Butera arabo-normanna e metafisica

Orazio Labbate



Il paese di Butera erompe mostruoso in capo ad una collina dove gli arabi si confondevano col sangue normanno:combattevano nascosti nel buio del castello e uccidevano con frecce infiammate, di notte, gli invasori. Butera è divisa in due camere, due parti anatomiche: parte superiore, parte inferiore. Con una scala, battuta dai re, si arriva alla sommità del paese. E da lì osservi il territorio rurale che lo cinge.

Il territorio è arido, giallo, decapitato da quelle nuvole grosse, nere, che fanno ricadere il caldo del sole e le pioggie forti e brevissime, in estate, nella terra dura. Le campagne, nelle quali gli ulivi nascono e gli alberi di mandorlo, ritorti, neri, donano frutti, paiono le bocche aperte delle maschere greche. Gli uccelli formano figure geometriche in un firmamento pulito e i profumi delle piante selvagge arrivano sino alla piazza e nelle viuzze pietrose sedimentano i loro unguenti. I valloni, che osservi appoggiato alla porta della chiesa di San Rocco, creata da maestri post-medievali già magici per abilità architettonica, nella sera riluccicano di piccoli fuochi sensibili. Ci puoi vedere nei valloni il nero del mondo e le stesse stelle dopo che algide, eppure vibranti, in cielo illuminano le fattorie buteresi.

Senti il latrato dei cani e senti il Mediterraneo che riposa a dieci chilometri. Il mare della costa gelese sembra galleggiare nei campi, lontano. In quelle sabbie qualcuno ha visto fiere e uomini delle coste africane e navi antiche che hanno detto poesia ora incollata agli scogli peciosi. Poi la pace immobile della Villa che vive davanti al castello arabo-normanno. E le bestie greche di pietra che sputano acqua, prima fiamma, nella fontana al centro. E infine San Francesco, chiesa muta, antichissima che prepara alla bellezza del non-ritorno. Alla santità di un frate che forse poetava dannazione e gloria. Francesco.

A Butera muori di bellezza e nella tua mente puoi risorgere come il Cristo depositato nella chiesa Santa Maria di Gesù. Nerissimo e carbonico che credo quando parli quando lo fissi. A Butera un altro castello respira, nella zona mediterranea che è Falconara, zona di caverne di mare. La riva pare misurata dalle finestre ad ogiva della costruzione baronale, l’area è della bellissima solitudine esistenziale. Le palme dondolano seguendo le nuvole calde. Io però, poiché affogato nella descrizione del paese, metafisico e reale, vi lascio alla vostra trasposizione d’esso, andandoci, partecipando alla camminata. Sostando per riflettere, anche voi, nel silenzio mediterraneo.

http://www.comunedibutera.it/








pubblicato da s.gaudino nella rubrica repubblica nomade il 8 marzo 2014