Il tempo non passa sempre allo stesso modo

Cristian Bubola



L’altro giorno su Facebook mi sono imbattuto in una specie di sondaggio che invitava a scegliere se Inside Llewyn Davis / A proposito di Davis fosse
a) un capolavoro
b) un film riuscito solo in parte
c) un fallimento
Io ho scelto (a) e ci ho messo meno di un secondo a farlo. Non so che senso abbia la parola capolavoro e in fondo non mi interessa nemmeno tanto saperlo. Ho visto Inside Llewyn Davis con tre amici. A un certo punto della proiezione ho dovuto addirittura cambiare poltrona perché i miei accompagnatori hanno iniziato a parlare e ho capito che a loro il film non stava facendo lo stesso effetto che faceva a me. Il commento che mi ha fatto cambiare posto (di una mia amica carissima peraltro) era un’osservazione sul mobilio della casa da ricchi in cui Davis si ritrovava a dormire. Ciclicamente. Come credo mi abbia spiegato l’ultima sequenza di scene del film.
Io ho adorato Llewyn Davis che provava un amore vero per un gatto, un essere che notoriamente ti restituisce poco. Amava dello stesso amore anche Carey Mulligan, (come non capirlo?) Anche se lei in cambio gli restituiva anche meno del gatto, o di più, a seconda dei punti di vista.


Un uomo che insegue un gatto per strada è un mio eroe.
Un uomo che si porta in braccio un gatto in metropolitana è un mio eroe.
L’ho adorato per questo il protagonista di questo film.
L’ho adorato quando camminava pestando forte i piedi nella neve, anche se due metri più in là c’era dell’asfalto appena appena umido.
L’ho adorato sempre.
Mi ha fatto impazzire quando si è incazzato con i ricchi che lo trattavano come una distrazione da cena bourgeoise.
L’ho adorato ancora di più quando si è messo lì, ha fatto il suo pezzo, e il produttore gli ha detto: “Io qua dentro non ci vedo tanti soldi.”
L’ho adorato quando ha inciso Please Mr. Kennedy rinunciando ai diritti e l’ho adorato per come si sforzava per cantare in sincope. Mi piace tantissimo che in Please Mr. Kennedy ten, nine - eight seven six five - four, three, two one (second pleeeees) non siano numeri uguali. Mi torna in mente spesso quel conto alla rovescia diseguale e penso sia un fantastico esempio di come il tempo non passi sempre allo stesso modo, anche se noi ci ostiniamo a suddividerlo in parti uguali.
E arriviamo al tempo. Ohh il tempo. Il tempo è già tutto nella prima battuta di Inside Llewyn Davis: "Grazie, grazie, vi sembra di averla già sentita questa? Eh? Se una canzone non è mai stata nuova e non invecchia mai, allora è musica folk".
Cosa non è questa battuta?
Basterebbe questa battuta per parlare di capolavoro. E in questa battuta i fratelli Coen hanno fatto il miracolo: ci hanno messo tutto il film. Di che cosa parla il film secondo me? Il film non parla di Dylan, e parla anche di Dylan, mettendolo lì in silhouette poco prima della fine. Il film dei fratelli Coen parla della musica folk, che cos’è il folk. Dove nasce la musica folk? Nasce da un artista? No. Da più artisti? Quasi.
Nasce in un locale sotterraneo dove tutti l’ascoltano in religioso silenzio, come se fossero a messa, come i Coen ci hanno mostrato all’inizio del film. Nasce anche grazie a chi l’ascolta.
Nasce grazie a gente come Llewyn Davis che gira in tondo, ciclicamente, esattamente come la prima battuta del film, a cercarla. Senza capire mai dove cazzo sia e se loro ne facciano parte. È da quelle vite, da quello spasmo che forse a un certo punto produce magari un artista come Bob Dylan, che tutti adoriamo. Ma Bob Dylan è un episodio all’interno della musica folk, non è la musica folk, che è qualcosa di molto più grande.
Io non so se Inside Llewyn Davis è un capolavoro, ma i fratelli Coen sono riusciti a fare un film in un cerchio, il cerchio di quella prima battuta. Un anello di Moebius. E in questo cerchio hanno provato a raccontarmi da dove sgorga quel miracolo che chiamiamo folk, musica, arte.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 2 marzo 2014