Free Italian Epic

Carla Benedetti



Passano gli anni e la domanda resta: cosa succede nella letteratura italiana? Fino a poco tempo fa la maggior parte dei critici diceva che non succedeva niente e nemmeno poteva succedere più niente, essendo venute meno le condizioni storiche. I narratori non sapevano più raccontare il mondo, la poesia era in declino, la letteratura era finita in un’impasse epocale [1]. Intanto continuavano a uscire libri nuovi e straordinari. Perciò quel verdetto di fine, travestito da alto lamento sulle sorti delle umane lettere, mi è sempre parso un vero e proprio tradimento dei critici, consumato all’ombra di ideologie postmoderne ma virate al mortuario come la "fine del nuovo" e l’obbligo per gli scrittori di non prendersi sul serio. Forse non c’è mai stato in Italia periodo più infausto per esordire.

Come si saranno sentiti in quel clima tutti quegli scrittori che invece prendevano la letteratura terribilmente sul serio? Secondo Antonio Moresco si stava come "un sepolto vivo che sente passare e parlare sopra di sé: "No, non c’è più nessun vivo, è stabilito, è deciso, non è possibile che ci sia più nessun vivo…". Lo scrive in Lettere a nessuno (la cui prima parte uscì nel 1997), libro sghembo, un memoir, come lo chiamerebbero gli anglosassoni, che parla dell’Italia post-68, delle illusioni, dei sogni e delle ferite di un’intera generazione di militanti. E anche un libro coraggioso per un esordiente, perché racconta il suo corpo a corpo con quel "galateo della morte" e con i loro funzionari, critici e addetti all’editoria, chiamati con i loro nomi (alcuni dei quali se la sono legata al dito). Per questa eccentricità di sguardo e di voce, già saltata oltre il postmoderno, e per la grande gittata dei suoi romanzi (Gli esordi, Canti del caos I e II) Moresco è stato accusato di essere "ambizioso", di mancare d’ironia, di credere troppo nel potere della parola.

E oggi? Finalmente si riconosce che nelle patrie lettere qualcosa succede. Ma poiché in Italia, come nel marketing, non si fa niente senza dare etichette (le etichette piacciono e semplificano il lavoro ai giornali, agli editor e agli stessi critici quando scrivono le storie letterarie), si è posto il problema di come battezzare questo nuovo corso.

Qualcuno lo chiama "ritorno al reale" (Ranieri Polese in "Almanacco Guanda" 2008) o "ritorno alla realtà" (Raffaele Donnarumma nel n. 57 di "Allegoria", che contiene anche un questionario con risposte di scrittori). Altri "nuova epica italiana" (Wu Ming, New Italian Epic, Einaudi Stile libero).

Tra queste formule non ho dubbi su quale preferire. Com’è mesto il "ritorno al reale". Fa pensare a una letteratura intristita dentro a un piccolo ruolo sociologico o cronachistico-mimetico e a scrittori che dopo essersi guardati a lungo l’ombelico (che falsificazione) ora guardano i telegiornali. Come se tutto l’interesse della letteratura stesse nei contenuti sociali o storici che vengono inseriti nelle fiction (magari, per il resto, clonate sugli standard narrativi più usuali e normalizzati). O come se del "reale" non facesse parte anche il cosmo, il DNA, la "materia oscura di cui non sappiamo nulla" (Moresco, "Che fare?", in "Il primo amore" n. 5) e tutta una serie di accadimenti e di processi infinitamente più grandi o infinitamente più piccoli rispetto a quelli registrati dalla cronaca sociale e politica. E anche il saggio di Donnarumma, comunque molto più interessante di quello di Polese perché attento a una maggiore varietà di fenomeni, analizzati con acutezza e senza semplificazioni, finisce però per riproporre la categoria del realismo, secondo me troppo limitata e incapace di rendere conto di ciò che sta succedendo.

L’epica invece è parola certo non nuova ma euforica: evoca apertura, vastità di orizzonti, grandezza di scrittura e d’impresa, e soprattutto accende un’idea di letteratura più potente. E infatti il collettivo Wu Ming parla di opere "ambiziose", "eccentriche", scritte con "sguardo obliquo", "azzardo" e ritrovata "fiducia nel potere della parola", di fronte a "problemi di dimensioni epiche" come "le sorti di popoli, nazioni, addirittura dell’intera umanità". Parla anche di "oggetti narrativi non identificati", suggerendo aperture oltre l’odierna egemonia della fiction, che vorrebbe gli scrittori ridotti a "finzionari", meri "erogatori di finzioni" (come scrive Tiziano Scarpa in Batticuore fuorilegge, "manuale di combattimento" a uso di sognatori e kamikaze della parola).

