La politica al tempo dell’autismo corale

Franco Arminio



È difficile per uno che fa o prova a fare letteratura vivere in un piccolo paese del sud. È ancora più difficile proporsi come amministratore nel proprio paese. Lo scrittore appare inaffidabile, lontano dalla concretezza delle cose. E la politica ormai è confusa con la semplice amministrazione. Per fare il sindaco più che le idee serve la cravatta. Poi gli incravattati si lamentano che la gente non partecipa ai consigli comunali. Delle cento persone in lista, alla fine nei paesi rimangono sempre i soliti cinque o sei a fare quel che sanno fare.

I paesi del sud stanno morendo perché sono stati amministrati da gente che non crede nei propri luoghi. Gente che spende altrove perfino l’indennità guadagnata col ruolo di sindaco. Lo schema è sempre lo stesso: piccolo paese, piccola vita. E allora quando arrivano le elezioni niente spazio agli idealisti, niente spazio a chi sogna, la politica è roba sporca e la deve fare gente opaca, impolverata da una vita manomessa dalla noia. Le elezioni diventano un’occasione per darsi una mossa e così dalla noia si passa all’intrallazzo. Tante mosse e moine assai simili a quelle che fanno gli animali per garantirsi l’ordine di beccata. Il gioco è chiaro, ma viene fatuamente occultato da una girandola di parole vuote: tutti che invocano unità, coesione, ma poi bisogna fare i conti con l’autismo corale. E allora ognuno vuole fare il sindaco. E allora ogni riunione diventa una seduta spiritica. Un’adunata di fantasmi comincia a far girare le solite frasi: dobbiamo stabilire un percorso… dobbiamo convergere su un programma… e altre frasi che passano di bocca in bocca come un collutorio di banalità che sembrano eludere ogni possibilità di distinguere tra le menzogne e le cose vere.

La colpa maggiore non è di chi si agita in queste manfrine, ma in quelli che non s’indignano, in quelli che trovano normale questo spettacolo.

Come diceva Pasolini, la purezza sta molto in basso o molto in alto, in mezzo c’è corruzione c’è l’infima borghesia che abita i nostri paesi.

Uno scrittore ha pochissime possibilità di farsi eleggere sindaco e queste possibilità diventano ancora minori se il paese è il proprio. Se avessimo tra noi Carlo Levi e Guido Dorso li metteremmo a fare fotocopie in qualche ufficio. Il mio ultimo libro è stato letto e amato da tante persone, ma non certo dai politicanti. Loro pensano di sapere, pensano di conoscerli i nostri paesi, dichiarano perfino di amarli, ma poi nello sguardo leggi un’implacabile penuria spirituale.

Non ho ancora deciso come e se misurarmi con la possibilità di diventare sindaco del mio paese. Sono tentato di provarci per vedere se in fondo il mio pessimismo è un errore. Sono tentato di provarci per dare la possibilità a qualche indomito che crede ancora nella democrazia di scegliere tra proposte che siano realmente diverse. In molti paesi irpini i cittadini saranno costretti a scegliere tra candidati fotocopia. Spesso l’avversario o gli avversari al sindaco uscente sono scelti in base alla somiglianza, e alla pressione verso la mediocrità che sembra la spinta dominante.

I nostri paesi stanno morendo anche perché le persone più sensibili e generose vivono ai margini e la scena è dominata dai diffusori della maldicenza, dai demoralizzatori di professione, dai vittimisti di lungo corso, dai luminari dell’accidia e dell’indifferenza. In questi casi più che di esseri viventi si deve parlare di esseri esigenti, pronti ad esigere per sé e mai per la collettività. Il guaio che spesso sono proprio persone come questa a contendersi il ruolo di amministratori, magari dopo che si sono assicurati un posto di lavoro che gli lascia il tempo di dedicarsi agli estenuanti rituali della politica.

Questa notte ho sognato la stanza dove sono nato e dove ho vissuto per più di trent’anni. Non ci potevo entrare, era piena di vipere. Erano piccole e viscide, ma appena ne ammazzavi una, ne veniva fuori un’altra. Non ricordo com’è finito il sogno. Non so cosa farò nella prossima campagna elettorale. Mi è chiaro comunque che devo continuare a scrivere, a raccontare quello che accade in questi paesi che sono il mio strazio e il mio appiglio.

Non so cosa farò il sei e sette giugno, ma so di sicuro che tra il 21 e 28 giugno sarò a Cairano insieme a bellissime persone di questa Irpinia e di questa Italia. Starò con loro e con il paesaggio, starò in un luogo in cui metteremo insieme artisti e artigiani, intellettuali e contadini. L’abbiamo chiamata Festa delle arti e della decrescita, ma forse è politica, forse è l’unica politica che possiamo fare.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 29 marzo 2009