Doctor Sleep

Teo Lorini



L’ultima volta che ho letto per intero un romanzo di Stephen King era il 1996. Avevo già smesso da un po’ di comperare ogni singolo libro del "Re". Qualcuno (Insomnia, ad esempio) non l’avevo proprio preso in considerazione, qualcun altro (come Cose preziose) l’avevo piantato lì. Ma quell’anno un’amica, compagna di letture kinghiane negli anni di liceo, mi aveva regalato Rose Madder per il mio compleanno e proprio quella sorta di obbligazione che contraiamo ricevendo un dono, mi ha spinto ad arrivare testardamente all’ultima pagina. Al termine della quale, tanto la mia amica quanto io abbiamo deciso che ne avevamo avuto abbastanza.
Ho letto King per tutta l’adolescenza, iniziando da un romanzo di una violenza terrificante, tanto più spaventoso perché non contiene neppure un elemento soprannaturale. Cujo, il protagonista eponimo, è un San Bernardo che contrae la rabbia e si trasforma in una ferocissima macchina di morte. A farne le spese sono alcuni abitanti di Castle Rock (l’equivalente kinghiano della Yoknapatawpha di Faulkner) e una giovane donna con il suo bambino, assediati dalla belva in un’utilitaria rovente. Era stata mia madre, lettrice famelica, a comperare Cujo. Lei ed io ce lo siamo contesi per una settimana, leggendolo anche di notte, e a posteriori mi piacerebbe poterle chiedere come diavolo le sia saltato in testa di lasciare quel libro in mano a un ragazzino di tredici anni (ma temo che la risposta si porterebbe dietro altre domande, non necessariamente piacevoli, sulla natura di quel ragazzino).
Dopo quell’imprint ho continuato a cercare le opere di King, recuperando i romanzi precedenti e alternandoli ai nuovi, via via che venivano pubblicati dal suo editore italiano, Sperling & Kupfer.

A un certo punto qualcosa si è spento.

Non è questione del palato che si raffina. Resto convinto che le pagine migliori di King siano degne di entrare in un ipotetico canone della letteratura contemporanea al pari di molti autori più paludati e più incensati dalla critica. La stessa, peraltro, che snobbava i libri dell’autore di Carrie quando io me li divoravo compulsivamente e che da tempo lo va rivalutando, accostandolo persino a Dickens (paragone che tra i kinghiani "duri" già circolava clandestinamente sin da prima di It). Se a un certo punto ho smesso di leggere i romanzi che l’autore del Maine continuava a sfornare a ritmo prodigioso (alimentando continui pettegolezzi su legioni di ipotetici ghost writers) è stato perché non ci trovavo più la magia di un tempo, perché ci avvertivo il mestiere, lo sforzo, una sorta di King-che-prova-a-fare-King. Mi ha fatto molta impressione scoprire in On writing (unica interruzione in questa pausa ventennale dalle sue pagine) che proprio quei primi, meravigliosi romanzi erano stati scritti quando King, senza praticamente rendersene conto, era scivolato nell’alcolismo (tema ricorrente nei suoi libri e incarnato anche nel suo personaggio più celebre, il Jack Torrance di Shining). In quella sorta di autobiografia, King racconta lo stupore con cui un giorno si è reso conto che stava vuotando per la seconda volta in un paio giorni il bidone per il riciclaggio delle lattine di birra, delle quali King era l’unico consumatore in casa. E racconta anche un’altra cosa: "C’è un romanzo", scrive "che non ricordo nemmeno di aver scritto. Non lo dico né con orgoglio né con malinconia. Quel libro mi piace e rimpiango di non riuscire a ricordare il piacere che ho provato nel mettere sulla pagina le parti belle". Quel romanzo, neanche a dirlo, era Cujo. _

In questi anni ho a stento registrato le apparizioni dei nuovi romanzi. La copertina del distopico 22/11/’63 mi ha incuriosito ma non abbastanza da convincermi ad acquistarlo. Dieci giorni fa, complice un treno in ritardo, ho notato la pila delle copie di Doctor Sleep e ho deciso d’impulso di scorrerne i primi paragrafi. All’arrivo, dopo un’ora e dieci di viaggio, ero a pagina 140.


