Tutte le cose malvagie

Teo Lorini



«Santa famiglia, sacrario di buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, dove la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo»: le parole di Marlon Brando nella famigerata scena del burro di Ultimo tango a Parigi tornano più volte alla memoria mentre assistiamo a Love and Secrets del newyorkese Andrew Jarecki.

Una “santa famiglia” in cui si assommavano traumi e scissioni, rimozioni e bugie era già al centro dell’opera prima di Jarecki, l’eccellente e pluripremiato documentario Capturing the Friedmans (in italiano Una storia americana), dedicato a un caso di molestie e abusi su minori al tempo stesso intricato e inquietante. Con Love and Secrets (e si vorrebbe conoscere il genio che ha scelto questo assurdo titolo per “tradurre” dall’inglese all’inglese – con un sovrappiù di banalità – l’originale All Good Things) Jarecki torna sul luogo del delitto per raccontare la storia di David Marks e Katie McCarthy, giovane coppia che si incontra a New York al principio dei Settanta: Katie è infatti affittuaria di un appartamento in uno dei tanti palazzoni fatiscenti che all’epoca gremivano la zona fra 42esima e Times Square. Su quell’area degradatissima la famiglia Marks ha costruito la propria immensa fortuna. I due ragazzi dapprima si allontanano dalla Città e dal Clan, aprendo in Vermont un negozio di quello che oggi chiameremmo “cibo biologico” e che i due battezzano, significativamente, All good things. Nel giro di pochi mesi, però, David è richiamato all’ordine dall’inflessibile genitore e la coppia deve rientrare a New York, dove al ragazzo è imposto di entrare nell’impresa di famiglia con l’incarico di riscuotere pigioni e crediti. Non ci vorrà molto a capire che il Vermont rappresentava per David una fuga dall’alienazione e dalla violenza che le dinamiche familiari hanno innescato in lui sin dall’infanzia. Il ritorno in quel groviglio inestricabile di feticci e tabù, di contenuti rimossi e impulsi frustrati, è il catalizzatore che farà deflagrare la personalità scissa di David, portandolo a indirizzare la propria furente infelicità contro la moglie. E poiché – come la psicanalisi insegna – nessun incontro è mai casuale, alla genìa dei Marks fa da degno contraltare la famiglia di Katie, lieta del buon partito toccato in sorte alla ragazza e prontissima a chiudere gli occhi su occhiaie, battute sferzanti ed ematomi dietro agli occhiali da sole. L’esistenza di Katie diventa così speculare a quella di David, con tentativi di allontanamento e costanti ritorni nel seno della nuova famiglia, nata sull’immagine di quelle che l’hanno preceduta, e quindi altrettanto distorta e persino più malsana e, alla fine, letale.

In questo senso, Love and Secrets è (anche) un film sulla libertà. I due ragazzi tentano a più riprese di svincolarsi dalle catene invisibili che li tengono avvinti ai patterns comportamentali appresi nel nucleo familiare ma più tenace della loro volontà è la dipendenza da quei modelli che li hanno così profondamente invischiati e che operano innanzitutto, e in modo molto eloquente, tramite il ricatto economico. Il negozio in Vermont, l’iscrizione al college e all’agognata facoltà di medicina, l’idilliaco cottage sul lago: ogni progetto e ogni tentativo di fuga dipende dal denaro che il patriarca Marks (Marx?) è in grado di volta in volta di concedere o negare. È questa la prima delle frustrazioni che “agiscono” David e che lo conducono a infierire su Katie in un crescendo di umiliazioni e abusi ciascuno dei quali allontana inarrestabilmente la soglia di ciò che è tollerato dentro la “nuova” famiglia. Così, l’insinuarsi sottile della follia nella sfera della più profonda intimità, la crescita sottile ma progressiva della violenza psichica, la maestria con cui Jarecki rappresenta i meccanismi della rimozione e della scissione, sono le parti più riuscite e quelle più profondamente disturbanti di Love and Secrets. Sorretto anche dalle mostruose prove attoriali di Ryan Gosling (le cui doti continuano a stupirci) e di Kirsten Dunst, qui molte spanne al di sopra dei suoi abituali standard, il film fa dimenticare presto il fastidioso calligrafismo delle primissime inquadrature (una sequenza di super8 alla cui amatorialità è davvero impossibile credere) e incalza lo spettatore con un’inquietudine che cresce sottilmente, almeno fino a tre quarti del film. Al momento, cioè, in cui Katie scompare e la vicenda balza in avanti di vent’anni, comprimendo in un finale inutilmente convulso una serie complessa di eventi e sviluppi.

Ma a lasciar delusi, non è tanto la scansione cronologica adottata dal regista, quanto il modo in cui Jarecki pare esitare tra l’esperienza documentaristica del suo esordio e l’ambizione di un discorso più universale e svincolato dai dati di realtà. Nella prima delle fastidiose didascalie che intervallano Love and Secrets, si afferma infatti che il film è basato su una serie di eventi realmente accaduti. Il personaggio di David Marks è infatti ispirato alla figura dell’eccentrico milionario Robert Durst (foto a sinistra): mai accusato per la scomparsa della moglie nel 1982, Durst fu però riconosciuto colpevole nel 2004 di aver ucciso un vicino facendone a pezzi il corpo e gettandolo nella baia di Galveston, in Texas. Il processo in cui Durst si vide riconosciute varie attenuanti – ebbe notevole risonanza in USA e lo spettatore di Love and Secrets viene informato in merito a quella vicenda giudiziaria tramite ulteriori didascalie che, poco prima della conclusione, fanno da contrappunto a ciò che il film mostra. Così, mentre sullo schermo Gosling frantuma il cranio al proprio vicino con un telefono e successivamente spara (fuori scena) un colpo al cadavere, la sovrimpressione ci informa che la sentenza parla di un colpo di pistola partito accidentalmente e per legittima difesa.

Cosa intendeva raccontare Jarecki?, ci si chiede. L’oscillazione tra i rimandi alla cronaca e l’astrazione creativa non apre un circuito immaginativo, ma casomai lo chiude, facendo collassare l’opera su se stessa. Questi rimandi extra-filmici, in altre parole, trasformano Love and Secrets in un’operazione fatta a tavolino (e per di più in maniera confusa) che allontana lo spettatore dall’esperienza di chiarezza e introspezione a cui la prima parte della visione lo aveva avvicinato, e fa riaffiorare con ancor maggiore evidenza il calligrafismo già citato e un citazionismo che, a conti fatti, risulta invadente e manieristico. Si va dagli ovvi Psycho e Vestito per uccidere a La finestra sul cortile, Summer of Sam, Onora il padre e la madre… l’effetto finale è quello di un saggio da scuola di cinema svolto da un allievo estremamente promettente ed è un peccato perché il disagio e gli interrogativi che quest’opera ci lasciano addosso, agiscono a un livello molto profondo e denotano una profondità che avrebbe meritato migliori esiti.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 17 giugno 2012