Il sangue dei froci è comunque sempre infetto

Stefano Beretta



Il 29 marzo è apparsa nelle pagine milanesi del Corriere della Sera una lettera in cui Lorenzo Masili, un trentottenne gay, racconta come al Policlinico cittadino lo hanno respinto quando si è presentato per donare il sangue. Avendo, da otto anni, una relazione sessualmente monogamica con lo stesso uomo, il lettore ha ritenuto che questo fatto lo avrebbe posto al di fuori dei "soggetti a rischio". In effetti, a rischio, più che i soggetti, sono i comportamenti e tra i suoi comportamenti il lettore non ne trova nessuno che gli impedisca di donare sangue. Invece la dottoressa che lo interroga gli spiega che, nonostante non ci sia una legge che lo imponga, il protocollo interno dell’ospedale esclude esplicitamente gli omosessuali maschi dalle donazioni, "a salvaguardia della salute dei pazienti che avranno bisogno di sangue". Lorenzo Masili se ne va, amareggiato, anche perché - come scrive - "non ho mai militato attivamente nel movimento gay" e si accorge sulla propria pelle che non basta fare "i bravi omosessuali", come vorrebbe una certa vulgata, per non essere vittima prima o poi di un qualche pregiudizio.

Il giorno dopo il Corriere della Sera ospita la risposta - illuminante, direi, nei toni e nel contenuto - del Centro Trasfusionale e di Immunologia dei Trapianti. Una risposta che ha poco di scientifico e molto di prevenuto. Colpiscono soprattutto queste frasi: "Ma i dati epidemiologici, ad oggi, mostrano che il rapporto omosessuale maschile è un comportamento a rischio. (...) Perciò la nostra struttura esclude dalla donazione i maschi omosessuali che dichiarano di essere sessualmente attivi". Il "rapporto omosessuale maschile" viene, in un certo senso, ridotto a un "unicum" uguale per tutti. Questa definizione, infatti, è vaga e minacciosa allo stesso tempo. Che cosa significa "rapporto omosessuale maschile" e per quale motivo dovrebbe essere di per sé "a rischio"? Temo, banalmente, che esso venga fatto coincidere, nella mente dell’estensore di questa risposta, con il rapporto anale, solo che probabilmente chi ha scritto non voleva andar giù troppo piatto dicendo: "prenderlo in culo è pericoloso". Sta di fatto, però, che la sodomia non la praticano solo molti omosessuali, ma anche diversi eterosessuali. Allora come la mettiamo? Se non c’è sodomia non c’è "rapporto omosessuale"? Una donna a cui piaccia prenderlo in quel posto ma che ha un rapporto stabile con un uomo è a rischio o no? O è solo la promiscuità che espone chi la coltiva a maggiori rischi? Nella risposta del Centro Trasfusionale c’è, banalmente, un’attribuzione di maggior rischiosità non a dei comportamenti, ma a delle categorie in quanto tali, però nella mente di chi l’ha scritto dev’essere apparso chiaro che stava impegolandosi in un’affermazione azzardata cosicché, per risolvere il dilemma, i due piani sono stati sovrapposti e confusi e si è dichiarato per l’appunto che una categoria in quanto tale - gli "omosessuali maschi", quando sono "attivi" (non credo che intendesse "insertori" nel rapporto anale) - non può che avere comportamenti a rischio, a prescindere da quello che realmente fa. Se non è un pregiudizio questo, io non so che cosa lo sia.

Sarebbe invece ragionevole dire che l’accettazione di un donatore avviene in base a ciò che quest’ultimo dichiara. Ovviamente non è affatto detto che le dichiarazioni del soggetto siano veritiere: basta mentire e farla franca, dunque? La coscienza e la responsabilità individuali sono indispensabili: chi, per le proprie condizioni mediche o per i propri comportamenti, non è sufficientemente sicuro di non essere "a rischio" non deve donare il proprio sangue. In tutti gli altri casi le dichiarazioni rilasciate dal soggetto donatore al Centro Trasfusionale dovrebbero essere relativamente irrilevanti: voglio dire, insomma, se uno dichiara di essere al cento per cento sano, l’ospedale non sottopone poi il sangue ricevuto a delle analisi? Si fida così, sulla parola? Nel caso specifico del lettore in questione, per esempio, c’è una buona certezza che sia sano, quindi si può accettare il suo sangue e poi sottoporlo alle analisi. Questo sarebbe un modo di procedere scientifico, non quello basato sui pregiudizi di chi pensa di sapere qual è la natura intrinseca di tutti i rapporti omosessuali maschili.

Dietro tutta questa faccenda dell’ "intervista" iniziale, però, io vedo un ulteriore atteggiamento mentale, tipicamente italiano. Che cosa succederebbe, infatti, se qualcuno si limitasse a mentire? Anzi, non c’è dubbio che qualcuno lo fa: quanti saranno gli eterosessuali che magari frequentano prostitute, pur usando il preservativo, e poi donano il sangue? Non credo che dichiarino di aver frequentato delle prostitute se sanno che questo potrebbe escluderli dalla donazione. Succederà - immagino - che se il soggetto è sano il suo sangue viene accettato, se non lo è - dopo l’analisi della sua donazione - verrà invitato a non donarlo più. In tutto questo c’è la tipica ipocrisia italiana: si può fare tutto, basta non dirlo. Chi viene punito non è chi davvero fa qualcosa o chi ricorre a dei sotterfugi, ma chi lo dichiara esplicitamente. Il gay che mente dicendo di essere eterosessuale continuerà a donare il sangue al Policlinico, mentre chi rivendica la propria omosessualità viene escluso a priori, perché se la sua omosessualità non è una malattia viene ritenuta comunque la premessa di un qualche difetto ematico. Se lo fai di nascosto, la passi liscia, se rivendichi un diritto ti prendi le legnate.

La replica del Centro Trasfusionale si conclude con una irritante lezioncina a dito alzato: "Da ultimo vale la pena ricordare che c’è discriminazione in presenza di un diritto, e donare il sangue non è un diritto ma un’opportunità. Perseguibile in base a un’idoneità definita da criteri fondati su un’evidenza scientifica". Appunto: l’evidenza scientifica si basa su delle analisi scientifiche dei campioni ematici, non su un’esclusione aprioristica di una certa categoria di persone a cui vengono attribuiti comportamenti uniformi. E’ questa la discriminazione, è questo il pregiudizio: che l’estensore della lettera nemmeno se ne accorga rivela quanto sono radicati. In ogni caso, su un fatto gli do ragione: donare il sangue non è un diritto, ma è un diritto scegliere presso quale struttura farlo e quindi mi auguro che i gay che, in coscienza, sanno di poterlo fare evitino il Policlinico di Milano e vadano presso chi non ha di questi pregiudizi.

Aggiornamenti: La lettera di Lorenzo Masili, in forma condensata, è stata pubblicata nei giorni scorsi anche su Repubblica, che oggi ha pubblicato, nelle pagine milanesi (rubrica di posta di Piero Colaprico), la medesima risposta del Centro Trasfusionale del Policlinico, a dimostrazione che se errare è umano perseverare è davvero diabolico. Grazie a lui vengo a sapere che alla Camera dei Deputati i Radicali hanno fatto un’interrogazione parlamentare sull’accaduto. Il testo è qui e ne consiglio la lettura: in modo molto più pragmatico si evidenzia che discriminazione c’è stata davvero nel comportamento del Policlinico di Milano.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 4 aprile 2009