Wu Ming / Tiziano Scarpa: Face Off (1a parte)

Wu Ming 1



[La seconda parte di questo intervento, che risponde a un testo di Tiziano Scarpa, si può leggere qui. Altre obiezioni al saggio dei Wu Ming sono formulate da Carla Benedetti qui]


Ringrazio Tiziano Scarpa per il suo intervento su New Italian Epic, anni Novanta e parresìa. È un testo ponderato, argomentato, non banale, pungolante. Una mosca bianca, tra le prese di posizione critiche sull’argomento. Mosca bianca che sfugge alle tele di ragno.
Sì, ci sono imprecisioni anche vistose (ad esempio, quando parla di noi Wu Ming e del nostro percorso), e troppo "wishful thinking di tre anni fa" nel trattare di Saviano e della parresìa. E ci sono le frecciate, ma va bene così: negli anni scorsi, i dardi sono volati in ogni direzione, e forse da qui inizia una nuova fase. Quel che conta è: Scarpa fa i conti col mio testo, ne scrive senza ricorrere a scorciatoie, apre spazi per un confronto.
In queste note, adotterò il modello della "piramide rovesciata": prima le questioni di fondo, poi le risposte su punti più specifici, infine le minuzie. Insomma, andremo dalla presenza dello scrittore... all’enallage, passando per Gomorra, le definizioni di "potere", la periodizzazione del New Italian Epic, gli anni Novanta, PPPP (Petrolio di Pier Paolo Pasolini) e la parola "specie" in Marx e Camatte.
Nella lettura, si vedrà che ho "sforzato" tutti questi argomenti verso un confronto tra due modi operandi. Wu Ming / Tiziano Scarpa: face off.
Chissà che, una volta mappato il divergere appariscente, non si scopra nella mappa un convergere nascosto. Se uno va a zig-zag e l’altro a zag-zig, otterremo un’alternanza di allontanamenti e incontri, di darsi-le-spalle e guardarsi-negli-occhi.

1. La carne, le ossa, i volti di Wu Ming

Nell’introdurre la sua critica all’impostazione etico-filosofica e alle strategie del mio gruppo, Scarpa fa ampio ricorso a espressioni privative:
"Senza nomi propri, senza facce, senza corpi, senza io, senza storia personale messa in pubblico e condivisa socialmente", scrive, "possiamo compiere un minor numero di atti linguistici, o compierne di meno potenti, possiamo fare meno cose con le parole, e in certi casi addirittura non possiamo compiere azioni politiche incisive"[1].
Dopodiché, definisce "Wu Ming" un nome "umbratile" in cui "le individualità tendono a dissolversi intercambiabilmente (l’iperattivo Wu Ming 1 fa parzialmente eccezione)"[2].
Sulla base di questa descrizione, ci critica per aver promosso "una pratica e un esempio che [...] non si è dimostrato il migliore possibile per un intervento attivo"[3].
Scarpa descrive la parresìa di Saviano come modello opposto e alternativo al nostro.
Su questa conclusione, sono in parte d’accordo e spiegherò il perché.
E’ il modo in cui Scarpa ci arriva a ingenerare troppi equivoci.
Ravviso soprattutto due problemi:

- il primo sta nell’inesattezza della descrizione di come opera Wu Ming, e me ne occuperò subito;

- il secondo sta nel mettere a fuoco soltanto l’inizio della traiettoria di Gomorra e di Saviano, senza prolungarla fino a oggi, e ne parlerò nel prossimo paragrafo.

A mio avviso, la descrizione erronea di Wu Ming si fonda su una doppia confusione:
a. tra nome d’arte e "nessunanza" (questo il neologismo usato da Scarpa);
b. tra "non farsi fotografare" e "non presentarsi in pubblico per dare diretta testimonianza e rendere conto del proprio operato".

