I contenitori di sperma e lo stragismo

Andrea Tarabbia



Nel continente africano ci sono, oggi, tra i 28 e i 30 milioni tra malati di AIDS e sieropositivi. La cifra fa ovviamente riferimento al numero di persone infette che si conosce, ma è perfettamente verosimile che ce ne sia qualche milione in più nascosto da qualche parte e che semplicemente ancora non sa di essere ammalato. Di questi 30 milioni, in ogni caso, meno del 10% riceve una qualche forma di cura e un’assistenza sanitaria. Mi dicono che una delle cause maggiori dell’incidenza dell’HIV sia legata a un atavico problema che gli africani hanno con il preservativo: semplicemente, per l’africano medio i preservativi costano troppo; esiste – è vero – un grosso problema culturale legato a una forma di rifiuto di questa guaina di lattice: ci sono molti luoghi, in Africa, dove indossare il preservativo è ritenuto sconveniente, offensivo. Sopravvivono poi alcune forme di religiosità superstiziosa e di ignoranza, secondo cui è sufficiente possedere un preservativo per tenere lontani gli spiriti dell’AIDS: in alcune tribù e villaggi dell’Africa nera, si mette un preservativo su un bastone che viene lasciato sulla soglia della casa; poi si entra nella casa, si scopa e si rischia convinti che il totem della protezione impedirà al virus di entrare e di fare del male.

Quindi quando Ratzinger dice che «Il problema dell’AIDS in Africa è un problema culturale» non ha per una volta del tutto torto: effettivamente spazzare via queste credenze e queste tradizioni idiote darebbe una mano piuttosto seria alla lotta alle malattie, di cui l’AIDS è la regina. Solo che il discorso del papa, in definitiva, mira alla restaurazione dell’astinenza sessuale – che è una pratica che non riesco nemmeno a definire anacronistica, perché considerarla un anacronismo sarebbe in qualche modo ammettere che c’è stato un tempo in cui alcuni popoli l’hanno praticata come regola. Predicare l’astinenza sessuale è un anatopismo: un neologismo orrendo che mi invento per spiegare che sì, da qualche parte, deve esistere qualcuno che pratica l’astinenza sessuale e l’ha praticata, ma che si tratta di una questione di spazio e non di tempo: io mi immagino che in alcuni conventi, in alcuni monasteri e in alcune case da qualche parte nel mondo ci sia qualcuno che pratichi l’astinenza sessuale. Questa però non è una regola: è o una pratica privata o un precetto di qualche ordine. Non è e non può essere un diktat antropologico. Sia come sia, però è evidente che questi astinenti non vivono nella maggior parte dei villaggi e delle città africane, così come non vivono nella maggior parte dei paesi e delle città europee, americane e asiatiche. La Chiesa deve insomma rendersi conto che nel mondo normale la gente scopa e non sempre a scopo riproduttivo: la gente scopa perché scopando celebra l’amore e il piacere e nessuno riuscirà mai a convincermi che questo sia un male. La Chiesa non può opporsi alla natura, per quanto «inaccettabile» sia.
Nel corso dei millenni, la Chiesa è scesa a patti con tutto e ha mostrato la capacità di adeguarsi (benché con lentezza e con quel suo modo sempre arrogante e pachidermico) ai costumi dei tempi: tutte queste pratiche di adeguamento, però, a ben vedere hanno sempre escluso i corpi. I corpi umani e animali sono, nella considerazione della Chiesa, delle macchine riproduttive e di preghiera per cui ci sono soltanto regole e precetti e mai concessioni. La morale religiosa è conciliante con tutto fuorché con la sessualità e con i succhi corporei. Il fatto che siamo carne, sangue, nervi, cazzi, fiche, braccia e che tra le facoltà che ci governano ci sia anche quella cosa chiamata lussuria è qualcosa che la Chiesa non è mai riuscita ad accettare. Il corpo si reprime, si fustiga, si umilia in nome dell’anima e di un Dio che, però, come mi dicevo io da bambino uscendo da catechismo, se mi ha fatto anche il pisello e mi ha dato la lussuria vorrà pur bene anche a quelli, no? La Chiesa cattolica ha accettato e accolto, nei millenni, l’omicidio, il fuoco, le guerre e le invasioni, ma non accetta lo sperma e la sua dispersione. Ultimamente ha riaccettato di accogliere dei negazionisti nel suo seno, ma non accetta la sessualità: in pratica, per la Chiesa cattolica, è in questo momento meno grave negare l’Olocausto che scopare disperdendo il seme.

La vergogna della scomuniche piovute su medici che hanno salvato la bimba brasiliana, messa incinta a nove anni da un mostro che gli fa da patrigno, nasconde una forma d’odio per la vita e per i corpi che mi fa rabbrividire: tu non devi essere toccato quando sei embrione, dice la Chiesa, ma una volta che il tuo corpo vaga per il mondo non conta più niente, sei tutta anima, per cui il fatto che qualcuno ti spari del seme nel ventre a nove anni non conta, è un dono di Dio e lo devi accettare e amare e rispettare, e quello che hai nella pancia è comunque una forma di vita, un’altra possibilità di lode a Dio e di redenzione. La Chiesa ama i progetti di uomo, i feti e gli embrioni, e se ne fotte delle atrocità commesse contro chi ha nove anni. La scomunica contro i medici che hanno aiutato a vivere questa povera creatura violentata e umiliata non è stata revocata. Ma anche loro hanno difeso una vita: una vita di nove anni!