Penso allora ai libri che più ho ammirato negli ultimi anni, diversi tra loro ma tutti carichi d’invenzione, di azzardo e di un’eguale fiducia nel potere della parola. Mi vengono in mente Dio non ama i bambini di Laura Pariani, narrazione corale su un fatto di cronaca argentina (uccisioni di bambini) dove sono i bambini stessi a svolgere le indagini; Nel regno di Acilia di Marco Balani e Tuttalpiù muoio di Albinati e Timi che portano nella narrativa la coralità e il ritmo del teatro. Penso ai libri dei "migranti" che scrivono in italiano (come Il paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi, Il buio del mare di Ron Kubati) che formano quasi una mitologia disseminata, una serie di nòstoi dove al ritorno da Troia si sostituisce la fuga dal paese d’origine verso l’Italia. Penso a Luisa e Fulvio Ervas che rasentano la genre fiction in eccentrici romanzi come Le succulente o La lotteria (un detective nano in un immaginario arcipelago nordico dove ancora risuona la passata caccia alle balene). E a libri che continuano gli schemi della fantascienza per dar vita a un’invenzione perturbante, come Sirene di Laura Pugno. Penso al grande ciclo dell’inquisitore Eymerich di Valerio Evangelisti, al picaresco al femminile di Toni Fachini (La virgola nell’orologio), al romanzo di idee Il sopravvissuto di Antonio Scurati. Ai nordafricani, alle prostitute ganesi, agli ambulanti polacchi di Altrove di Paolo Mastroianni, che attraversano il nostro paese come una foresta, per sentieri laterali controllati da mafie. A libri dal contenuto apparentemente sociale (il lavoro in azienda) che però sconfinano nell’allegoria e nella fiaba, come Cordiali saluti di Andrea Bajani. Penso al senso ctonio e minerale della storia in Verderame di Michele Mari, dove il passato torna su dal sottosuolo, dai buchi delle cantine e da quelli della memoria. E a Lettera a Dio di Vincenzo Pardini, con tutti quei pezzi di storia patria in bilico tra resistenza, lotta armata, servizi segreti e traffici occulti, tra cui si smarrisce un ragazzo in fuga sulle montagne. E ancora alla pornografia online narrata da Massimiliano Parente nella Macinatrice come una sorta di esperimento di specie, con milioni di menti, corpi e subcoscienti messi in connessione, mappati e reclutati. Penso all’invenzione totale, narrativa, poetica e linguistica di Groppi d’amore nella scuraglia di Scarpa. E a Primaverile, di Dario Voltolini (odissea di un visitatore d’ospedale); Ricrescite di Sergio Nelli (dove il diario si squarcia fino a prendere dentro i vulcani e la luna di Giove); I cani del nulla di Emanuele Trevi; Occidente per principianti di Nicola Lagioia, Scuola di nudo di Walter Siti, i già ricordati romanzi di Moresco e tanti altri.

Perciò apro New Italian Epic con attesa. Ma è subito delusione. A parte quelli di Evangelisti, di tutti quei libri non c’è traccia. Come mai? Sono tutti ancora dentro alla letteratura ombelicale e al postmodernismo stanco a cui i Wu Ming dicono di opporsi? No di certo. La verità è che ne sono state cancellate le tracce per poter ridurre tutto allo sfondo indistinto di letteratura intimistica, ironica e superficiale, su cui si staglierebbe la novità della "new italian epic" che essi propongono. Sono state cancellate le tracce anche dei libri, che a me piacciono meno ma sono "epici", di Oriana Fallaci.

Ma la delusione più grande è scoprire, dietro all’apparenza di un manifesto teorico, il volto repressivo del canone. Perché è questo che ci viene proposto: un canone, con tanto di requisiti che un libro deve possedere per rientrarvi [2]. Un canone piccolo, data l’asportazione di tante opere notevoli, e per di più su misura, tarato sul tipo di libri che scrivono i Wu Ming stessi.

Un grappolo di quattro opere, due loro, una di Giancarlo De Cataldo e una di Evangelisti ne formano il cuore. Poi l’occhio si muove intorno a scoprire libri analoghi di Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Andrea Camilleri e altri scrittori che hanno praticato la genre fiction per "andare oltre". Secondo gli autori il nuovo corso della letteratura italiana nascerebbe infatti "dopo il lavoro sui generi, dalla loro forzatura". Ma sono proprio sicuri i Wu Ming che in questi anni non si sia mosso in Italia qualcosa di grande e di alternativo al "pastiche postmodernista" partendo anche da altre zone e percorrendo liberamente altre vie? [3]

Infine vengono gli "oggetti narrativi non identificati" che a questo punto si rivelano una furbizia tassonomica: una categoria ombrello dove prendere dentro quando è il caso anche un po’ del restante - e il caso c’è quando si tratta di libri che possono portare prestigio al catalogo, come Gomorra di Saviano. Eppure Gomorra, altro libro straordinario di questi anni, la cui forza sta anche nel non essere un "romanzo criminale" alla De Cataldo, non ha forzato il noir, l’ha proprio scartato, instaurando col lettore un patto inusuale che nessuno dei libri canonizzati condivide [4].