Per quanto riguarda la nostra presenza e il nostro ruolo pubblico, nel dicembre 1999 – "suicidato" il progetto Luther Blissett – scegliemmo una cifra stilistica molto articolata, che i lettori hanno da tempo imparato a conoscere e "leggere".
Partiamo dal nome. Wu Ming è l’appellativo di una band, non più "umbratile" di PFM, Coldplay o Elio e le storie tese. I motivi per cui scegliemmo questo nome sono noti: omaggio ai dissidenti cinesi, critica allo scrittore-divo, citazione dal Dàodéjīng: "Wu ming tian di zhi shi" (Senza nome è l’origine del cielo e della terra).
Wu Ming è una band. Al pari di tutte le band è al contempo un laboratorio, un’officina, una bottega artigiana.
Come sovente accade, ciascun membro ha un nome d’arte e con quello firma opere "soliste" e prese di posizione individuali. Facciamo spesso l’esempio dei Ramones: il nome della band era un finto cognome, e ciascun membro aveva un nome d’arte che lo includeva: Jeffrey Hyman diventa "Joey Ramone", John William Cummings diventa "Johnny Ramone" etc. Spiega Wikipedia: "Ogni componente sceglie Ramone come cognome d’arte, al fine di dare un senso di maggior compattezza, quasi ad essere veri fratelli senza esserlo di sangue"[4].
Nel nostro caso, chiamarci "Wu Ming 1", "Wu Ming 2" etc. serve a segnalare che anche le opere "soliste" nascono dentro il laboratorio, sono figlie del confronto continuo e a tutto campo, delle discussioni, degli scazzi, di questa collaborazione e amicizia che va avanti ormai da tre lustri.
I nostri nomi anagrafici rimangono noti, anzi, sono scritti sul nostro sito ufficiale. In qualunque momento, il nome d’arte è associabile a quello anagrafico, e una firma a tutta prima "criptica" può essere ricondotta alla voce e alla responsabilità di una persona fisica e concreta.

"Dissoluzione", "intercambiabilità", Wu Ming 1 che fa "eccezione"... Immagini lontane anni-luce dal nostro percorso.
Ciascun membro di Wu Ming ha un proprio "curriculum" e una voce autoriale ben distinguibile da chiunque ci segua. La metodica, pluriennale riflessione di Wu Ming 4 sull’Eroe, che prende le mosse dal Tolkien filologo, dal Robert Graves indagatore di divinità primeve e dal T.E. Lawrence mitopoieta di se stesso (riflessione nel cui alveo si colloca anche il romanzo Stella del mattino), è seguita con passione da tante persone che la trovano più interessante dei miei appunti sul NIE [5]. La stessa cosa si può dire dei ragionamenti di Wu Ming 2 su nuovi modelli di educazione e formazione attraverso le storie, o delle cogitazioni di Wu Ming 5 nutrite di linfe e succhi d’oriente (Riccardo ha studiato in Cina e in India).
Quando parlo di "voce", non uso il termine solo in senso metaforico, ma anche letterale. Sul nostro sito c’è la sezione "Audioteca", che personalmente ritengo il vero "cuore" della nostra comunicazione sul web.
Anni fa Scarpa venne definito – credo da Carla Benedetti – "fonoautore". La definizione ci calza come un guanto, è un tratto che abbiamo in comune con l’autore veneziano.
Anche la storia personale di ciascuno di noi, quando lo riteniamo utile e significativo, viene messa in pubblico e condivisa. Valutiamo caso per caso. C’è in ballo la privacy nostra, delle nostre compagne, dei nostri figli, e già troppi scrittori parlano di risibili cazzi loro (hobby, cibi preferiti etc.), rovesciando addosso al pubblico informazioni superflue, che producono "rumore" e distolgono l’attenzione dal lavoro culturale.

Veniamo alla questione del "metterci la faccia" (e il corpo).
Negli ultimi anni abbiamo partecipato a oltre 500 incontri pubblici coi lettori tra presentazioni, conferenze, seminari, reading con dibattito, eventi indefinibili. Abbiamo battuto l’Italia (e non solo) palmo a palmo, avviando dialoghi in librerie, biblioteche, università, centri sociali, osterie, piccoli festival, circoli culturali, case private, stamberghe che sfidavano ogni nome proprio o comune, addirittura parrocchie, quasi sempre per il solo rimborso spese, cambiando treni, perdendo coincidenze, perdendoci nelle nebbie, viaggiando su stradelli comunali inghiottiti dal nulla, dormendo in sacchi a pelo o su divani da fumetto con le molle che sporgevano, scassandoci la schiena.
Scarpa sa di cosa parlo, perché la sua esperienza "sulla strada" è in fondo simile.
Dentro Wu Ming, ogni membro deve essere disponibile al confronto anche duro, a presentarsi per rispondere del suo/nostro operato, ricevere critiche e accuse, sostenere invettive e contestazioni organizzate (come accadde una volta a Genova, con tanto di volantinaggio). Fa parte della nostra missione, anzi, è la testata d’angolo della nostra missione. Sfido chiunque a dire che in questo non c’è parresìa.

