Classifiche all’italiana #2

Tiziano Scarpa



La televisione, la radio, la carta stampata si reggono sulla pubblicità. Ciò che si guadagna ospitando i messaggi pubblicitari basta a tenere in piedi grandi strutture di produzione come gli studi televisivi, le redazioni, la distribuzione.

Che risultato si ottiene con un simile investimento? Considerate i messaggi pubblicitari. Che cosa li caratterizza, tutti? Sono brevissimi. Eppure per arrivare a idearli si fanno lunghe indagini di mercato, scrupolosi sondaggi, ci si basa su una notevole competenza linguistica, sociologica, estetica. Per arrivare a dire cosa? "Fate l’amore con il sapore". "Titilla la papilla". "Bidibodibù". Si investono enormi risorse, una grande quantità di denaro per diffondere massicciamente e capillarmente tre o quattro parole, una mezza frasetta, un nonsense.

Guardate le campagne elettorali, leggete quel che c’è scritto su tabelloni e manifesti delle grandi città. Chi non ricorda "Meno tasse per tutti"?

La sintesi è un mezzo potentissimo per catturare le menti, per focalizzare l’attenzione su merci, candidati e idee.

La sintesi non è stata inventata dalla nostra epoca: "Gnòthi seautòn", "Alea iacta est", "Ama il prossimo tuo come te stesso", "Odi et amo". La filosofia, la storiografia, la religione, la poesia hanno escogitato sintesi memorabili, indimenticabili. Esse non sostituiscono una teoria, una narrazione, un dogma, un poema. Sono appigli per la memoria, forme semplici, motti, intitolazioni.

L’ho presa alla lontana. Ma mi pareva importante cominciare da questa piccola, sintetica riflessione sul valore economico e culturale della sintesi, oggi e nel passato.

Il decennio che sta per finire forse verrà ricordato anche per la diffusione di massa della rete. Che ha prodotto, fra le altre cose, una grande quantità di critica culturale. Cinema, televisione, giornali, libri: tutti o quasi abbiamo la possibilità di analizzare, obiettare, smontare, demistificare.

Non si può certo dire che la nostra sia un’epoca priva di analisi. Nel campo della critica culturale, in rete si possono trovare contributi distesi, ampi, ragionati su moltissime trasmissioni, film, libri, articoli. Nel campo dell’editoria, oltre alla rete esistono ancora giornali e riviste che ospitano recensioni assai articolate.

Ciò che spesso manca è la sintesi. (È un discorso che si potrebbe applicare anche alla politica, ma non voglio divagare). Che, come ho cercato di ricordare nella mia premessa, è un dispositivo preziosissimo, vale a dire: pagato a peso d’oro. La sintesi (pubblicitaria e politica) è la vera ragione economica e di potere che tiene in piedi macchine enormi, televisioni, stampa. Un titolo di giornale, uno slogan, un jingle, una vignetta, un tormentone, un logo efficace sono considerati inestimabili.

Quante volte ci siamo irritati, in questi anni, per la dismisura di efficacia fra gli sforzi di analisi dell’intelligenza collettiva e la potenza di sintesi dei media cosiddetti tradizionali? Ricordate gli schemini che circolavano nei saggi pubblicati negli anni Novanta dagli euforici profeti di internet, che distinguevano fra struttura reticolare, policentrica, disseminata, interdipendente del web e struttura monocentrica, radiale, unidirezionale, antidemocratica dei media tradizionali? Eppure, fra i due, chi vince a mani basse sono ancora questi ultimi. Ancora oggi. Nel decennio di diffusione di massa della rete. Perché? Perché possiedono la sintesi: possiedono i mezzi di produzione e di diffusione della sintesi.

Nel campo dell’editoria, non importa se cento blogger e dieci critici letterari sui giornali hanno dedicato ampie e articolate analisi a un libro. Basta che un solo cronista letterario riesca a mettere in copertina la faccia di un autore esordiente in un settimanale a larghissima diffusione, per sbaragliare tutti. Basta che un premio letterario metta in scena una finta votazione per coronare un vincitore deciso in anticipo dalle case editrici.

Quante volte ci è capitato di leggere appassionate recensioni, interpretazioni critiche profonde per libri di valore che non hanno avuto la diffusione che sembravano meritare proprio a giudicare dal pullulare di consenso analitico che ottenevano in rete e sui giornali.

La classifica ideata da Alberto Casadei, Andrea Cortellessa e Guido Mazzoni è un tentativo di dare forma a un dispositivo di sintesi. Non mi pare che voglia sostituirsi all’analisi. Casadei, Cortellessa e Mazzoni difficilmente rinuncerebbero al loro streben nach Analyse, l’attitudine all’analisi articolata che esercitano in lunghe recensioni e ponderosi saggi.

Probabilmente questa classifica non è ancora un dispositivo perfetto, come hanno fatto notare Carla Benedetti e altri commentatori. Ma pone una questione importante, e la pone fattivamente, non teoricamente: è necessario o no impegnarsi anche nella sintesi? I dispositivi di sintesi portano inevitabilmente alla banalizzazione, alla semplificazione intollerabile? La moneta cattiva della sintesi scaccia la moneta buona dell’analisi?

I common readers, i lettori che saltano le pagine culturali dei giornali, che non frequentano i siti letterari, che sono allergici alle recensioni, ma che pure leggono i premi Strega o regalano ai compleanni un best-seller, o chiedono in libreria quel romanzo che non mi ricordo il titolo ma l’autore era l’altra sera da Fazio, tutti questi possono o no essere in qualche maniera raggiunti da un dispositivo di sintesi che gli segnali l’esistenza e il valore di un buon libro? Oppure la sintesi è un male, sempre, a prescindere? Dobbiamo tenercene alla larga? Dobbiamo lasciare che il campo della sintesi resti in mano a chiunque altro ne voglia far uso, chiunque sia, con o senza scrupoli?

Io propongo che, oltre a valutare, come ovviamente è giusto, le eventuali pecche di ideazione e gestione di questa classifica, si discuta su un tema più ampio: l’opportunità o meno di dare forma a un dispositivo di sintesi per la diffusione dei libri di valore.

Un’ultima notazione: pochi, mi pare, hanno apprezzato il fatto che la classifica ideata da Casadei, Cortellessa e Mazzoni dia notevole risalto ai libri messi in ombra dagli onnipresenti e sopravvalutati romanzi: le "altre scritture" saggistiche e inclassificabili, e la poesia, per la quale non esistono classifiche di mercato, né dispositivi di sintesi efficaci: chi è che entra in libreria non dico a comprare, ma anche solo a sfogliare il vincitore del Viareggio poesia? (E lasciamo stare che poi la libreria lo tenga, nei suoi scaffali, il libro vincitore del Viareggio poesia).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica qualità quantità il 9 aprile 2009