Confessione

Giacomo Verri



Sofìo Berleffi cammina veloce con l’auto per andare a prendere il sacramento della Penitenza: domani porta Martina in isposa. Mentre viaggia, pensa e ascolta un CD che gira da qualche settimana, forse un mese. Ne è stufo ma la pigrizia finora gli ha impedito di cambiarlo.

Certe frasi delle canzoni, quelle che ha imparto a memoria, le canta con la bocca larga e i suoni forti; le altre le porta nella voce senza conoscere bene il testo. Pensa, mentre fa andare il capo per seguire il ritmo, che le bugie sono un dono di Dio. Che la verità è bella come il corallo ma è meglio lasciarla sott’acqua: se sale, il vento la vìola e la corrompe. Che la pelle sta ai visceri e alle budella come la menzogna alla verità. Che la bellezza è un po’ ambigua e ingannatrice. Che i nostri occhi sono bagnaticci come le interiora, e infatti sono dentro di noi né più e né meno come la polpa dell’intestino. Solo che Dio ce li ha messi un po’ fuori dalla testa e ha fatto le palpebre come una specie di saracinesca che ogni volta, chiudendo, umetta la carne del bulbo perché quella deve stare bagnata: fa parte del dentro.

La pelle, che è asciutta e compatta e ben stesa, si adopera per mentire: è un sacco che contiene le schifezze: l’alito, la cacca, il succo seminale, il sangue, i liquami, la poltiglia degli organi molli, le ossa con i muscoli attaccati, caldi, sciropposi, variamente rosa: il dentro è ciò che sono davvero, pensa Sofìo mentre canticchia felice. Come gli occhi, altre porte del nostro corpo mettono in comunicazione il dentro con il fuori: i buchini delle orecchie, i buchini del naso, il foro della bocca, il tubetto del pistolino, la strettura del culo. Le femmine al posto del foretto capillare del pene hanno l’incavo della vulva, pensa, e gli viene in mente la sua sposa.

La giornata è della primavera inoltrata, della fine di maggio. Sofìo non ha le idee chiare: sta cercando di fare luce, di mettere insieme una teoria. Quasi per gioco: e gli scoccerebbe di non finire prima di sedersi nel buio del confessionale. Dunque, dice abbassando il volume della musica, se è vero che il fuori è la menzogna e il dentro è la verità, queste porte del corpo che funzione hanno? Prima di tutto, pensa divertito, di lì ci passa roba sia in uscita sia in entrata. Poi pensa al culo e dice no, scuote la testa. Ma subito dopo gli vengono alla mente, in sequenza, un uomo che sodomizza un altro uomo, le supposte e il termometro, un uomo che sodomizza una donna, una serie di oggetti che qualcuno forse ha provato a infilarsi lì. Bene. Anzi no, perché nel pisello non entra niente. Tranne il catetere. Fa male ma ci entra. Ci siamo, il transito è a doppio senso. Dagli occhi escono le lacrime, entrano i colliri e le immagini. Delle volte la sabbia o un dito. E il dito entra spesso nelle narici (sembrano fatte apposta, pensa Sofìo), e ci entrano gli spray per il raffreddore, i fazzoletti attorcigliati per strappare le caccole più tenaci, raramente la gomma in fondo alla matita quando si studia, e esce il muco più o meno solido (una volta, vomitando, era passato via anche un pisello verde smeraldo). Dalla bocca entra e esce una quantità di cose che non si fa presto a dirle tutte: cibo, bevande, spazzolini, fili interdentali, sciroppi, saliva, dita che staccano pezzi di cibo incastrati, leccalecca, cicche, sigarette, dettagli o brani interi di organi sessuali, seni, fili d’erba, pastiglie, colluttori. La bocca, considera Sofìo, è un vero problema da affrontare con calma, se si vuole far venire fuori una teoria ben fatta.

In quel momento telefona Martina per chiedere a che punto è. Per strada, risponde, dieci minuti e ci sono. Riattacca. Lasciamo stare la bocca, dice. Restano i buchi di sotto. Del pene ha già pensato che serve principalmente a buttare fuori roba liquida: piscio, sperma e a volte sangue. Dal culo esce la cacca e, se hai qualcosa che non va, il sangue. Dal sesso femminile esce la pipì e il mestruo e entrano il sesso maschile oppure degli altri oggetti.

Allora: quello che entra nel corpo serve a dare piacere o a curare o a nutrire. Sofìo si sente abbastanza certo di poter raggruppare piacere, cura e nutrizione sotto un’unica categoria che è quella del Bene. Negli occhi entrano le immagini e noi ci volgiamo con naturalezza a quelle che ci piacciono e fuggiamo quelle spiacevoli. Dal naso entra l’aria buona oppure una medicina, o un dito che ci soddisfa nella sua ricerca. Nelle orecchie entrano la musica e le belle parole (per il resto ce le tappiamo sia realmente sia metaforicamente), o il cottonfioc per pulire e quindi per sanare. Nella bocca entrano un sacco di cose buone, non c’è niente da dire. Nel sesso della femmina entrano delle cose che danno piacere, nel sedere (per chi lo desidera) anche. Nel pisello no. Quindi è l’eccezione confermante la regola.

