Certi giorni sono peggiori di altri giorni

Ade Zeno



Ho una memoria guasta, sbagliata. Chi a suo tempo si è occupato di confezionare la scatola nera del mio cervello deve aver dimenticato – per noia, per distrazione, o addirittura (ma è solo un malizioso sospetto) per scherzo, qualche passaggio essenziale, qualche rotella indispensabile perché il meccanismo funzionasse a dovere. Il risultato ultimo ha qualcosa di grottesco, che si presta con prepotenza alla materializzazione di lacune più o meno insormontabili contro le quali affronto ogni giorno battaglie irreali, faticose, ai limiti del ridicolo. Per scongiurare il rischio di inciampare in pericolose gaffes, ritardi maldestri, e imperdonabili equivoci posso solo fare affidamento su appunti, note a margine dell’agendina, soprattutto su un intricato sistema di simbologie laterali selezionate di volta in volta cui spetta il recupero dei momenti degni di essere rievocati per un motivo o per un altro. Non troppo menomata sul breve periodo, la mia facoltà di imprigionare dettagli a lungo raggio si fa via via più debole, inconsistente, e obbedisce a leggi tutte sue, completamente svincolate da logiche razionali. Se penso al 1998, per esempio, non saprei assolutamente dire così su due piedi come fosse la mia vita di allora: di certo andavo al liceo (sbirciatina all’annuario scolastico), di sicuro non avevo ancora facoltà di guidare un’automobile (rapida occhiata alla data sulla patente: 2000), e probabilmente frequentavo una ragazza di nome Hanna Ruth; l’unica cosa che riaffiora con limpidezza è che fu quello l’anno in cui mi imbattei per la prima volta nella scrittura di Pier Vittorio Tondelli. Non ricordo affatto quali fossero stati i percorsi che mi trascinarono alla scoperta, forse il consiglio di amici, o un articolo, una citazione, un’incursione randagia tra gli scaffali della libreria sotto casa. Però ricordo, molto distintamente, le pagine di Altri libertini bevute in pochi respiri durante la lunghissima sosta notturna sui gradini del conservatorio di via Bidone, nonché lo sbalorditivo senso di meraviglia provato al cospetto di quelle frasi piene di brividi ritmici, di suono, di freschezza, ma allo stesso tempo attraversate da una lancinata malinconia nostalgica che percepii subito come irrimediabilmente mia. Allora non leggevo quasi nulla, le mie parentele letterarie si limitavano a ben poca cosa, non esisteva ancora Vonnegut, non avevo idea di chi fossero Bernhard, Fante, Borges, Parise, Testori, Dagerman, Cortázar, perfino Kafka e Poe erano poco più che ombre sbiadite, Beckett una larva astratta, Céline un nome da donna, e Nabokov il più fidato collaboratore di Kubrick, tanto per citare i primi mostri che mi vengono in mente, vale a dire quelli che poco tempo dopo avrei iniziato a mangiare e a derubare con rabbiosa felicità. Tondelli è dunque stato il primo in assoluto, e non starò qui a spiegare per filo e per segno le ragioni che negli anni successivi fecero sì che la mia scrittura (il mio modo di affrontarla, di architettare immaginari) si allontanasse gradualmente dalla sua, per approdare altrove. Quello che conta è il legame affettivo profondissimo che ancora oggi mi unisce alla voce di Pier (non solo alla matrice libertina, ma anche a quella di Rimini, di Camere separate, forse soprattutto al raccolto e minimale soffio dei Biglietti agli amici che imparai ad amare follemente molto presto). Un legame, insomma, che mi porto dietro, dentro, e che oggi guardo con occhi felici. Ma c’è un altro libro che sono certo di aver incontrato nel 1998, e si tratta di Certi giorni sono migliori di altri giorni. Lo aveva scritto, appena due anni prima, un trentenne goriziano, Filippo Betto, di cui – per via della spasmodica ricerca di "cose tondelliane" che a questo punto mi infettava come una specie di virus – avevo letto un intervento sul nono volume di Panta dedicato appunto a Pier, nel primo anniversario dalla scomparsa. Era un articolo tenero, affettuoso, che raccontava del viaggio intrapreso dai due in Austria per visitare le tombe di Wystan Auden e Ingeborg Bachmann, un ritratto intimo in cui si dipingeva non l’artista, lo scrittore, l’infaticabile animatore di imprese culturali che avevano indelebilmente segnato (in certi casi creato) una generazione di penne scriventi, ma l’uomo solitario e dinoccolato che amava viaggiare, ballare a perdifiato, scoprire mondi, sconvolgere le geometrie delle stanze d’albergo modificando la disposizione dei mobili per regalarsi una tana più personale, più familiare, alla continua ricerca di un luogo piacevole in cui trovarsi e stare. Tra la minima miriade di scatti raccolti in quel volume di testimonianze, quello di Betto mi era sembrato (e, rileggendolo oggi, mi sembra ancora adesso) il più sincero, il più dolce, di certo il meno viziato dallo spirito (auto)celebrativo che in molti casi trapelava tra le righe di altri più illustri colleghi. Sensazione che me lo rese subito simpatico, convincendomi a cercare il suo unico libro, un volumetto edito da Marcos y Marcos nel luglio del 1996, con una copertina blu molto brutta, compensata però da un’invitante quarta di Fulvio Panzeri.