Il nuovo romanzo di King - che ho finito in due giorni, con una tirata notturna degna quasi dei vecchi tempi - riporta in scena Danny Torrance, il bambino dotato di poteri paranormali protagonista di Shining. Sono passati gli anni e Daniel ha imparato a controllare i suoi poteri e a difendersi dai fantasmi dell’Overlook Hotel. Diventato adulto, ha fatto i conti con il retaggio di suo padre: è diventato alcolista come Jack e ha scoperto in innumerevoli risse da bar l’inclinazione agli scoppi d’ira. Dopo aver toccato il fondo della vergogna e dell’umiliazione, ha cominciato una lenta risalita nelle riunioni degli Alcolisti Anonimi e ha trovato la sua vocazione. Quando la vicenda di Doctor Sleep ha inizio, Dan lavora in un ospizio del New Hampshire e impiega il suo potere ("l’aura" nella traduzione del ’78 di Adriana Dell’Orto, "la luccicanza" a partire dal doppiaggio del film di Kubrick) per accompagnare dolcemente i pazienti al trapasso. C’è un bambino anche in questo romanzo, anzi una bambina, Abra. Anche lei è un ESPer, infinitamente più dotata di Daniel. Proprio la sua potenza è ciò che attira una sorta di confraternita vampiresca che attraversa l’America in camper e al sangue preferisce il tonico vivificante della luccicanza, meglio se strappata violentemente del possessore moribondo.
Tornano tanti temi canonici della narrativa di King: l’infanzia, i poteri paranormali, la paura di essere diversi, la famiglia come protezione dalle minacce ma anche come origine di sofferenze, le forze oscure che allignano al margine dell’American way of life. Ma torna anche la magia.
Non tutta, certo: Doctor Sleep resta inferiore ai livelli dell’età d’oro di King scrittore, quando i suoi incubi si fissavano sulla carta lubrificati da interi cartoni di birra. Va però anche detto che i pronostici erano tutti avversi: sequel di uno dei più famosi lavori kinghiani, Doctor Sleep partiva svantaggiatissimo, col rischio di ricevere un’etichetta di epigonalità, di definitiva mancanza di idee. E invece il libro fila spedito, sospingendoci a correre tra le pagine con tale impeto da glissare su una traduzione qua e là molto goffa (un esempio per tutti: la tribù di creature che dà la caccia a Abra e Daniel si chiama "the True Knot", tradotto alla lettera con "il Vero Nodo": su la mano chi non ha pensato all’allacciatura delle scarpe). King qui non sembra cincischiare né sforzarsi. Semplicemente, si butta. Con gli strappi irregolari e un po’ sghembi che ha avuto anche nelle sue cose migliori, disseminando il romanzo di spunti interessanti che poi magari abbandona (si veda il personaggio di Andi "Serpente" Steiner) e sviluppando la trama con accelerazioni brusche e magari imperfette (il concitatissimo scontro finale con la malvagia Rosie). King ha una storia da raccontare e, molto semplicemente, ci dà dentro, senza curarsi di raffinatezze, simmetrie, ghirigori. Mettendo al servizio della sua trama la forza che la sua scrittura ha trovato ogni volta che era ispirata e la finezza con cui è sempre stato capace di osservare la vita.
Quanto all’ispirazione, non occorre aver letto On Writing e conoscere la biografia di King, né fare il conto dei tanti beoni che compaiono nei suoi libri (e cui si aggiunge ora Daniel Torrance) per rendersi conto che la prosa del "Re" tocca uno dei suoi vertici quando parla della lotta contro l’alcool e le dipendenze (chi può scordare la soddisfazione con cui Jack Torrance sgranocchia l’Excedrin in Shining?) e Doctor Sleep non fa eccezione. Anzi, in un certo senso, il tema di questo romanzo - come già del suo predecessore - è proprio la dipendenza: quella che corre come una maledizione nei geni della famiglia Torrance ma anche quella che nutre il Clan dei vampiri psichici, assetati del vigore che sottraggono alle loro vittime (resta difficile da dimenticare l’immagine dei membri della tribù che l’11 Settembre 2001, assiepati sulla riva ovest dello Hudson, aspirano i vapori vitali delle vittime frammisti alle ceneri e ai detriti delle Torri Gemelle).
E poi c’è lo sguardo, una delle doti che contribuiscono a iscrivere l’autore di It nel novero dei grandi romanzieri. Nel corso di quasi 40 anni l’opera di King ha gradualmente composto un memorabile affresco degli USA: se la si può definire una commedia umana a stelle e strisce, il merito è dell’acume con cui lo scrittore del Maine ha osservato in profondità e colto l’essenza non solo di alcuni indimenticabili protagonisti, ma anche di una folla di personaggi minori, minimi persino, sviscerandone con attenzione e autentica empatia le debolezze, le fragilità, le frustrazioni, le paure. Come il timore con cui la mamma di Abra pensa al futuro di sua figlia, come l’angoscia che impedisce a Daniel Torrance di raccontare ai suoi compagni dell’A.A. l’abiezione a cui è sprofondato in una mattina di doposbornia a Wilmington, North Carolina. O "l’orrore serpeggiante" che, già in Cujo, stringeva Donna Trenton: "Quando suo figlio era a scuola, le porte dell’appartamento se ne stavano lì, come bocche affamate. Senza Tad seduto sul gradino di mezzo, in pigiama, prima del sonnellino, le scale sembravano fauci paralizzate in uno sbadiglio. Le porte erano bocche, le scale gole. Le stanze vuote trappole. Così lei lavava pavimenti che non avevano bisogno di essere lavati, guardava sceneggiati in televisione e pensava a Steve Kemp, il maestro di tennis".
È questa forse la lezione più profonda del maestro del brivido: più dei fantasmi e dei residui psichici, più delle creature del buio, più dei bolidi infernali che si riparano da soli e delle "cose" che ritornano da antichi cimiteri indiani, l’orrore, quello vero, è vicinissimo, in una casa che sembra stringersi attorno a noi fino a imprigionarci, nel liquido ambrato che ci alletta dal fondo di un bicchiere, in una pagina che si ostina a rimanere bianca, nei giorni e negli anni che scivolano via senza che ce ne accorgiamo.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 1 marzo 2014