Comunicazione in rete senza sosta (rispondiamo a centinaia di mail alla settimana); presenza in carne e ossa. Ecco le due polarità del nostro rapporto coi lettori.
Abbiamo scelto di disertare la tv e bandire dal nostro galateo le pose per fotografie. Il "precetto" vale per noi e nessun altro, fa parte della nostra religione privata, del nostro piccolo cargo cult. È un esercizio spirituale. Consiste nel privarci di una chance, porci un limite in modo da doverlo aggirare creativamente, spremere le meningi per compensare l’handicap. Se una direzione mi è bloccata, dovrò muovermi meglio in tutte le altre. L’udito di un cieco è più "udiente" del mio. Il suo tatto è più "toccante".
Si pensi a Carmelo Bene visto da Deleuze: C.B. portava in scena "un lavoro di ’impedimento’ sulle cose e i gesti: costumi che ostacolano i movimenti anziché assecondarli, accessori che rendono difficoltoso lo spostarsi". Questo conduceva a "nuovi gesti", costringeva alla libertà: "Il movimento della sottrazione, dell’amputazione è già ricoperto dall’altro movimento, che fa nascere e proliferare […] Si tratta sempre di liberare la vita là dove è prigioniera"[6].
Quindi: niente foto né video = inventarsi modi di apparire che valorizzino l’autenticità del momento. Per "autenticità" intendo l’aspetto qui-e-ora di un evento e la sua dimensione di reciprocità, di "mutuo comparirsi". Chi vuole vederci in volto, deve a sua volta presentarsi di persona, altrimenti nisba [7].

Se questo sia o meno un buon esempio di intervento attivo, lo lascio giudicare agli altri. Noi possiamo solo continuare a intervenire, coerenti con le nostre convinzioni.
Chiedo venia per il riassunto, ma era imprescindibile. Senza chiarire questo aspetto, sarebbe stato impossibile il confronto sulla parresìa e tutto il resto.
La prassi che ho appena descritto è una peculiare risposta a interrogativi che si è posto anche Scarpa. Sarà interessante vedere come ha risposto lui.
Prima, però, voglio occuparmi di una faccenda più spinosa.

2. Il simbolo-Saviano

Scarpa invita Wu Ming a riflettere su Roberto Saviano.
Lo facciamo da tre anni e, lo dico con la massima semplicità e trasparenza: niente più di questa vicenda ci ha convinti della giustezza del nostro approccio.
Scarpa scrive:
"Roberto Saviano ha proseguito la scrittura di Gomorra con alcuni atti transmediali. Le apparizioni in televisione, il discorso in piazza a Casal di Principe nel settembre del 2006 (a cui hanno fatto seguito le minacce camorristiche, l’appello di intellettuali e politici e l’assegnazione della scorta di polizia)..."[8]
E’ un caso che il compendio si fermi all’assegnazione della scorta, cioè poco dopo l’inizio? Da lì in avanti, la questione si fa mooolto più complessa. In quel punto c’è una soglia del dolore.
Oggi intendo varcarla. Da troppo tempo procrastino questa azione. Qualcuno si incazzerà, ma c’è poco da fare, è la parresìa.

Dall’ottobre 2006 a oggi, la storia di Saviano è la storia di un dirottamento. La voce di Saviano è stata dirottata come si fa con gli aeroplani. La voce e il volto. - Dirotta sul simbolo!
Saviano è un "personaggio", non più uno scrittore. Come scrittore è esautorato, sovradeterminato dalla Causa che rappresenta e incarna.
Saviano è un simbolo, e non uso la parola a caso. Intendo dire che è bloccato nel suo divenire, è fermo, è una fotografia, un esempio non contagioso da contemplare passivamente. L’opera Gomorra ha in sé tutto un divenire, si è appena iniziato a rifletterci sopra; l’autore Saviano, invece, è zavorrato dal peso del simbolo.
C’è un’enorme differenza tra allegoria e simbolo. L’allegoria è dinamica e aperta, già nel nome contiene uno spazio aperto (l’agorà). Difatti, si manifesta necessariamente attraverso una narrazione, per minima e poco articolata che sia (nell’Allegoria del buon governo di Lorenzetti, non c’è figura che non stia compiendo un’azione).
Al contrario, il simbolo è statico, fermo, raggelato. Si ottiene il simbolo quando si fissa, si cristallizza, si ipostatizza l’elemento caratteristico e vitale di una cosa. Se prendo il coraggio come tratto distintivo dell’impegno civile contro le mafie, e "fisso" quel coraggio in un’immagine che torna sempre uguale e si pretende sempre valida, faccio di quell’impegno un’astrazione, ne allontano l’esperienza, ne blocco il divenire.

