La stessa storia

Alessandro Busi



C’era un personaggio di Corrado Guzzanti, un poeta, che iniziava tutte le sue poesie con la solita formula: òr dic un poesia.
Ecco, adesso io farò lo stesso. Adesso anch’io vi racconterò qualcosa, una storia però, non una poesia. Questa storia racconta di un tempo lontano.
Racconta del Potere con la P maiuscola e racconta di un libro che si chiama Panopticon, che fu scritto nel 1791 da un certo Jeremy Bentham, un inglese. In questo libro, l’autore, che era che uno conosciuto che già aveva scritto saggi sulla laicità dello Stato e sulla teoria utilitarista, non racconta proprio nulla, ma teorizza. In particolare, Bentham teorizza il sistema perfetto di controllo in cui tutto è visibile, è pan-ottico, appunto. Attraverso un sistema di illuminazione continuo, una struttura circolare a raggi ed una torre centrale in cui vivono i sorveglianti, questi ultimi, secondo l’autore inglese, possono riuscire a vedere tutto ciò che succede nelle celle. Un’importante osservazione, però, è che nel Panopticon, non si parla di un posto dove si vede tutto, ma di un posto dove tutto è visibile. Quello che conta, è che i sorveglianti abbiano la possibilità di vedere tutto, non che per forza che debbano vedere tutto. I detenuti, quindi, non sono sempre sotto controllo, ma sono sempre sotto un possibile controllo. Secondo Bentham, in conclusione, quello che conta è che, in qualunque momento del giorno e della notte, l’osservato deve temere di poter essere controllato, perché questo meccanismo genera paura e quindi immobilità e sottomissione.

C’era un personaggio di Corrado Guzzanti, un poeta, che iniziava tutte le sue poesie con la solita formula: òr dic un poesia.
Ecco, adesso io farò lo stesso. Adesso anch’io vi racconterò qualcosa, una storia però, non una poesia.
Questa storia racconta di un tempo vicino.
Racconta di gente che decide di emigrare dalla propria terra natia per andare a cercare una nuova vita. Racconta poi anche di un paese dove arriva tanta di questa gente da tutto il mondo, e racconta di un governo (forse sarebbe meglio parlare di uno Stato, dato che non vedo opposizione in questa storia) che deve pensare a come non far più entrare nel proprio territorio la gente che non gli serve per lavorare. Anzi, diciamo meglio. Questa storia racconta di un governo che, apparentemente [1], vuole rimandare nei propri paesi d’origine le persone che non gli servono. Allora, la storia prosegue raccontando sempre di questo governo che propone la propria soluzione che è: far denunciare da parte dei medici le persone clandestine che hanno bisogno di cure. Ottima idea, penserete voi, quella del governo della mia storia.
Prima o poi tutti avranno bisogno di andare in ospedale, no?, devono aver pensato i tecnici del governo della mia storia, e lì track, noi li pigliamo.
Allora la mia storia racconta anche di tante persone, soprattutto medici, che dicono che loro non possono avere l’obbligo di denunciare queste persone clandestine.
Ovviamente, il governo della mia storia ascolta le critiche, perché è un governo democratico, e mette mano al precedente provvedimento. Dichiara quindi che saranno i medici a dover decidere liberamente e in coscienza propria, se denunciare o meno le persone clandestine che gli capiterà di curare.
A questo punto, molti sono più tranquilli, perché pensano che loro non denuncerebbero mai un paziente, quindi possono continuare a fare il proprio lavoro onestamente.
La mia storia, però, continua con una persona clandestina che sta male e pensa che dovrebbe proprio andare al pronto soccorso. Il problema è che la persona clandestina che sta male pensa anche che andare al pronto soccorso per lei è un po’ come giocare alla roulette russa.
Troverò uno che non mi denuncia, o uno che mi denuncia?, si chiede la persona clandestina, che sta male e che dovrebbe andare al pronto soccorso. Alla fine decide di non rischiare e di continuare a star male senza farsi curare.

C’era un personaggio di Corrado Guzzanti, un poeta, che iniziava tutte le sue poesie con la solita formula: òr dic un poesia.
Ecco, anch’io ho provato a fare lo stesso, però io ho raccontato due storie, non due poesie.
Ad essere sinceri, devo ammettere che il poeta sgangherato di Guzzanti, però, era tanto più bravo di me a raccontare.
Sì, perché, nella durata dello sketch, il poeta di Guzzanti recitava tre, anche quattro poesie tutte diverse l’una dall’altra. Io, invece non sono stato capace a raccontare storie tutte diverse.
Io, gira e rigira, ho raccontato sempre la stessa storia.
Per due volte di fila, se fate caso, ho raccontato la storia di come, per comandare, per sottomettere, non ci sia bisogno di controllare in maniera costante, ma basta piuttosto mettere nelle persone la paura di essere controllate.
Io, gira e rigira, ho raccontato sempre la stessa storia.





[1] Si potrebbe ipotizzare che a quello stesso governo non interessi tanto l’espulsione effettiva, quanto il mantenere le persone clandestine nell’illegalità, così da renderle più sfruttabili.





pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 20 marzo 2009