Credo

Teo Lorini



Qualche settimana fa su Vibrisse, Giulio Mozzi proponeva una riflessione sulla chiesa odierna e sul suo rapporto con il mondo della politica attiva, soprattutto italiana, e di quelle che Mozzi chiama le "organizzazioni politiche" contemporanee. La conclusione cui arriva l’articolo (alla cui lettura rinvio, scusandomi sin d’ora per quel tanto d’inevitabile grossièreté che ogni sintesi comporta) dice in sostanza che "la chiesa è stata fregata", intrappolandosi in un gioco che queste organizzazioni politiche, in particolare quelle di destra, "sanno fare molto meglio di lei, e possono giocare con molta più destrezza in quanto non hanno alcuna remora a barare. O, più esattamente, barano per esigenza di sopravvivenza, barano strategicamente: tra barare e giocare non conoscono differenza". Una conclusione che a me pare assai vicina dall’analisi che il Pasolini ’corsaro’ faceva 35 anni fa in articoli come la celebre Analisi linguistica di uno slogan o il Discorsetto di Castelgandolfo.

Più interessante appare invece la distinzione operata da Mozzi quando puntualizza che con la parola "chiesa" egli si riferisce "alla gerarchia della chiesa cattolica (papa, vescovi, conferenze episcopali e via dicendo)". Se infatti viene chiarito che una cosa è la "chiesa" nel senso mozziano di gerarchia e delle azioni che essa approva, ratifica o sottoscrive e altro sono le infinite sfaccettature del pensiero o dei pronunciamenti dei singoli che si professano cattolici, risulta più facile disinnescare il meccanismo, tanto interminabile quanto sterile, in cui si smarriscono sia gli apologeti sia i critici di pensieri, parole, opere e omissioni in qualche modo riconducibili a un generico e confuso concetto di chiesa o di cattolicesimo.
Da qui si può allora partire per sgombrare il campo da equivoci e semplificazioni grossolane come quelle di chi trae linfa per polemiche anticlericali da gesta, scellerate ma pur sempre espressione di un singolo, come quelle del sacerdote fascista don Giulio Tam, candidatosi a sindaco di Bologna nelle fila del partito di estrema destra Forza Nuova.
Allo stesso modo, la precisazione di Mozzi svuota l’argomentazione, speculare e altrettanto inane, in cui capita spesso di imbattersi discutendo con amici cattolici. Di fronte a espressioni di perplessità su questa o quella posizione di autorevoli personaggi, membri a tutti gli effetti di ciò che con Mozzi si può lecitamente identificare col termine "chiesa" (le esternazioni dei vari Ruini, Bagnasco, Betori in materia di omosessualità, diritti, testamento biologico, privilegi fiscali ecc.; l’opportunità di intralciare la giustizia penale in materia di pedofilia o di spalancare le porte della riconciliazione anche agli antisemiti negazionisti come il famigerato vescovo Williamson) ecco, in questi casi da numerosi interlocutori cattolici mi viene risposto che la chiesa non è solo questo (e ci mancherebbe), ma anche l’assistenza ai poveri, il lavoro in prima linea contro analfabetismo e miseria, lo sforzo di tanti coraggiosi parroci di frontiera o missionari che spendono ogni oncia di energia a favore degli ultimi.

Naturalmente questo escamotage retorico, ancorché applicato in buona fede - e mi si passi il bisticcio - è un paradigma moltiplicabile all’infinito grazie al quale si può rispondere anche alle critiche verso le "organizzazioni politiche" (quale di esse non conta al suo interno decine di militanti sinceri, appassionati o intelligentemente critici verso molte scelte della nomenklatura?) e persino verso quelle criminali (come escludere che la mafia, la camorra, le triadi eccetera annoverino fra gli affiliati e la manovalanza membri che, a modo loro e sia pur nella distorta visione di chi si muove nell’illegalità, si attengono a qualche forma di rettitudine e a un personale codice d’onore?).

Sarebbe bello e auspicabile allora ripartire dall’intelligente distinzione formulata da Giulio Mozzi e che alla sua definizione di "chiesa" ci si attenesse ad esempio nel valutare le esternazioni a cui si è abbandonato Benedetto XVI all’inizio del suo viaggio in Africa.
Al di là delle numerose reazioni che esse hanno suscitato nelle sedi più autorevoli e delle rettifiche (in verità alquanto tartufesche) che l’apparato vaticano si è affrettato a mettere in atto, martedì 17 marzo dall’alto della sua autorità il Pontefice ha espresso la posizione ufficiale della chiesa.

Quella condanna del profilattico, quell’espressione radicale (incisa dai reporter così come pronunciata dalla viva voce del pontefice) secondo cui esso «aumenta il problema», sono a tutti gli effetti un’assunzione di responsabilità da parte di un’istituzione che, proprio grazie al radicamento e all’estensione della presenza missionaria nel territorio, può svolgere un ruolo importantissimo nella lotta alla malattia in un’area, l’Africa sub-sahariana, dove si concentrano circa 22.000.000 di malati, più del 65% delle persone affette dal virus HIV nel mondo.

Ci sono, certo, moltissimi missionari che, con lucida, orgogliosa indipendenza, hanno sinora distribuito profilattici ai cittadini dei paesi africani in cui essi svolgono la propria opera pastorale, ma il loro luminoso esempio non muta in nulla la realtà dei fatti: la chiesa cattolica condanna in termini inappellabili e inequivocabili l’adozione del principale strumento contro la trasmissione del virus HIV.
Di più, il discorso di sposta dalla logica (il lavoro dei missionari di cui sopra non può più costituire un’obiezione alla critica verso le posizioni della chiesa) alla prassi. Se infatti, come ricordava il presidente della Pontificia accademia per la vita, mons. Rino Fisichella, esistono scomuniche e sanzioni che giungono in via automatica, con l’esplicita condanna papale del 17 marzo quei valorosi sacerdoti, che io ammiro (e ci mancherebbe) proprio come i miei amici cattolici, si trovano di fatto in condizione di infrazione rispetto ai precetti della chiesa.

Il sommo Pontefice Benedetto XVI, ribadendo con tanta determinata chiarezza la condanna oscurantista, incomprensibile, micidiale al principale strumento di prevenzione del contagio, non impiega un atteggiamento "irresponsabile" o "sconsiderato" (come li ha definiti il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, poi ripreso da Franco Buffoni su Nazione indiana), ma al contrario compie una precisa assunzione di responsabilità rispetto a quella tragedia, ricordando esplicitamente ai cattolici tutti che tale è la posizione ortodossa e inequivocabile della chiesa cattolica e che chi da essa prende le distanze, lo fa allontanandosi proprio da quella chiesa a cui professa fedeltà ogni volta che recita il Credo.








pubblicato da t.lorini nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 19 marzo 2009