Due esempi molto diversi tra loro:

1. Parlando delle foto della Shoah e attingendo agli studi di Barbie Zelizer, Marco Dinoi scrive:
"...invece che veicolare la singolarità della vittima, la specificità dello spazio e delle torture e dell’evento, le immagini dai campi assunsero nella grande maggioranza dei casi il valore di testimonianza dell’orrore universale. Ciascuna immagine stava per quell’offesa assoluta inflitta dalla violenza nazista e non per la singola vittima che essa ritraeva, e infatti le didascalie che accompagnavano tali istantanee potevano essere molto vaghe o addirittura sbagliate, tanto da indicare un campo per un altro: il primo e più importante bisogno che le immagini dovevano soddisfare [...] era esprimere simbolicamente l’enormità del male, e dunque di arrivare a una sorta di contenimento cognitivo dell’evento"[9].
Il simbolo allontana l’esperienza, contiene la dirompenza dell’evento. Il simbolo, anche quando non sembra, è consolatorio. Quei capannelli o ammassi di corpi scheletrici non generano empatia, perché nell’ammasso (non a caso un "gettare insieme", syn-ballein, il verbo da cui deriva la parola "simbolo") svaniscono le storie singole.
Il simbolo ci deresponsabilizza di fronte al dolore altrui.

2. La caratteristica più evidente della regalità è il portamento. C’è un linguaggio del corpo fiero e austero che è parte dell’essere un re o una regina. Le movenze solenni, la lentezza studiata etc. Questa "anima" della regalità/sovranità è stata spesso "fermata" con uno scatto, "fotografata" nell’immagine di un’aquila: non si contano i regni e imperi che hanno usato quest’uccello come riferimento.
Ecco il simbolo: ferma un movimento (in questo caso letteralmente, trattandosi di un insieme di movenze) e ipostatizza il tratto essenziale di una cosa, quello più legato al suo manifestarsi concreto.
Il simbolo è perfetto per l’autorità, è la figura retorica a cui più ricorrono i poteri costituiti, che tramite la condensazione simbolica si affermano e perpetuano. Fissando quella che vuole presentare come la propria "anima", il potere sacrifica tutti i dettagli, gli aspetti "secondari", le eccedenze (di cui invece si pasce la dimensione allegorica).
Il simbolo è la brusca semplificazione di cui il potere ha bisogno.

Tanto Gomorra è allegorico [10], quanto il volto di Saviano è simbolico nel senso esposto sopra.
Ogni foto di Saviano porta l’attenzione su Saviano stesso e la distoglie da Gomorra, anzi, da Gomorra, senza corsivo. Lo spettacolo-Saviano distanzia il mondo raccontato in Gomorra, ne allontana i vissuti, la singolarità di ciascuna storia, di ciascun dolore. Tutte le vite che il libro avvicinava sono ri-spinte via dal circo mediatico che gli sta intorno. L’incredibile, polifonico, "eteroglotta", empatogeno io narrante di Gomorra viene immiserito, ricondotto a un io monodico in cui collassano – indistinti – autore, narratore, narratore implicito e personaggio. Tutta la vibrante complessità del libro è ridotta a una sola immagine: il volto di Saviano, simbolo di una narrazione unica. Senza che lui possa più farci niente, egli sovra-appare e deresponsabilizza tutti noi, la lotta che anche noi dovremmo portare avanti viene filtrata attraverso una e una sola storia: quella di Saviano sotto scorta. Immagine/storia che - come la ripresa dell’attacco alle Twin Towers analizzata da Marco Dinoi - ne scaccia mille altre su cui viene esercitata una censura impalpabile, terribile perché automatica, involontaria. Oramai, quella vicenda può essere raccontata in un solo modo; ogni altra possibilità, ogni obliquità dello sguardo è interdetta. "Saviano è tutti noi". Vada avanti lui ché ci rappresenta così bene. Soffra lui per conto nostro, è il destino che si è scelto. Bel ragazzo, tra l’altro.
Saviano è l’uomo più strumentalizzato d’Italia.

