Lontani dal romanzo

Sergio Nelli



Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Lavieri, 2009) è l’ultimo arrivato di una serie di libri che viaggiano felicemente assai lontani dal romanzo. L’ho letto dopo i testi di Franco Arminio (da Circo dell’ipocondria a Vento forte tra Lacedonia e Candela), dopo Micame di Livio Boriello e Personaggi precari di Vanni Santoni.
Con una mossa azzeccata, Bortolotti ordina il materiale di frammenti per coppie siglate numericamente. La cosa è abbastanza misteriosa perché i numeri non sono progressivi, né si comincia da 1; il che può ingenerare in noi l’idea di una scelta da un corpus più ampio e il senso di un flusso che viene da un prima e rimanda a un dopo.
E’ davvero difficile imbattersi in un piccolo libro tanto fortemente e volutamente corale. Bortolotti, senza storie, senza personaggi e senza nemmeno nomi - giacché bgmole, eve, harpax, kinch sono abbreviazioni da mail o nicknames –, mette in campo un noi e ci convince che sia un noi, cioè che sia qualcosa di diverso da un io che scruta gli altri e li ricolloca nel suo proprio sentire.
E’ un noi tutt’altro che euforico. Noi non abbiamo capito questo, non possiamo capire quello, non abbiamo vissuto questo e non possiamo vivere quest’altro. Ad arrivare a questa cosa non ce l’abbiamo fatta e forse nemmeno potevamo; e abbiamo sbagliato qua e qua… Leggendo Bortolotti mi è venuta in mente una frase di Arminio che dice: "A scuola prima che le conquiste dell’Impero romano si dovrebbero studiare le conquiste dei nostri sabotatori interni".
Qui, invece, non c’è sabotaggio interno perché non c’è psicologia, bensì un flusso elettrico che si rivela nelle stanze, nel tempo meteorologico, nelle relazioni personali, nelle notizie di mercato, nel contatto con oggetti-merci per esempio, sorprendentemente (perché meccanicamente e senza alcuna aura) connessi a un ricordo.
Il senso di una dissipazione è tutt’altro dalla voga della sovraesposizione di una vita povera d’esperienza. L’esperienza c’è e pesa come un macigno anche se si manifesta come un catalogo di insoddisfazioni, di mancanze, di ridimensionamenti (anche l’immaginario è sempre attaccato da un basso livello, dalle sproporzioni) da cui si sprigiona un’imprevedibile poesia e la sensazione di un di più di conoscenza.
"Disegno zeri alla finestra /Che vedo lacrimare, i miei fratelli" scrive Giovanni Stefano Savino, un poeta fiorentino quasi novantenne. Anche Bartolotti tocca una superficie opaca, con la temperatura della partecipazione e/o del distacco e della noncuranza, ma per intravedere.

"Entravamo nell’autunno carichi di presagi che, forse, la nuova stagione televisiva avrebbe saputo interpretare."

"La mattina, al suono della sveglia, ritrovavamo la naturale sensazione di dolore che ci accompagnava da anni."

"Diventavamo adulti e scoprivamo cose che non avremmo mai più avuto il tempo di capire davvero, come le macchine di Turing, Lacan, la teoria dei sistemi. I termini della nostra personalità erano i nostri piedi, le emicranie psicosomatiche, la cellulite."

"Forse per un semplice problema di illuminazione, le nostre stanze diventavano tristi ed estranee, e le attraversavamo pieni di sospetti."

"In assenza di validi argomenti a favore del giorno d’oggi, bgmole guardava la televisione, dimenticandosi sul divano come un cappotto. Al momento di andare a dormire, sentiva il bisogno di un’ultima parola che, spesso, ritrovava con amarezza."








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 17 aprile 2009