Il ricatto Gelmini

Giuseppe Caliceti



Di fronte allo sfascio della scuola pubblica italiana messo in atto dal Ministro Gelmini, colpisce il silenzio assordante di tanti reggenti e dirigenti scolastici provinciali e regionali.

A meno che non siano in età pensionabile. Visto che la Riformaccia Gelmini prevede, oltre a quella di alcune centinaia di migliaia di docenti, anche la soppressione di circa trecento dirigenti, - ed è immaginabile con quale criterio saranno soppressi da questo Ministero all’Istruzione, - è probabile che sia per questo.
Ci sono tuttavia delle eccezioni.

Per esempio, nelle scorse settimane, un gruppo di dirigenti scolastici delle Marche ha scritto una lettera aperta al ministro Gelmini invocando “rispetto”, ricordandole cioè che “anche quando investito di una pubblica funzione, il cittadino non é un suddito, ma un soggetto libero e capace di assumere le proprie responsabilità”. Questo perché è ormai assodato come, se dei docenti sono contro la sua Riforma, Gelmini interpreti la critica e il malcontento non come libero arbitrio di docenti professionisti, ma solo come scarsa capacità motivazionale da parte dei suoi dirigenti rispetto ai propri docenti. In sintesi: un’opinione personale dei docenti (o dei genitori degli alunni degli studenti), non può e non deve esistere, specie se critica, ed è considerata solo come effetto della capacità di “convincere” di un dirigente.

Credo che questo sia offensivo e grave, specie nella scuola.
E’ noto a tutti come in questi mesi, all’interno della scuola pubblica, manchino i fondi per le cosiddette spese ordinarie, quelle per il suo corretto funzionamento, - che va dalle spese per pagare le supplenti a quelli per le fotocopie per le schede didattiche per gli alunni e gli studenti.
I fondi sono in ritardo, dice qualcuno. Comunque sia, al momento non ci sono. Diversi reggenti provinciali e regionali della scuola, al centro e al nord, dichiarano in modo disarmante che “i fondi sono questi” e, se qualche docente deve fare delle fotocopie per gli alunni, può “chiedere fondi ai Comuni”. Verrebbe da chiedergli: magari anche i fondi per le supplenze?

E’ il solito gioco dello scaricabarile di questi ultimi anni. Con i Comuni che devono sempre più supplire ai ritardi e alle mancanze di uno Stato sempre più aziendalizzato e sempre più latitante.
Reggenti e dirigenti scolastici del nord e del centro Italia hanno buon gioco a suggerire ai docenti di chiedere fondi ai loro Comuni – che, spesso, già tanto investono sulla formazione e la scuola in genere e sono spesso indebitati. Ma che senso ha chiedere ai Comuni già malmessi dei soldi che non arrivano dallo Stato e dovrebbero arrivare dallo Stato, almeno finchè in Italia c’è una scuola pubblica statale?
Non credo invece si possano permettere di liquidare così la faccenda dirigenti scolastici e reggenti della scuola del Sud dell’Italia.

Naturalmente c’è un metodo molto più praticato e condiviso per risparmiare soldi: non fare le fotocopie per gli alunni, non nominare le supplenze, non spendere soldi che non hai, non chiedere soldi ai Comuni. In una parola: procedere nell’inesorabile smantellamento della scuola pubblica italiana diminuendo la sua qualità dalle piccole alle grandi cose.
Raramente i docenti italiani e i genitori di alunni e studenti sono stati lasciati così soli e disinformati sulla scuola come avviene oggi in Italia.








pubblicato da t.lorini nella rubrica scuola il 8 aprile 2009