Tanto Gomorra è atto parresiastico, quanto la voce di Saviano è rimasta invischiata tra scelte fatte più in alto, politiche d’immagine e "stato delle cose" realpolitiko: Saviano con Shimon Peres con Donnie Brasco con Salman Rushdie con Veltroni, Saviano alla scuola di formazione del PD nel Mezzogiorno e così via.
Dev’essere ben chiaro che Saviano non può comportarsi in altra maniera: ha davvero bisogno di questa ossessionante presenza pubblica, di questo over-statement di solidarietà anche pelosa, perché gli garantisce incolumità. Il paradosso è che, dietro il cordone sanitario, lo scrittore svanisce e resta solo il testimonial. E’ inevitabile, si pensi a Rushdie: per molto tempo non si è più parlato dei suoi libri, ma soltanto del pericolo che correva dopo la Fatwah. Solo negli ultimi anni Rushdie si è ri-conquistato come scrittore.
La coperta è corta, anzi, cortissima: salvarsi la pelle o salvarsi la voce? Chi di noi non sceglierebbe la pelle? Intanto, meglio afoni che morti. Poi, si vedrà.

– Saviano... afono? Ma in che senso?
Non inganni il fatto che Saviano è presente, si fa ascoltare, scrive articoli lunghissimi su Repubblica. Li scrive in quanto simbolo, ha quello spazio perché è un simbolo. Non è ancora riuscito a ripartire come autore anziché come cliché. Rischia di finire nel novero degli "autori di un solo vero libro".

Nell’autunno del 2006, pochi giorni dopo l’exploit di Casal di Principe, Marco Rovelli coniò un verbo: desavianizzare. Parlò della necessità di "desavianizzare Saviano". L’espressione fu ripresa da alcuni commentatori, ed è stata usata anche in seguito (ad esempio, da Giuseppe Genna) [11]. C’era già, in nuce, la riflessione che ho appena fatto.
Scrive Scarpa: "un nome e cognome, una faccia, un corpo coinvolto e immerso in una storia personale e comunitaria locale ben determinata, un io che si è fatto garante di quelle parole, di quei fatti, a rischio della sua incolumità personale, parresiasticamente"[12].
Tutto questo è oggi soffocato nel simbolo.
Saviano dovrà lottare con le unghie e con i denti per ri-conquistarsi come scrittore. Sarà un processo doloroso, e spero che tutti noi - i suoi colleghi - facciamo il possibile e l’impossibile per aiutarlo.

Nell’esito (spero momentaneo) del caso Saviano, noi Wu Ming vediamo tutto quanto abbiamo sempre giudicato inauspicabile [13]. Quindi, Scarpa ha ragione, ma per motivi diversi da quelli che espone.
Del resto, penso che nemmeno Scarpa ritenga auspicabile quel decorso, avendo più volte dichiarato di non credere nella rappresentatività:
"Non leggo e non comunico con gli altri cercando qualcuno che mi assomigli o mi rappresenti; leggo gli altri, comunico con loro proprio per conoscere la loro diversità, la loro singolarità irriducibile!" [14]
Proprio ciò che nel simbolo - stadio supremo del rappresentativo - svanisce.
E poi: Scarpa, proprio come noi, non sopporterebbe di essere bloccato nel proprio divenire di autore, nemmeno per un minuto. E, dovendo scegliere, sono certo che anch’egli preferirebbe alla staticità del simbolo il dinamismo dell’allegoria (come in Groppi d’amore nella scuraglia).
E dunque?
Dunque prendiamolo con le pinze, questo discorso sulla parresìa, perché rischiamo di ritrovarci lontanissimi da dove volevamo arrivare. Il modello da proporre non può, non deve essere il Saviano reduce dell’exploit di Casal di Principe. A meno che uno non voglia smettere di fare lo scrittore. Ma in quel caso, saremmo fuori dai confini di questa discussione.

Qualche mese fa, dopo che una notizia riguardante Saviano aveva sollevato l’ennesimo finto polverone, ricevetti una mail da un collega. Ne riporto uno stralcio:
"La vicenda di Roberto è stata resa, purtroppo, insopportabile. Non posso dirlo in pubblico, perché subito mi si accuserebbe di essere invidioso, ma mai come ora sento che la scelta di opacità mediatica fatta da Wu Ming a suo tempo era l’unica, vera strategia di sopravvivenza nell’infosfera contemporanea."
Dixi.