A distanza di oltre un decennio, durante insperate e sempre rimandate operazioni di riordino della mia libreria, è finalmente saltato fuori dal buio questo piccolo libro, che insieme a una quantità vergognosa di suoi coinquilini era stato dimenticato nell’ombra, ed è bastato questo per far sussultare la curiosità di risfogliarlo, di cercare ulteriori tracce del suo autore, che nel frattempo chissà dov’era e come (se) aveva continuato a scrivere. Nei giorni seguenti ricerche non difficoltose mi avrebbero portato a scoprire che Certi giorni era fuori catalogo da molto tempo, così come risultava introvabile anche il titolo successivo (di cui ignoravo l’esistenza), Convulsioni, stampato da Bompiani nel 2000, ma appunto già dissolto nel dimenticatoio delle bancarelle. Altrettanto semplici scavi mi avrebbero poi fatto trovare un recapito dello stesso Betto, a cui scrissi subito presentandomi come suo lettore di vecchia data. Ne seguirono alcune brevi e piacevoli conversazioni scritte in cui lui tra l’altro manifestava stupore per questa sorprendente riemersione di storie, racconti ormai lontani nel tempo e nello spazio, e destinati a non essere ricordati perché, disse, nel nostro paese i libri invecchiano presto. Chiusi il nostro ultimo scambio di parole con la promessa di recuperare in qualche modo Convulsioni e di riparlarne con lui una volta letto.

Oggi vivo col grande rimpianto di non avere fatto in tempo. Filippo Betto è morto dieci giorni fa, colto da infarto mentre era solo in casa, seduto alla sua scrivania. L’ho scoperto in ritardo, non ne ha parlato quasi nessuno, la sua scomparsa improvvisa è passata in silenzio. Aveva quarantatré anni.

"Se uno muore non importa a nessuno purché sia sconosciuto e lontano" recita Montale in Satura. Filippo per me era uno sconosciuto – non ho mai sentito la sua voce, non l’ho mai guardato negli occhi – e il suo corpo ora riposa a centinaia di chilometri da qui, nel cimitero di Palmanova, un paesino in provincia di Udine. Eppure era un mio amico in potenza, e lo è stato fin dal primo momento in cui, dieci anni fa, mi sono imbattuto nella sua scrittura. Ho deciso, allora, di celebrare questa nostra conoscenza interrotta dedicandomi alla rilettura di quel libro smarrito e lontano, uscito fuori per caso dai miei scaffali. L’ho fatto ieri, sdraiato sul letto, facendo qualche pausa solo per riempire il bicchiere di succo all’ananas e per svuotare il posacenere. Ma vorrei tanto che anche altre persone decidessero di farlo, che recuperassero in qualche modo quel libriccino di racconti e che lo visitassero da cima a fondo gustando piano le sette brevi storie che nasconde nella pancia. Lo vorrei perché trovo spaventoso che un libro del genere possa svanire insieme al corpo di chi lo ha concepito. E lo vorrei perché credo si tratti di un libro bellissimo, che vale la pena di ricordare.

Sono storie notturne, fuggiasche, a tratti violente, fatte di luoghi emotivi e monologhi lunari, spaesati, in cui si passa rapidamente dalla cattiveria spietata di un uomo che mura vivo il giovane amante, alla tenerezza più disarmata di un ragazzo distrutto dall’abbandono, per poi arrivare alle tinte fosche di personaggi inquietanti e sospesi, come nel caso della misteriosa donna greca che cerca di convincere una sconosciuta a rinchiudersi con lei e il figlio invalido in una casa senza tempo. Ci sono monologhi lunghi e acquosi, dialoghi brevi e intensi, ci sono sillabe smozzicate fra i denti e stanze abitate da spettri segreti. Soprattutto c’è una voce, uno stile a volte morbido ed elegante, a volte feroce, rabbioso, affilato come una spada invisibile. Insomma vorrei proporvi l’avventura di abbracciarlo, questo libro. E subito dopo di scoprire insieme a me quell’altro titolo in cui non ho ancora avuto modo di viaggiare, ma che a quanto mi dicono, benché con imperdonabile ritardo, arriverà presto dalle mie parti.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 16 aprile 2009