Siamo tutti coinvolti

Giovanni Giovannetti



Thang Le Chen è un tranquillo vietnamita; da vent’anni vive a Pavia e gestisce una pizzeria in viale Campari. La notte fra domenica e lunedì hanno tagliato le quattro gomme alla sua auto e imbrattato la carrozzeria con svastiche e scritte come «cinesi raus». In vent’anni Thang Le non aveva mai ricevuto minacce, ma ora ha paura. Poco distante, in via Ferrini, c’è la sede dei Comunisti italiani: questa notte i teppisti hanno distrutto il vetro d’ingresso. Nei giorni scorsi, in via Riviera, il parrucchiere Khaled ha avuto l’insegna distrutta e la saracinesca lordata con una svastica e con il diagramma delle SS. Era molto amareggiato, ha detto «Sono qui da anni e ho sempre lavorato. Non do fastidio a nessuno». Anche Khaled ora ha paura. Semplici atti di teppismo? Il razzismo e l’antisemitismo tracimante alimentati dalla crisi, la guerra tra poveri che si traduce nell’avversione per chi sta sotto nella scala sociale, vedono la corresponsabilità morale e culturale di politici miopi anche di sinistra, giornalisti pennivendoli, comici irresponsabili come beppegrillo, gente comune e perbene, che insieme ignorano le svolte epocali annunciate dall’arrivo dei nuovi migranti e inseguono gli umori della piazza, la stessa piazza che in una allucinante e pervasiva circolarità loro stessi sobillano. Il terrorismo delle parole vuote, la «mutazione della classe dominante», come l’ha chiamata Pasolini, la sistematica irrisione delle norme civili, a partire da quelle elementari, è oggi moneta corrente: scarti minimi che sfilacciano il tessuto democratico fino a dargli progressivamente scacco. Hanno tragicamente alterato l’etica pubblica al punto da elevare a cultura prevalente il nuovo fascismo e il suo portato di razzismo e xenofobia, che senza ostacoli o freni inibitori si riversa dalla politica populista al senso comune: il terreno di coltura per un nuovo sovversivo «regime reazionario di massa».
Non è come negli anni Trenta, non è come durante il fascismo: è peggio! Tornano gli spettri del recente passato, perché l’impoverimento del ceto medio europeo – in corso – può avere come esito il fascismo sotto altre forme. Sono gli stessi spettri che – da Auschwitz a Mauthausen, da Dachau a Treblinka – settant’anni fa (e cioè l’altro ieri!) hanno schiacciato l’umanità nel punto zero della sua storia. Oggi viviamo lo stesso clima che, negli anni Trenta, favorì l’ascesa dell’"uomo forte" con i baffetti e la "soluzione finale", quella che vide passare per il camino zingari ed ebrei, milioni di persone, due popoli "di troppo", insieme a omossessuali e diversamente abili, un clima oggi come allora alimentato dalla crisi economica che, esplodendo, diventa crisi morale.
Il razzismo e la xenofobia vanno combattute senza se e senza ma, prendendo le distanze anche da chi è «di sinistra, ma i Rom... » o da chi è dichiaratamente di destra «e dunque i Rom...», così come settant’anni fa per gli ebrei. Siamo tutti coinvolti, saremo tutti responsabili.

Dov’è il comitato unitario antifascista? Dove sono i partiti e i sindacati? Dove si nascondono i candidati sindaco e i candidati a candidarsi sindaco? Cosa aspettiamo a scendere in piazza tutti insieme, per rendere immediatamente visibile la protesta antifascista e antirazzista, e a portare la solidarietà a Thang e Khaled, recandoci in cento o in mille davanti a casa loro? Forse pensiamo che anche questa volta ci si possa autoassolvere con un volantino o mandando l’ennesimo comunicato al quotidiano locale? Che tutti noi abbiamo i cazzi nostri da coltivare perché siamo sotto elezioni?
Se così fosse, se le violenze di questi giorni non sollecitassero più nemmeno la nostra indignazione e mobilitazione, se anche a noi e non solo alla maggioranza silente tutto questo apparisse in fondo "normale" e magari necessario (il bisogno inconsapevole del nemico o simili), a tutti voi e a me stesso ripropongo questa nota "poesia", attribuita al teologo Martin Niemöller, sull’apatia narcotizzante della "gente" di fronte ai primi passi dei regimi totalitari:

Prima vennero per i comunisti
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico

Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.

In questa versione, meno bella ma più potente, troviamo anche gli zingari e gli omosessuali: «prima sono venuti a prendere gli zingari, e noi non abbiamo protestato perché non eravamo zingari; poi sono venuti a prendere gli ebrei, e noi non abbiamo protestato perché non eravamo ebrei; poi sono venuti a prendere i comunisti, e noi non abbiamo protestato perché non eravamo comunisti; poi sono venuti a prendere gli omosessuali, e noi non abbiamo protestato perché non eravamo omosessuali; infine sono venuti a prendere noi, e non c’era più nessuno che poteva protestare»

Parafrasando l’amico e compagno Sergio Baratto, «vorrei capire cosa pensano tutti i "compagni" [...] No, forse non voglio capire, non voglio sapere. Ho paura di sapere. Ho paura che a sinistra si vada affermando questo infame discorso: "Sono di sinistra ma adesso basta, fuori dalle balle gli zingari e i migranti". Che vi sanguini il cuore, la prossima volta che pronunciate queste parole».








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 19 marzo 2009