I sospiri dei ragazzi in amore

Mauro Pianesi



Dopo il secondo pozzo si apre, a sinistra, via del Laberinto, l’ingresso alla vecchia fornace e alla "piccola Russia". Dai muri silenziosi delle case occhieggiano, nella penombra, volti barbuti e animali fantastici in terracotta. Sono le copie in soprannumero o gli scarti di lavorazione della fornace, molto attiva a Perugia e dintorni dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta. Benetti cammina piano, quasi in punta di piedi. In fondo alla via, dietro a un cancello chiuso, stanno sparpagliati nell’erba altri busti, lapidi, vasi mortuari.
Qui non viene mai nessuno, neanche di giorno. C’è soltanto un palazzone anni Cinquanta di fianco alla fornace, e un numero imprecisato di mini appartamenti nei vicoli intorno, affittati a studenti. Non ci fossero stati così tanti studenti, il centro di Perugia sarebbe da un bel po’ soltanto un cimitero di uffici. È come se la coperta della città, che un tempo bastava a tutti, si fosse ritirata dopo un lungo acquazzone, lasciando nuda la parte più pregiata di sé, ma anche la più difficile da abitare.

Questa è la "piccola Russia" di Benetti. Nelle lunghe passeggiate della sua infanzia, suo padre gli aveva fatto conoscere tutta quanta Perugia. Appena arrivato dall’U.R.S.S., per imparare più in fretta l’italiano, o, forse, per non far pesare al figlio d’essere stranieri, aveva cominciato a leggere tutto quello che gli passava sotto gli occhi sulla storia cittadina, sui palazzi e i monumenti... Questo piccolo distretto del Borgo Bello, tutto di mattoni rossi, gli era particolarmente caro perché, per anni, aveva visto l’andirivieni delle maestranze, aveva sentito incrociarsi le loro parlate strette e incomprensibili, il puzzo dei sigari, del sudore e del vino da poco. Sasha Benejič, poi, non poteva fare a meno di ricordare al piccolo Fabio, con tutte quelle esse lente e strusciate che facevano così buffo il suo italiano, che anche suo nonno, in Ucraina, aveva passato la vita lavorando in una fabbrica di mattoni. E che il socialismo quasi l’aveva costruito tutto quanto lui, impastando e cocendo l’argilla anno dopo anno.

Accanto alla fornace c’è un boschetto scosceso, percorso da un sentiero strettissimo che porta fino al fosso di S. Margherita. Sotto a quegli alberi ci si vede male anche di giorno: stasera la luce del lampione riesce a farsi spazio, qua e là, punteggiando il buio resinoso di piccole pozze dorate. In una delle quali, uno Zorro adolescente e tracagnotto, con una casacca da baseball a righine stile Joe Di Maggio, se ne sta appoggiato alla rete di ferro mentre illustra le caratteristiche della sua mazza a una biondina in calzoncini corti che gli sta davanti.
"¡Mira que bonito, amor mìo, como brilla: la alumbra la luna!" [1]
"La... luna, tesoro?..."
"¿No quieres darle un besito?" [2]
"Un... besìto?" ridacchia la ragazza.
"Claro... Un bacino..."
Benetti si avvicina, i due non si sono ancora accorti di lui. La biondina si china verso Zorro e comincia ad armeggiare con il suo coso luccicante. Benetti si fa sfuggire un commento ad alta voce. I due si girano di scatto: nel buio si vede solo la sua faccia pallida e allucinata che abbaia. Che sia un qualche spirito maya adirato con lui?, pensa Zorro. Guarda verso la biondina. La biondina, inginocchiata, gli ride cogli occhi e continua ad armeggiare. Per accendersi una sigaretta, lo sbirro si sposta di un po’ ed entra in un cono di luce. Aah... es un cabròn, uno stronzo guardone qualsiasi, pensa Zorro.
"¡ Oye, Señor, vete a tomar por culo tù y todos los italianos cabrones como tù! Si quieres hacerte una paja mirando a mi chica que me la chupa, me tienes que pagar antes. Pagar, ¿te has enterado?" [3]
"Ma vaffanculo tu e la tua troietta, va’!... E tornatene a casa tua, va’, Speedy Gonzalez!""Troiéta serà tu madre y tu hermana, te enteras? ¿No te conviene ofender a mi chica... Non te conviene offendèr mia ragazza, mi capisce?"
Benetti se ne va sbuffando, malfermo, sulla ghiaia del sentiero. Torna a casa. Domattina vengono quelli del R.I.S. di Roma coi loro cocktail scientifici, per condurre un’indagine tecnica di 3° livello nell’appartamento di Alexia. Transita per una nuvola di piscio e di muffa, proprio all’incrocio tra due vicoli. Si tasta la patta in cerca del peso, della leggerezza, dei suoi sessant’anni. Via. Lontano il più possibile dai sospiri dei ragazzi in amore.





[1] "Guarda che bello, amore, come luccica: lo illumina la luna!"

[2] "Non vorresti dargli un bacino?"

[3] "Ehi, signore, vai a fare in culo tu e tutti gli italiani stronzi come te! Se vuoi farti una sega a guardare la mia ragazza che mi fa un pompino, prima mi devi pagare. Pagare, hai capito?"





pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 24 aprile 2009