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Andrea Tarabbia



«Si sente onnipotente», «Ormai non lo ferma più nessuno», «Lui», «Ne ha fatta un’altra», «Ha detto che». Di chi sto parlando? Sto parlando di «Sua Emittenza», del «Caimano», del «Nano» o di come lo chiamate o lo volete chiamare. Sarà una mia sensazione, una mia paranoia, ma mi sembra che, nei discorsi della gente comune come negli organi di informazione, il nome e il cognome del Presidente del Consiglio stiano lentamente diventando un di più, qualcosa che non è strettamente necessario nominare: se si fa un certo tipo di discorso è diventato semplicemente chiaro che si sta parlando di «Lui». Di più: se mi trovo in mezzo alla gente, e come distrattamente provo a lanciare la frase «Ormai pensa di potersi permettere tutto», le persone che mi sono attorno percepiscono che sto parlando di Silvio Berlusconi, anche se la frase è fuori contesto. Questa è una mia sensazione, ripeto, ma provate a farlo, provate a dire: «Oggi ha detto che la situazione in Abruzzo è sotto controllo». Provate, provate a dirla senza mettere il soggetto, e poi chiedete a chi vi sta vicino a chi vi state riferendo. Vi dirà con ogni probabilità «Silvio Berlusconi», anche se non è vero, anche se non c’entra niente e voi parlavate di un conoscente.

Silvio Berlusconi – nomecognome – sta uscendo dalla lingua italiana, dalle espressioni colloquiali, sta diventando qualcosa di non materico, un referente costante per un certo tipo di espressioni del linguaggio comune. Ma Berlusconi non è qualcosa di eternabile, e non è un mio patrimonio: io lo respingo, lo accetto solo come qualcosa di contingente e in questo momento inevitabile. Perciò io lo voglio nominare, lo voglio nominare sempre: non gli voglio concedere il lusso di non essere impastato dalla mia bocca, e non voglio che la mia lingua – l’italiano – lo esili, e di fatto lo innalzi. Io lo vedo, io lo sento, io lo giudico e perciò lo nomino: Silvio Berlusconi.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 21 aprile 2009