Resistenza

Giulio Preti (con una nota di Dario Borso)



Se a fine ’56 in Ungheria si mossero i carri sovietici, a fine ’57 in Italia li imitarono i carristi ideologici; solo che lì il bersaglio era lato e vago, qui puntiforme e rispondente al nome di Giulio Preti. Ovviamente era un nemico interno, e perciò benissimo localizzato: iscritto al Pci verso la fine della guerra, ne era uscito infatti nel ’46 per due bocconi che non riuscì a ingoiare: l’amnistia ai fascisti e il concordato ai preti (nomen ≠ omen)…

Finché, undici anni dopo, esce per Einaudi Praxis ed empirismo, una miscela di giovane Marx e nuova logica viennese che avrebbe dovuto, nelle intenzioni, esplodere sul campo imprescindibile della democrazia. Ce n’era d’avanzo per attirarsi fulmini. L’unico che avrebbe potuto difenderlo era il suo vecchio maestro Banfi, spirato però l’estate stessa del ’57 – e come poi, se in primavera il senatùr aveva compiuto un entusiasmante viaggio in Unione Sovietica, di cui via via narrava sulle colonne de "L’Unità"? Dalla stampa di partito partirono le prime bordate, poi fuoco di fila dalla rivista "Società" coi più bei nomi dell’ortodossia (da Badaloni a Sereni a Luporini) e colpo di grazia sul finire del ’58, da una penna rubata alla letteratura: Cesare Cases, Marxismo e neopositivismo, libello pseudo-ironico ancora per Einaudi, di cui l’autore ebbe a pentirsi poi nella forma più vile, i. e. glissando.

E Preti? Da allora per due anni terrà uno zibaldone titolato Riflessioni, in cui registra, teorizza, attacca. Il 30 giugno 1960, in una prosa che par Pasolini ma è Tocqueville (o par Cattaneo ma è Leopardi), scrive:

«È vero: non si torna più indietro al Fascismo. Ma il movimento di liberazione non è stato affatto "un profondo anelito di rinnovazione sociale e politica". È stato il modo (involontario per chi combatteva) con cui il popolo italiano (e non solo le "forze" ora al potere) ha liquidato il fascismo per salvare il fascismo dalle sue stesse rovine. È stato un modo per continuare la "rivoluzione fascista": la rivoluzione non del proletariato ma delle plebi italiane, sfruttata e organizzata dal magro, inetto e plebeo capitale italiano, e da quella cosa ormai svuotata di ogni significato storico e valore spirituale che è la Chiesa cattolica. Il fascismo era molte, troppe cose, anche in contraddizione tra loro: inquietudine e barbarie meridionale, organizzazione dei teddy boys nazionali, miseria e inettitudine del capitalismo settentrionale – soprattutto fermento rivoluzionario delle plebi contadine e artigiane. Tutti questi elementi sono stati, in qualche modo, insieme per più di un ventennio: poi la guerra ha rivelato le contraddizioni interne e, ormai, l’inadeguatezza del sistema. Il "fascismo" come calderone pseudo-unitario di tutte queste cose è caduto. Ma molti elementi di esso si sono riorganizzati e hanno mantenuto il potere. Erano gli elementi più resistenti, più tradizionali, più "italiani". Il fascismo amava l’equazione "Fascismo = Italia". Equazione che non era del tutto vera, ma era, purtroppo, molto vera. E per questo, senza camicie nere e senza retorica da ammazzasette, senza duci e colli fatali, nella sua sostanza, nella sua politica economica, morale e culturale, scolastica, religiosa, nella sua corruzione, nel suo meridionalismo, il fascismo domina ancora l’Italia. E la dominerebbe anche se il partito al potere si chiamasse, anziché DC, PCI o PSI, o comunque.

Questo fascismo è l’espressione di un Paese semi-balcanico, un paese ignorante, moralmente e culturalmente vecchio, topograficamente (e spiritualmente) marginale, provinciale. È l’espressione di quasi tutta l’Italia, ma non di tutta. Dal Settecento c’è, quasi sempre in minoranza, ma sempre abbastanza forte, un’Italia europea, moderna, progressista, che tende all’industrializzazione, al ringiovanimento del costume, al ripudio del peso morto delle tradizioni nazionali. L’Italia, tanto per localizzare le cose (pur con alquanta ingiustizia e approssimazione) di Torino e di Milano, contro quella di Roma, Napoli e Firenze. È da questa Italia che proviene, in generale, un’"intelligenza" che è molto aperta a tutte le correnti straniere, anche le più disparate, ma non trova nessuna base nella tradizione italiana, da S. Tommaso a Croce e Gentile compresi, che invece corrispondono all’altra Italia, quella "fascista". E perciò è necessariamente debole, velleitaria, fatalmente distaccata dalla massa, da quella plebe che ieri era fascista, oggi è democratica, domani potrebbe essere socialista o comunista o, di nuovo, fascista. "Intelligenza" che è tanto più debole, sfasata e contraddittoria, quanto più si scende (spiritualmente, idealmente) da Nord a Sud, cioè quanto più essa rimane "italiana", cioè intrinsecamente, inconsapevolmente legata alle ideologie reazionarie dell’idealismo e del cattolicesimo.

Per questi intellettuali il problema è quello di liberare l’Italia dall’Italia – quello di inserire, economicamente moralmente, culturalmente la vita nazionale italiana nell’unità – concreta, fattuale, per nulla mitologica o utopistica – della grande vita europea. »

[Il quaderno sta all’Archivio G. Preti di Firenze, e in fotocopia al Dip. di Filosofia della Statale di Milano. Giusto mentre scriveva questa pagina, http://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_di_Genova_del_30_giugno_1960 .]

Fra le opere più recenti di Dario Borso, ricordiamo la curatela dell’inedito del 1947 di Mario Dal Pra, La guerra partigiana in Italia, pubblicato in questi giorni da Giunti/Insmli.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 23 aprile 2009