Da dentro, pensa rinfrancato, escono le sporcizie o ciò che è in eccesso, il Male insomma: lacrime, secrezioni filanti delle mucose, cerume, pipì, sangue, escrementi. E la pappetta seminale? Sofìo è scocciato da questo inconveniente. Poi pensa, però, che se il suo liquido fa la strada giusta rientra subito nel caldo del ventre di Martina. Perfetto. Ride e alza di nuovo il volume della musica. È ormai certo che gli esseri umani si mettono dentro al corpo qualcosa di buono perché il dentro è migliore. E buttano fuori le schifezze perché l’esterno è peggiore.

Però se adagiassimo su un tavolo una persona e la tagliassimo in due, il dentro ci farebbe schifo mentre il fuori ci piacerebbe molto di più. Perché? pensa Sofìo. Siamo più autentici dentro o fuori? È più buono il brutto di dentro o il bello di fuori? Dentro o fuori? Cazzo, pensa, sono quasi alla Chiesa. Alla prima a destra svolta e torna indietro per prendere tempo.

Dentro siamo veri e fuori siamo finti. Sì, ecco. Fuori ci trucchiamo, ci vestiamo, fingiamo di essere diversi. Dentro siamo più o meno tutti simili. Mandiamo dentro le cose buone perché la natura, o Dio, hanno disposto così e noi non ce ne rendiamo neppure conto. E stiamo gli anni a pensare a come siamo fatti di fuori. Non consideriamo mai che l’esterno è il brutto, che il nostro corpo è un sacco da cui colano fuori diversi spurghi.

Però, pensa Sofìo, abbiamo bisogno di questa finzione del corpo esterno. Se fossimo un sacco trasparente al cui interno si vedono galleggiare gli organi, e il sangue, e le ossa, ci parrebbe di essere tutti uguali. Invece all’uomo piace apparire diverso. Per cui si veste, si trucca e parla. Anche le parole vanno fuori dal corpo e sono un po’ delle schifezze (ma non sempre, perché tante volte entrano anche, e fanno il bene). In ogni caso, quando stanno fuori, sono ingannevoli e imprecise. Sofìo si immagina le parole degli uomini come degli alberi conficcati nel corpo. L’uomo è sommerso da una foresta di parole che si diramano senza moderazione. Solo alcune genuine radici riescono a entrare dentro alla carne e a stare ferme lì. Forse quando si dice ho fame, ho sete, sonno, pipì, cacca, ti odio, ti amo. Ma bisogna fare attenzione. Le parole tendono a crescere e a moltiplicarsi all’infinito fuori dalla persona. Si sdoppiano, si decuplicano, s’inmillano.

Anche a Sofìo piace coprirsi di vestiti e di parole. Anche a lui piace curare il fuori. Tanto al dentro ci pensa Dio o la natura. Anzi, se anche il fuori fosse sincero come il dentro, faremmo schifo, pensa Sofìo. E io neppure vorrei avvicinarmi a Martina, né lei a me. La specie umana si sarebbe estinta da un pezzo. E non solo per una questione estetica. Se infatti le mie parole fossero sincere, direi tantissime cose cattive e spietate e incredibili. Pronuncerei delle parole che probabilmente resterebbero solo parole ma ferirebbero come punte. Oggi stesso racconterei a Martina che a volte l’ho odiata, che ho pensato di uccidere suo padre, che il vestito che mi ha regalato per Natale mi fa venire il vomito, che ho visto per strada una ragazza, che avrei voluto fermarla, toglierle le mutandine e prenderla sul porfido bollente, che quando è morto il suo gatto a me scappava da ridere, che mi fanno schifo le patate al forno che si ostina a cucinare. E tanto altro.

Nel costruire questa teoria, Sofìo non ha dimenticato i bambini, che escono numerosissimi dal sesso generoso delle donne. Escono, certo, ma non sono degli scarti come la cacca e la pipì. Dice, facendo sì con la testa, che i bambini sono inventati e creati totalmente di dentro, nel Bene. Sono il Bene per eccellenza, il Bene sommo. Perché escono allora? Non lo sa con esattezza. Forse perché sono vivi, come la sua zuppa seminale, mentre gli escrementi no. Forse perché Dio o la natura inseguono di continuo il perfezionamento del creato e immettono nuovi esseri umani, fatti di dentro, e quindi nel Bene, per vedere incessantemente se riescono a migliorare il fuori, cioè il Male. Forse perché l’umanità ha bisogno, per non cedere al baratro del Male, di nuovi messia che ci ricordino della bontà del dentro. Forse. Sofìo mette le labbra in tondo: è il suo modo per dire che una cosa non lo convince.

Spegne la musica, è quasi arrivato. Il perché i bambini escano non lo sa dire. Sa che sono belli pure fuori. Pensa ugualmente che la sua teoria funzioni, e che allo stesso tempo ci siano delle cose straordinarie e inspiegabili. Pensa che abbiamo davvero bisogno anche dell’esterno.

Perciò adesso entrerò in Chiesa, dice Sofìo con convinzione, e farò tutto quello che uno sposo deve fare. Perché mi piace e perché voglio così. Perché la mia sposa la amo. E avremo dei figli. Dirò le mie bugie bellissime, come le dirà Martina, come le dirà il don. Come le diremo domani.
Sì, questo è Bene.
Sì.
Sofìo spegne il motore, apre lo sportello dell’auto e si fa scendere in faccia i raggi del sole.
Scorge sullo scalone dalla Chiesa la sua Martina. È felice.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 6 giugno 2012