Canti del caos

Antonio Moresco



"… Ci pensavo oggi, mentre mi spostavo lungo le ferite di queste strade che sono state aperte nella crosta terrestre, e che hanno gettato in alto tutte queste barriere infettive di grattacieli sorti in una notte dal nulla e di colonne e di torri, e guardavo quei microbi a ruote che correvano sugli enormi nastri delle strade a quattordici corsie. ’Ce la farò?’ mi dicevo. ’Ce la faremo?’ E intanto tastavo con le mani, col mio progetto, col mio sogno di mani la pistola che porto sempre con me. Perché Chongquing 3 è armato, è bene che lo sappiate fin dall’inizio, qui dentro!
(…)
E intanto andavo verso la casa dove vive la mia gazzella. E vedevo dalle parti le persone sedute immobili dietro le vetrine delle lavanderie, a guardare gli oblò delle lavatrici, in attesa di aprirle e di ficcarci dentro le mani, le teste, dentro quell’occhio immobile e molle del ciclone, conficcarle proprio là in fondo, là dentro, nel citoplasma. ’Dove sei? Dove sei?’ mi dicevo pensando a lei, mentre mi dirigevo verso la sua torre. (…) ’Mi sto già conficcando o mi conficcherò dentro di te, nel tuo citoplasma? E, se non posso parlare, non parlerò. Ma entrerò a capofitto dentro di te, e allora comincerò, ricomincerò.’ Come quando ti ho vista per la prima volta di fronte a me, sullo stesso filo dell’orizzonte con me. Camminavi verso di me, anche se non sapevi cos’era me, e la tua testa era così bella e così trasparente che sembravi acefala. Vedevo attraverso la tua testa tutti quei corpicini di cristallo e di ossa che si spostavano attraverso le viscere delle strade del quartiere di Longhiu, con le sue vetrine cerebrali che si accendono nella sera e il pulviscolo di speranze di corpi che muovono nel silenzio palpitante le bocche dentro la luce. Avevi i capelli tenuti da un fermaglio così colorato che non saprei dire di che colore era. Si vedeva, al termine della scriminatura, una peluria di capelli ancora bambini all’inizio della fronte accesa dal di dentro come una lanterna di carta.
(…)
E intanto mi spostavo così. Duemila chilometri di strade. Duecento chilometri di binari sopraelevati. Tutti questi nastri sospesi che corrono come infezioni e come sogni. ’Dove sei? Dove sei?’ mi dicevo. Mentre mi spostavo in quella poltiglia verticale, lungo le rive dello Yangtze, in questa città irreale, a non molti chilometri di distanza dalle Tre Gole, con le sue immense masse liquide immobili, immobilizzate. Una donna sbadiglia. Avete mai visto sbadigliare una donna in una città inventata, mentre scende il buio, in mezzo alla folla? Grattacieli, vetrine, gigantesche pubblicità in caratteri cinesi e inglesi, già accese. Bambini, se poi sono bambini, se sono già bambini. E intanto quella donna sbadiglia. Non è più giovane, ma non è questo il punto. Sbadiglia, nella sera, in questa città emersa per squarciamento dalle viscere della terra. Mi fermo di fronte a lei. Le ficco improvvisamente una mano in gola, le afferro la lingua dalla radice, dal fondo. Gliela tiro, cerco di strappargliela. Ma è dura, viscida, attaccata al resto del corpo, ancorata. Non avete idea di come sia ancorata una lingua! La donna è immobile, immobilizzata, impietrita, di fronte a me che le stringo quella bistecca nel pugno. Ha gli occhi sbarrati, non prova neanche a gridare, perché la sua lingua ce l’ho in mano io. La gente passa dalle parti, abbagliata, non capisce cosa sta succedendo a quel gruppo formato da due corpi che stanno immobili, in silenzio, l’uno con la mano nella bocca dell’altro, compenetrati. La donna mi continua a guardare, con la bocca spalancata, gli occhi fuori dalla testa, le lacrime che le colano lungo le guance. Viene da piangere anche a me. Le lascio la lingua. ’Riprenditi quella merda di lingua, se ci tieni tanto! Parla! Parla!’ le direi, se potessi parlare. Perché Chongquing 3 è muto.
Mi sono pulito la mano tutta sbavata, col fazzoletto. Ho cominciato a camminare verso la tua torre, mentre la donna alla quale avevo restituito la lingua è corsa via alle mie spalle singhiozzando e piangendo. E sarebbe questa la voce? Ed è per emettere simili suoni che ci teneva così tanto a riaverla? Mi sono annusato la mano, per sentire se sapeva ancora di saliva e di lingua. Gli uomini in divisa con le bretelle catarinfrangenti, nel buio della sera, che si prende tutto. Celeste impero! Che città è questa? Che mondo è questo? Il ponte sullo Yangtze, sospeso nell’aria, nello spazio. I negozi di giocattoli pieni di bambini, se sono bambini, se sono già bambini. Le insegne illuminate fino allo spasimo da questa luce nera, irreale, che arriva fin qui dalle enormi combustioni di materia vivente e dalla potenza che preme contro il muro delle acque immobilizzate. ’Che luce è questa?’ mi domando. ’Che strade sono queste?’ Corpi spaccati per permettere alle gambe di carne di ruotare. Stivali alti, inguinali. Camminavo e fantasticavo. Dove sei? Dove sei?"








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 17 marzo 2009