Mattinata a Candela

Franco Arminio



È una bellissima giornata di sole, la prima. Il freddo livido di ieri è venuto via come carta da parati, adesso c’è il muro della primavera, le montagne russe dell’umore. Devo andare a Candela, invitato a parlare ai ragazzi di un istituto tecnico-commerciale.

L’arrivo in paese è spinto dal piacere di vedere le case sotto il sole, è come se pure loro fossero liete di questo giorno. Muri e finestre, la facciata del comune e di una chiesa, l’insegna di un bar, tutto sembra stare al posto giusto.

Arrivo a scuola e c’è subito il solito problema del videoproiettore. Non si sente il sonoro. I ragazzi ne approfittano per chiasseggiare. Arrivano delle piccole casse, parte la proiezione del mio video, ma il sonoro è veramente pessimo. Decido che è meglio passare subito alla conversazione, ma certo l’inizio è in salita.

Non è il caso di fare una lezione, decido di sfilare qualche frase dalla mia mente e dalla loro senza badare a una meta precisa. Una ragazza legge una lettera che ha scritto al suo paese. Mi pare che ormai il treno è sui binari. Faccio una domanda secca: chi di voi è figlio di contadini alzi la mano. La alza solo una persona di una certa età (dopo scoprirò che è uno degli insegnanti). Non mi pare possibile che a Candela, circondata da tanta terra coltivata a Grano, non ci siano contadini. Timidamente muove la mano qualche allievo, alla fine saranno cinque o sei. La faccenda è chiara: da queste parti essere figli di contadini non è una cosa che si esibisce volentieri. I ricchi si vantano di comprarsi le capre e di fare le olive, i poveri si vantano di entrare nella schiera dell’infima borghesia, nella palude di una classe sociale indistinta, in cui non ci sono vinti né vincitori, una classe mediocremente civile, mediocremente incivile.

A questo punto tiro fuori un’altra domanda: chi di voi ha qualcosa a cui tiene molto in quest’aula? Non si alza nessuna mano. Poi una di un ragazzo per dire che qui ha un amico, poi una ragazza che pure lei indica un’amica. La risposta anche in questo caso è sconcertante: l’amore, il sogno, la passione, sono altrove. Chi ci è vicino è un impaccio, chi è vicino non ha grandezza.

Inattesa arriva anche qualche domanda dei ragazzi, faccio leggere a un giornalista presente alcune poesie d’amore. La giornata è salva, gli insegnanti che temevano il peggio sono rinfrancati. Ci tengono a offrirmi qualcosa, ho venduto quattro libri, ho accettato l’invito senza chiedere compensi. Per me andare in un paese è già un regalo. E poi c’è sempre qualche scena particolare da portare a casa. Siamo in una pasticceria, ordiniamo tre mignon, ma la signora li pesa uno per uno, come se fossero bracciali d’oro e invece quello che mi spetta costa solo sessanta centesimi.

Adesso è quasi l’una. Accenda la videocamera su una vespa dove un tipo del paese vende due orologi a cinque euro. Mi dice che ha pure gli accendini porno e che se voglio incontrarlo posso andare su youtube o su facebook. Adesso l’incontro reale è sempre più solo l’occasione per darsi appuntamento nel mondo virtuale, un appuntamento che spesso si evade perché dimentichiamo il nome o perdiamo i numeri che ci hanno dato.

Alcune ragazzine mi chiedono notizie di mio figlio di cui avevo cenno durante la chiacchierata a scuola. Gli dico che pure lui è su facebook e aggiungo età e nome. Insomma, prendo un appuntamento, non per me ma per lui. E forse è questa la chiave dei prossimi anni, andare in giro dimenticandosi completamente della propria vita, parlare della vita degli altri, costruire incontri, amori, amicizie, ma per altri. Forse è il tempo di capire che ognuno di noi è l’unica cosa che non c’è in questo mondo gremito di tutto, la cosa che a nessuno manca.

Potrei proseguire il mio viaggio, sono libero fino alla quattro e mezza, ma per finire la giornata mi basta una piccola conversazione con un tipo seduto su una scala. Gli chiedo notizie della campagna, dell’immensa campagna che c’è intorno a Candela. Risponde che la lavorano tutti col trattore. Solo lui usa ancora le mani, solo lui tiene la zappa. Il mio interlocutore inizia una filippica contro le macchine. È il tempo di andare a prendere la mia e andarmene. Faccio in tempo a tornare a casa per mangiare e mi sembra che rientrare sia un po’ come limitare i danni.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 25 marzo 2009