Il fiore della pianta carnivora

Teo Lorini



Brescia, 28 maggio 1974. Un bomba esplode in Piazza della Loggia, durante una manifestazione antifascista: non è la più cruenta delle stragi che insanguinano l’Italia nella prima metà degli anni Settanta, ma è quella con il più alto tasso di politicità. Muoiono otto persone. Tra loro, Livia Bottardi Milani, insegnante e volontaria al consultorio dell’Aied, dove spiega l’uso dei contraccettivi a donne di ogni età, ignare, in quell’Italia dominata dalla Dc, di qualsiasi nozione sulla maternità responsabile. Suo marito si chiama Manlio, è un operaio iscritto al Pci. In Piazza Loggia arrivano insieme, mano nella mano. Mentre fendono la folla per raggiungere il gruppo dei loro amici, un compagno chiama Manlio che si ferma per un istante, dicendo a Livia: «Vai avanti, ti raggiungo tra un attimo».
È l’ultima volta che la vede viva.
Quando prova a esprimere ciò che ricorda dell’esplosione, Manlio la descrive come lo sbocciare di uno spaventoso fiore, "il fiore della pianta carnivora".

Milano, 28 maggio 1980. In via Salaino, alle 11 di mattina un commando di terroristi è pronto a entrare in azione. A guidare il gruppetto, quasi tutti rampolli di danarose famiglie milanesi, è Marco Barbone, figlio di un dirigente della Sansoni-Rcs. Arrestato a settembre, Barbone contribuisce alla cattura di gran parte dei suoi complici e riceve un fortissimo sconto di pena. Entrato ben presto in Comunione e Liberazione, diventa il responsabile comunicazione della Compagnia delle Opere. La vittima del commando viene ammazzata alle 11.15 con 5 colpi di pistola: è il giornalista Walter Tobagi.
Sua figlia Benedetta ha tre anni.

La coincidenza della data è solo il più eclatante dei legami che uniscono Benedetta Tobagi e Manlio Milani. In comune i due hanno la stessa tenacia, la stessa meticolosità, la ricerca di obiettività e il rispetto delle regole, qualità tanto più rare in persone che potrebbero abbandonarsi all’autocommiserazione e giustificare ogni eccesso nel nome delle (troppe) ingiustizie patite. La Tobagi non è così: ne fa fede lo splendido Come mi batte forte il tuo cuore (Einaudi, 2009), in cui ha raccontato la storia di suo padre in tutta la sua delicatissima complessità e senza le semplificazioni, le omissioni e le accensioni agiografiche di molti altri racconti dei figli di vittime. Con identico rigore Benedetta Tobagi si è dedicata alla strage di Brescia, ricostruendo per i lettori la mappa che quasi quarant’anni di indagini e dibattimenti hanno permesso di compilare, strappando al buio, tra un verdetto e l’altro, sempre qualche nuovo dettaglio. Una fatica di Sisifo, scrive la Tobagi, una pietra che torna a precipitare dopo ogni verdetto viziato da un depistaggio, da un cavillo procedurale, da un’inchiesta inquinata. Eppure, diversamente dal vano supplizio del povero Sisifo, ogni grado di giudizio, ogni riapertura dell’inchiesta hanno fatto guadagnare qualche metro al masso della strage. Le prove si accumulano e la cartografia delle responsabilità si precisa, per gli storici, se non per i magistrati. Così, grazie anche all’onestà con cui la Tobagi esamina l’immensa mole di materiali assemblati in questi decenni, e alla profondità delle riflessioni con cui ne restituisce al lettore la complessa trama, possiamo entrare nella galassia della violenza fascista che seminò morte nell’Italia della prima metà dei Settanta. Raccontare la destra eversiva significa percorrere una galleria atroce: uomini gelidi, incapaci di rimorso, pronti a cianciare di ‘onore’, ‘coraggio’ e ‘amore di patria’ per poi colpire persone innocenti con l’attentato più codardo che ci sia. Protetti – e questa è un’altra sezione straordinaria del libro – da un depistaggio sistematico (e rimarcato dalla sentenza della Cassazione che ha riaperto il processo), dalla solidarietà acritica di forze dell’ordine nutrite dell’identica ossessione anticomunista che portava i teorici dello stragismo fascista ad affermare che la nuova guerra mondiale era già in corso. Pura patologia psicotica, su cui ha fatto leva una classe politica che cercava così di perpetuare il proprio dominio (ed è terrificante la rassegna dei “non so”, “non ricordo”, “non c’ero” dei democristiani che si sono alternati agli Interni, alla Difesa, alla Presidenza del Consiglio), senza rendersi conto che, come la superficie di un elastico, la società cui è stata imposta tanta violenza, avrebbe prima o poi reagito con una violenza di segno opposto. Su tutto questo la Tobagi posa il suo sguardo limpido e acuto e lo racconta con una prosa in cui brilla ciò che lei, attribuendolo a Manlio, ha chiamato “la luce sincera della perseveranza, accettazione senza rassegnazione”.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 24 febbraio 2014