La democrazia in un solo partito

Giulio Mozzi



Angelo Panebianco, nel fondo apparso nella prima pagina del Corriere della sera in edicola oggi 30 marzo 2009, scrive:

[...] C’è una differenza essenziale (sul piano simbolico-identitario ma con inevitabili ricadute politiche) fra Forza Italia dal 1994 in poi e il neonato Partito. Forza Italia [...] era (simbolicamente) il partito della «rivoluzione liberista»: meno tasse, meno Stato, più liberalizzazioni, più libertà di impresa. Il Popolo della Libertà si configura invece (sempre simbolicamente, ben inteso) come il partito della «riforma dello Stato»: della Costituzione, della pubblica amministrazione eccetera. [...] [Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha proposto già nell’ultima campagna elettorale] una visione dei rapporti fra Stato e mercato assai lontana dal liberismo (o liberalismo economico) delle origini. [...] Da mezzo, da strumento, la riforma dello Stato diventa il fine. [...] La Dc era il gestore/custode della Costituzione e dello Stato, il Popolo della Libertà si presenta come il campione del cambiamento costituzionale e statuale. [...] Sarà dunque alla dialettica fra Berlusconi, Fini e Bossi che occorrerà guardare per capire se e in che misura le affermazioni di principio e le rivendicazioni identitarie di oggi avranno effetti, e quali, sulla fisionomia dello Stato democratico di domani.

Nello stesso giornale, a pagina 5, un articolo di Federico Verderami inizia così:

Ora che il partito è nato e che ha un leader, «non potrà accadere che il leader dica: si fa così». I timori di un moderno cesarismo non affollano più i pensieri di Gianfranco Fini, che crede nel Pdl e ne immagina il percorso. E se mai diventerà un partito-Stato, dovrà essere anzitutto un partito-regolato, che coltiva cioè «la democrazia interna, riunisce gli organismi dirigenti, discute e assume infine una posizione» [...]

Mi viene in mente che durante l’ultima campagna elettorale c’era una formula che girava: la formula del «Berlusconi statista» (ascoltate qui Giuliano Ferrara, ad esempio; o leggete qui Edmondo Berselli; c’è anche un libro, Lo statista di Massimo Giannini, che peraltro non mi è parso gran che). Del Berlusconi che tentava (riuscendoci, visto il risultato) di accreditarsi sempre meno come il leader di una «parte» e sempre più come il candidato a incarnare lo Stato: addirittura, come l’unico tra i leader politici capace di governare "senza faziosità", "come un buon padre di famiglia", eccetera.

Aggiungiamo infine i tentativi, con azioni anche brutali (il decreto legge per impedire che Eluana Englaro fosse condotta alla morte) e con dichiarazioni molto esplicite (il presidente della Repubblica dovrebbe semplicemente controfirmare i decreti legge del governo, in Parlamento dovrebbero votare i soli capigruppo, i lavori parlamentari sono pura perdita di tempo, ecc.), di attirare sul governo tutto il potere disponibile. Continuando a lamentare (il piagnisteo è fin dall’inizio un tratto distintivo della retorica berlusconiana: tutti ce l’hanno con me, io non conto niente ecc.) la scarsità, addirittura la nullità di potere del governo e del suo capo.

Nel frattempo, si procede alla denigrazione di tutti gli apparati dello Stato da parte di chi li governa. I dipendenti statali sono «fannulloni», gli insegnanti non sanno fare i loro mestiere, i magistrati sono «malati di mente», e così via. Si salvano le forze dell’ordine, purché si facciano affiancare dall’unico apparato veramente mai soggetto a denigrazione, e anzi sistematicamente lodato: l’esercito.

Allora: non so se Federico Verderami, scrivendo quelle due parole unite da un trattino, «partito-Stato», parafrasasse il discorso congressuale o altre dichiarazioni di Gianfranco Fini. Fatto sta che nel più prestigioso quotidiano italiano – il Corriere della sera è ancora tale, checché ne pensino quelli della Gazzetta dello sport – un giornalista di fama ha scritto quelle due parole, «partito-Stato», inserendole in una litote che sembra più un augurio che l’indicazione di una minaccia.

Ora: il partito-Stato è esattamente ciò che hanno in comune i moderni totalitarismi. Nell’Urss lo Stato non era nulla, il partito era tutto (e lo si è visto bene dallo sfacelo successivo al 1989). Nella Cina di oggi non è diverso. Nazismo, fascismo, peronismo adottavano la stessa formula: il partito prendeva il potere e svuotava lo Stato, diventando un partito-Stato. Il gerarca, durante il Ventennio, contava più del Prefetto.

Avremo dunque, parafrasando la formula un tempo applicata all’Urss e al comunismo, «la democrazia in un solo partito»? Avremo un partito-Stato all’interno del quale – fatto salvo il carisma del caro leader – vi saranno diritto di parola, discussione, diversità d’opinione, posizioni frutto di confronti e mediazioni, eccetera; mentre fuori di esso vi sarà solo stigmatizzazione e/o repressione?

Il nodo, appunto, sono le prefetture. La domanda è: a che cosa servono, esattamente, i tremila soldati che il ministro Ignazio La Russa ha distribuiti nelle principali città, e che di tanto in tanto si propone di aumentare? A che cosa servono - a parte tenere occupato qualche padano frustrato dall’estinzione delle bocciofile - le «ronde» recentemente istituzionalizzate? (e che a me - tenendo presente che, secondo Marx, nella storia ogni cosa si propone due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa - ricordano tanto la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale).

Non mi piace fare illazioni. Non mi piace immaginare complotti. Ma l’attuale capo del governo italiano si è dimostrato nel tempo troppo intelligente, troppo audace, troppo sottile e astuto. E io mi aspetto di tutto.

Questo articolo è già apparso qui.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 31 marzo 2009