Che fare? - Stralci dalla rivista

Carlo Piazza



(...) Quando diciassettenne arrivai a Verona con genitori nordici doc, dopo 13 anni vissuti a Lecce, la splendida "Firenze delle Puglie", mi sentivo meravigliosamente spurio. Eppure, quando mi spacciavo orgogliosamente per meridionale, sentivo rispondere: «Che strano, mi sembravi normale…». Nel 1973 a Verona era pieno di eroinomani e di alcoolisti che morivano per strada, gli spritz e gli happy hour non esistevano, ma in compenso c’erano molti bicchieri degli "sfigati" di allora. Non si vedeva la coca, nascosta nei salotti-bene, e la città era piena invece di chiese (elemento che oggi non è mutato). Io la chiamai «città dell’abcd»: Alcool Bestemmie Chiese Droga. Era quello che vedevo, non mi sbagliavo, anche se poi scoprii che, come contraltare, c’era e c’è ancora molto ottimo volontariato ed associazionismo solidaristico, due facce opposte della stessa medaglia. Iscrivendomi all’università, avevo il mito della Medicina che cura e guarisce, per normalizzare (Nel 1980 uno slogan dell’OMS diceva «Salute per tutti nell’anno 2000»… che delusione); e avevo un nonno medico che mi regalò un proiettile estratto dalla gamba di un nemico e mi indicò la strada, l’uguaglianza e la tolleranza dei diversi.

Feci poi domanda di obiezione di coscienza, tra i primi a fruire della Legge che la istituiva come alternativa al Servizio Militare. Pensavo allora di avere paura della guerra, tutti i miei amici e colleghi "normali" facevano i capitani medici e io credevo di avere paura, mi sentivo un disertore, gli uomini veri erano loro…. Giocavano a calcio, facevano i paracadutisti… mentre io ero sempre più timido. Dove finiva la mia aggressività repressa ?
Allora davanti alle immagini di quelli che mi sembravano derelitti e diversi perché matti divenni psichiatra col mito della liberazione di Basaglia, («la libertà è terapeutica»). Lo penso ancora, sarò vintage ma nessuno mi ha convinto del contrario o ha proposto qualcosa di meglio.

Nel frattempo misi al mondo i miei figli e, anni dopo, li sentii troppo spesso pronunciare frasi come «quelli sono sfigati». Iniziai a diventare allora un po’ meno disinvolto. Cominciai a capire che per queste mie creature, prodotti di troppa mia aggressività repressa e capaci di intolleranze verbali, lo "sfigato" è chiunque sia diverso da loro, figli "fighi" di papà benestanti, ed iniziai ad inorridire, sentendomi anche un po’ colpevole.
Sono diventato anche uno psichiatra dello Stato, ma non so più cosa vuole lo Stato da un suo funzionario: la normalizzazione per ciò che vuole la Società, e cioè difendersi dal diverso, pericoloso, rinchiudendolo con aggressività, ritornando agli elettroshocks? Devo curare chi soffre, e a me sembra normale, o chi a me sembra matto e non soffre ? Chi ha nevrotizzato migliaia di giovani con la violenza dei massmedia o chi piange disperato per la disoccupazione ?
Meccanismi biechi e violenti di fredda aggressività, camuffata, come negazione, diniego, ipocrisia, falsità, tradimenti, abbandoni, false aspettative, promesse rinnegate. Mi interrogo spesso se devo venire a patti con chi sogghigna silenzioso, attende i cadaveri sulla sponda del fiume spremendo false lacrime e spacciandosi per solidale, ruba, nega, ritratta, falsifica, si vittimizza inventando storie ed accusando, oppure provare a curare chi non si alza dal letto per la paura di vivere, a causa di ciò che gli hanno fatto gli altri, usando questi meccanismi? (...)

Continua su Il primo amore 5 – Che fare?, Effigie, Milano 2009, pp. 240, € 15








pubblicato da t.lorini nella rubrica annunci il 6 marzo 2009