Del pezzo di Adriano Prosperi mi turba e mi colpisce il finale: «Il corpo della donna resta ancora per questa Chiesa un contenitore passivo di seme maschile, un condotto di nascite obbligatorie, segnato dal marchio biblico della maternità come sofferenza. L’anima di una bambina brasiliana o di una donna camerunense è meno importante di quella di un vescovo antisemita e negazionista». Non l’anima, mi viene da dire: il corpo. Il corpo della donna è una sorta di condotto, è un contenitore di sperma; è l’involucro dentro cui si sviluppa e prende forma una vita che però, una volta che sarà immessa nel mondo, dovrà adattarsi a subire qualunque tipo di atto con passività e abnegazione in nome di quella cosa chiamata «vita» - di cui vorrei a questo punto una definizione puntuale.

C’è tutta una scala di valori – o almeno questo è il messaggio che mi passano le parole del papa e gli atti più recenti della Chiesa in materia di corpi: la violenza sessuale è meno grave dell’aborto: è in qualche modo un dono di Dio, perché attraverso di essa è comunque veicolata la possibilità di ospitare un embrione; l’epidemia di AIDS è meno grave della dispersione del seme, perché ciò che conta è non impedire, attraverso guaine di lattice, l’inondazione del ventre. Ovviamente un prete mi direbbe che quest’ultima frase non ha senso, perché la Chiesa non incoraggia il contagio e anzi, predicando l’astinenza, taglia alla radice qualsiasi possibilità di infezione e pure di dispersione. Ma, torno a dire, i corpi si incrociano: lo fanno i batteri, gli insetti, le piante, le specie animali, e lo fanno pure gli uomini. La Chiesa deve accettare la sessualità e deve cambiare la sua visione anticorporea.

Chi negli ultimi anni si è trovato a passeggiare per il centro di Milano avrà visto che il duomo è stato per lungo tempo avvolto dalle impalcature per dei lavori che gli hanno restituito quel bianco di cui negli ultimi tempi avevamo perso la memoria. Avrà anche visto che queste impalcature erano sostanzialmente invisibili: le ricoprivano una serie di enormi cartelloni pubblicitari. Ora, cosa c’entri la pubblicità della Nokia con la parola di Dio io non arrivo a capirlo; ma soprattutto non arrivo a capire come sia possibile che la curia milanese abbia accettato che le immagini raffigurate su questi cartelloni pubblicitari rappresentino corpi maschili e femminili seminudi in pose che a chiunque richiamano atteggiamenti sessuali, ammiccamenti e pose lascive. Attraversando la piazza, era impossibile non fermare lo sguardo per almeno un istante sul solco tra le tette della modella x, o sullo spacco della modella y, o sul rigonfiamento puberale del modello z. Negli stessi anni, questi, la battaglia condotta contro i corpi dal Vaticano ha avuto un’evidente recrudescenza, di cui i casi che ho appena menzionato sono solo quelli più recenti. Come si conciliano questi due atteggiamenti? Perché, da una parte, la Chiesa condanna i corpi e le loro attività e, dall’altra, me li mostra nella loro effigie più attraente e sessualmente stimolante in nome di un finanziamento?

La dichiarazione di Ratzinger è una dichiarazione potenzialmente stragista. È molto facile smettere di rifornire le popolazioni africane di preservativi e interrompere le campagne di sensibilizzazione sull’uso dei profilattici. La gente, però, continuerà a scopare. Io posso solo sperare che nessun abitante dell’Africa, in questo momento, stia realmente ascoltando quello che dice questo vecchio conservatore e inascoltabile, e che le parole del papa non diano nuova linfa a tutti quei movimenti vergognosi che ne fanno una bandiera.

Chiudo riportando un notizia che non mi pare abbia avuto grande eco nei media nazionali: nello stesso giorno in cui, sull’aereo che lo portava in Camerun, il papa diceva quello che ha detto, uno studio statistico americano ha pubblicato i dati sulla diffusione dell’HIV nella città di Washington D.C.: ebbene, circa il 3% della popolazione sopra i 12 anni è sieropositivo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera l’1% la soglia oltre la quale si può parlare di epidemia. Washington è una piccola metropoli di circa 600.000 abitanti, che diventano però quasi 7.000.000 se si considera l’area metropolitana. Il 3% della popolazione può voler dire, allora, che gli infetti sono 18.000 oppure 210.000. In entrambi i casi la cifra è spaventosa, e i ricercatori dicono che va comunque considerata per difetto, perché le rilevazioni si basano sulle statistiche ospedaliere e su interviste a campione, e non tutti gli intervistati hanno accettato di rispondere a tutte le domande. C’è sempre, poi, chi è sieropositivo e non lo sa ancora. Le infezioni interessano le fasce più povere della popolazione, che sono quelle più inconsapevoli ed economicamente meno attrezzate. Tra le ragioni possibili di questa epidemia cittadina c’è il crollo dell’informazione sanitaria: semplicemente, se io sono cresciuto, negli anni Ottanta e Novanta, con il terrore dell’AIDS per le campagne che ci facevano nelle scuole, per le raccomandazioni di mia madre e in generale per quel clima di attenzione che i media avevano creato nei confronti della malattia, oggi come oggi le persone sono tornate a credere che l’AIDS sia un problema degli omosessuali o dell’Africa nera.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 19 marzo 2009