.

Dall’esperienza delle due donne, un’avventura che oggi non sarebbe mai possibile vivere, data la turbolenza di tutta l’area attraversata al volante dell’auto, nascono due libri molto diversi.

Letterario, pieno di ricche descrizioni costruite grazie a uno sguardo più poetico che antropologico, è La via per Kabul di Annemarie Schwarzenbach. Edito in Italia da Il Saggiatore, tradotto da Tina D’Agostini, nato come una serie di articoli di giornale, il libro riesce a trovare una forte coesione interna grazie alla scrittura della Schwarzenbach: colta, ma sempre partecipata.

Meno riuscito sul piano letterario, ma forse più su quello dell’esperienza, è il romanzo-reportage di Ella Maillart La via crudele, pubblicato da EDT nella traduzione di Silvia Vacca. A differenza della Schwarzenbach, che alla compagna di viaggio dedica poche righe, la Maillart mette in scena angosce e debolezze – la tossicodipendenza, tanto per cominciare – della sua compagna d’avventura. Non a caso, nel libro della Maillart, Annemarie Schwarzenbach viene raccontata con lo pseudonimo di Christine. Una delle poche licenze letterarie di un memoir di viaggio che sa raccontare la miseria estrema di quelle che, a quel tempo, erano regioni dimenticate dal mondo. E che oggi, ahinoi, sono in prima pagina nei giornali nel mondo per tutt’altre ragioni.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 28 aprile 2009