L’uomo cannone

Emanuele Fant



La tutina di scena si indossa senza biancheria sotto, per non mostrare cuciture ridicole. Ci si sente nudi. A me piace l’idea che molte famiglie dal prato stiano con gli occhi puntati su ogni rigonfiamento del mio fisico niente male. Grazie alla seconda pelle di nailon, posso godermi il brivido delle cose vietate, senza essere arrestato per atti osceni. Non sono un esibizionista, sono un uomo cannone.

L’arte di fare il proiettile si tramanda in Inghilterra da oltre due secoli. Tanta longevità è da attribuire a una fortunata ricetta emozionale. Il primo ingrediente è l’attrazione che esercita il fascino delle cose nuove e inconsuete, tipo un uomo che vola. C’è da dire che noi non facciamo i balzi dei cartoni animati, io arrivo a quindici metri perché mi alleno da sempre. Se la gittata è quasi per tutti una delusione, che cosa giustifica il costo del biglietto di ingresso? C’è un altro elemento, in piccolissima dose, ed è quello che riempie le piazze: non esiste essere umano capace di assistere al mio lancio nel cielo senza scoprirsi nell’intimo la segreta speranza che le cose mi possano andare male. L’eccitazione sta lì, nel sentirsi almeno una volta, almeno pochi secondi, almeno oggi che è festa, crudeli. L’animo dei mio spettatore oscilla tra l’attesa dell’imprevisto e il terrore che questo si possa davvero verificare.

Mia madre doveva essere la risposta bruna a Shirley Temple, secondo l’opinione di due agenti venuti apposta per vederla. Mia nonna non firmò e, di lì in poi, il fantasma di “chi sarei potuta diventare” si innestò tra i rami del mio albero genealogico, complicando i rapporti. L’innegabile bellissimo aspetto di mamma le procurò un’altra chance: un lavoro come hostess. A quel punto era più che maggiorenne, nonna stava nell’ossario, niente e nessuno le avrebbe più impedito almeno quella mezza realizzazione. Avessero chiesto a me, in qualità di figlio in fasce, di firmare, sarebbe stato un altro no, perché è un mestiere che ti fa stare a casa poco, e pieno di persone che ti guardano nella scollatura. Una volta a settimana tornava con regali esotici e poco interessanti, mi spalmava di un affetto esagerato, convinta che i miei pori lo potessero assorbire man mano, nelle ore, come le sue creme. Poi, di nuovo, la valigia.

Mio padre era credente praticante e se ne fregava delle cose di questo mondo, compreso l’odiens della scollatura di mamma. Voleva andare in paradiso e devo dire che raggiunse il vertice della sua carriera interiore molto presto, morendo in piedi a quarantaquattro anni. Io non ero d’accordo e lo dimostravo graffiandomi le braccia con le unghie, nonostante fossi certo della sua soddisfazione. Nessuno, nemmeno in questo caso, aveva chiesto il mio parere.

Quando stai per morire si dice che rivedi tutta la tua vita in un secondo. Il mio mestiere mi mantiene in contatto quotidiano con quella sensazione, con la possibilità di comprimere moltissimi ricordi in un istante. Questo dilata le giornate, e alla lunga appesantisce. Adesso, in volo, mi do all’immaginazione. Ultimamente mi invento di incrociare la traiettoria di almeno uno dei miei due genitori che, come me, hanno sacrificato tutto il resto per il cielo.

Giovedì pioveva. E la rete ha ceduto. Certo, io avevo allentato i bulloni. Ma il maltempo, che è mandato da Dio, ha lubrificando i filetti. Diciamo che è stata una coproduzione con il Volere Supremo. Non dite che me la sono cercata. Se avete preso l’ombrello e siete usciti lo stesso, nonostante le nuvole, per venire a vedermi, forse dovete prima pensare a che cosa nasconde la vostra ostinazione.

Diciamo che ho aumentato le chance di spezzarmi la spina dorsale, ma l’ho fatto anche per voi: un pasto gratis per il vostro lato brutto. Nessuna ragazza coi capelli rossi inzuppati è corsa per dirmi: “Che fai? Se rinunci viviamo insieme”. Nemmeno una vecchia ha pensato di farmi da nonna, o da governante se posavo la chiave inglese. Mi sarei accontentato pure di un poliziotto disposto ad ammazzarmi di manganellate, pur di dissuadermi. Ma niente e nessuno è venuto. Tutti col naso per aria. Tutti a provare a capire, in qualche secondo di volo, se indosso o no le mutande. Poi lo schianto, e nemmeno un applauso.

Non sono morto. Vegeto su una carrozzina. E’ comunque un buon risultato. Mi lavano, mi imboccano, mi accendono la televisione. Non possono lasciarmi solo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 28 giugno 2012