Uno dei sette requisiti della nuova epica secondo gli autori è la sperimentazione "dissimulata" di linguaggio e stile: se c’è, il lettore non la deve percepire. Che strana limitazione. Allora Melville come avrebbe fatto a scrivere quel grande romanzo epico che è Moby Dick, o Céline la Trilogia del Nord? Forse ai Wu Ming preme scongiurare il virtuosismo verbale esibito e cervellotico di stampo avanguardista. Ma così reprimono anche il momento eversivo dell’invenzione di una forma, quello che sfonda cliché espressivi e di pensiero.

In realtà questa restrizione di libertà risponde a un’esigenza legittima ma tutta interna a un certo tipo di fiction, dove di solito la sperimentazione si spinge di più sul piano del plot che non sulla forza della scrittura. Ma perché porre questo freno alla nuova epica? Tanto più che con questa limitazione i Wu Ming si trovano in buona sintonia con le forme di scrittura già selezionate dalla logica di mercato, con le esigenze interne alla caterva di romanzi storici e saghe che l’industria internazionale del libro già propone. Non è allora la "illeggibilità" delle avanguardie che qui viene calmierata, ma la possibilità di un rapporto libero profondo e totale con la scrittura.

Così alla fine cosa resta dell’epica e della grandiosa apertura che il nome promette? Solo il fascino di un’etichetta. Come dicono i manuali di marketing, un nuovo brand deve attirare l’attenzione, suggerire i benefici del prodotto, distinguere il suo posizionamento rispetto alla concorrenza, essere facile da ricordare, facile da tradurre (e questo è già tradotto). Certo tutti i manifesti d’avanguardia finivano per creare etichette, cha in certi casi hanno potuto essere usate come dei marchi (lo si vede già con i futuristi). Ma i manifesti d’avanguardia erano proiettivi, non retrospettivi, avanzavano tendenze non liste di opere, e soprattutto erano in guerra con l’esistente. Qui invece si fa uno sforzo teorico per rendere più appealing ciò che già esiste ed è egemone.

È vero, la letteratura oggi si trova a fronteggiare "problemi di dimensioni epiche", compreso il rischio di un suicidio di specie, ma proprio per questo ha bisogno di tutta la forza della sua libertà, di aprire brecce negli schemi mentali e narrativi del tempo, non di restarvi dentro con una sperimentazione "frenata".

Perciò viva l’epica, abbasso il canone! Viva la letteratura no logo che va a germogliare dove meglio le piace, come i fiori a primavera, in territori aperti e nei posti più impensati. Viva la scrittura combattente che non «torna al reale» ma ne buca le convenzioni e va al fronte, sul fronte della parola e del pensiero, nelle zone di intensità e di radicalità, sempre poco amate in Italia ma oggi ancor più sotto attacco, scoraggiate e represse da più parti.


(Questo articolo è comparso in versione più breve su "L’espresso" n. 10, del 12 marzo 2009)


note:




[1] Il verdetto è stato formulato e ripetuto negli anni da Giovanni Raboni, Luigi Baldacci, oggi scomparsi, da Franco Cordelli, Giulio Ferroni, Alfonso Berardinelli, Romano Luperini, Pier Vincenzo Mengaldo, Goffredo Fofi, Angelo Guglielmi, Guido Mazzoni e altri, fino a diventare quasi una gag comica, come ho scritto in un articolo del 6 ottobre 2005, uscito sull’Espresso . Si vedano anche gli articoli "La generazione dei padristi" di Tiziano Scarpa e "Senza titolo" di Antonio Moresco, usciti entrambi nel 2004 su "l’Unità", in risposta a un articolo di Romano Luperini.

[2] Definizione di canone tratta da un dizionario: "catalogo di opere esemplari nel genere loro, p. es. quello compilato dai grammatici alessandrini".

[3] Questa cecità nei confronti di chi si è aperto una strada oltre il postmoderno senza passare per la genre fiction, questo silenzio tombale su tutti i rivoli fecondi che sono sgorgati negli stessi anni e anche prima in Italia, deriva probabilmente da un pregiudizio d’origine. Un pregiudizio esattamente inverso a quello di chi, nel secolo scorso, disprezzava la genre fiction per principio. Sono un po’ di anni oramai che quel vecchio pregiudizio modernista è saltato. E a farlo saltare è stato proprio il postmoderno, con il suo attacco alla distinzione tra Letteratura alta e letteratura di genere che fino ad allora aveva guidato l’assiologia della modernità. Anche in Italia la "nobilitazione" dei generi, la loro riapertura al "traffico creativo" è stata una delle conseguenze fertili del postmodernismo. Ma questo ai Wu Ming sfugge, o forse preferiscono non parlarne per non pregiudicare quell’immagine caricaturale del postmoderno che si sono posti a bersaglio.

[4] Ho argomentato meglio questa conclusione nel saggio "Le quattro forze di Gomorra". Per questo patto col lettore, Saviano si trova agli antipodi della quasi totalità delle opere inserite nel canone dei Wu Ming, ed è semmai più vicino al Pasolini delle Lettere luterane o al Moresco delle Lettere a nessuno, due libri che parlano dell’Italia da una posizione sghemba, radicale, inammissibile per i suoi galatei letterari e sociali.





pubblicato da c.benedetti nella rubrica in teoria il 11 marzo 2009