Ora urge una precisazione: parresìa non vuol dire assenza di retorica. Uno dei più grandi parresiasti del 20esimo secolo fu Malcolm X, il quale fu anche uno dei più grandi retori. Di più: fu un grande parresiaste perché fu un grande retore. La sua testimonianza fu tanto più scomoda quanto più diveniva efficace, e diveniva sempre più efficace perché Malcolm era un grandissimo comunicatore, sapeva sempre a quali retoriche ricorrere per gridare meglio la verità, ed ebbe il coraggio di ricorrervi, spingendosi sempre più in là e pagando con la vita.
Troppo spesso si confonde la retorica con la sofistica o addirittura con la menzogna tout court. Qui mi rifaccio a uno dei miei maestri, Agostino, il quale nel De Doctrina Christiana scrive:
"Poiché con la retorica si può persuadere tanto del vero quanto del falso, chi oserebbe dire che la verità debba trovarsi inerme in chi la difende contro la mendacia? Vale a dire: perché mai coloro che cercano di persuadere delle falsità dovrebbero, con sapienti preamboli, rendersi l’uditore benevolo, attento o docile, e gli altri non dovrebbero saperlo fare? Perché quelli dovrebbero riuscire a dire il falso con brevità, chiarezza e verosimiglianza, mentre chi dice la verità dovrebbe farlo in modo che l’uditore si annoi, l’argomento non si capisca e, di conseguenza, non sia piacevole il credere? [...] l’argomento che dobbiamo affrontare è quello dell’eloquenza, che ha grandissima influenza nel convincere tanto delle cose buone quanto di quelle cattive. Perché dunque i buoni non la studiano con zelo per combattere in favore della verità, visto che i cattivi ne abusano per cause malvagie e vane, al servizio dell’iniquità e dell’errore?" [15]

Questo è il viatico per giungere a Gomorra, al libro.
Non subito, però. Prima torniamo alla poièsis di Scarpa, al suo percorso, alle sue risposte ai quesiti sulla presenza dell’autore.

[Continua - Nella prossima puntata:
La carne, le ossa, il volto di Tiziano Scarpa. L’io e le retoriche di Gomorra. A-t-on-lu Foucault? Potere, periodizzazione, rimozione degli anni Novanta. Varie: petrolio, l’enallage, etc.]


Note

1. Tiziano Scarpa, "L’epica-popular, gli anni Novanta, la parresìa", p.13 della versione in PDF, qui nella sezione Biblioteca di questo sito].

2. Ibidem.

3. Ibidem.

4. it.wikipedia.org/wiki/Ramones. Il fatto che la band non sia stata all’altezza di tale dichiarazione, è un altro paio di maniche, e una faccenda che qui non ci riguarda.

5. Cfr. Wu Ming 4, "Da Camelot a Damasco", lecture tenuta da Wu Ming 4 all’Hammam Al Malik Al Zahir, nella Città Vecchia di Damasco, il 17 Ottobre 2008, (qui); Wu Ming 4, "Un giorno a Maldon: il campo di battaglia e la parola magica", Carmillaonline, 10 marzo 2009, (qui).

6. Deleuze, "Un manifesto di meno", in Bene-Deleuze, Sovrapposizioni, Quodlibet, 2002.

7. Contrariamente a quanto afferma la leggenda, nostre immagini esistono e circolano. Chiediamo sempre il favore di non scattare foto o fare riprese, ma non possiamo impedirlo. Del resto, in che modo potremmo farlo? Sequestrando apparecchiature all’entrata, come Guidobaldo Maria Riccardelli al cineforum aziendale?

8. Tiziano Scarpa, op. cit. p. 11

9. Marco Dinoi, Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema, Le Lettere, Firenze, pag.68.

10. Sull’allegoria in Gomorra, si veda il paragrafo 5 di questo testo.

11. Cfr. Giuseppe Genna, "Desavianizzare Saviano", giugenna.com, 16 ottobre 2008, (qui)

12. Tiziano Scarpa, op. cit., p. 14

13. Quel che è inaccettabile è che nella critica dell’esito vengano trascinati, retroattivamente e senza discernere, anche il libro e il lavoro che ne precedette la stesura, come ha fatto di recente il sociologo Alessandro Dal Lago, prontamente rintuzzato da Girolamo De Michele e altri. Cfr. G. De Michele, "Quelli che Gomorra è sbucato dal nulla. Il metodo-Gomorra e l’alitosi della ragione" (qui), Carmillaonline, 30/11/2008.

14. "Fantasia combattente", Tiziano Scarpa intervistato da Linnio Accorroni, "Stilos. Il quindicinale dei libri", anno VIII, n. 9, 25 aprile - 5 maggio 2006.

15. Agostino, De Doctrina Christiana, libro IV, 2, "Rhetorica facultate christianum doctorem uti convenit", traduzione mia.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 16 marzo 2009