La venuta

Alexandru Potcoava



Le cose sono precipitate una domenica mattina d’agosto, quando i primi passanti di Place du Parvis Notre Dame, dipendenti dei bistrò della zona, hanno scorto un oggetto, un enorme proiettile sistemato per terra, con la punta rivolta alla cattedrale e il fondo verso la questura. Ad una prima stima, il proiettile misurava circa venti metri di lunghezza e cinque di diametro. Barman e camerieri si avvicinarono con curiosità, gli si fecero intorno una volta, scrollarono le spalle e se ne andarono ad aprire i ristoranti. Questo succedeva intorno alle sette.
Per le otto, preti e officianti della chiesa giunti per la messa si fregarono gli occhi.

"Cos’è questo?" si meravigliò il vescovo e cominciò a ispezionare lo strano oggetto venuto giù nel mezzo della piazza durante la notte. Nel frattempo, il sole già alto lo faceva brillare in modo accecante.
"Che sia il bastone di luce che ha guidato Mosè nel deserto?" propose uno dei parrocchiani che si erano adunati lì.
"Crede?" si stupì l’altro.
"Credo, normale".
"No, no. Lei crede che sia questa la guida celeste degli ebrei durante l’esodo?"
"È possibile", rispose il parrocchiano.
"Bene. E che ci fa qui?"
"È un segno dall’Alto! Il nostro viaggio sulla Terra è finito ed è arrivato il Giudizio Universale. Ho la sensazione che in qualsiasi momento si possa aprire uno sportello e che da lì appaia Gesù, che ci dica di salire, visto che noi siamo gli eletti che andranno direttamente in Paradiso".
"Dopo di che scoppierà la guerra della fine del mondo e il pianeta brucerà con tutti quelli che sono rimasti – i seguaci della Bestia", mormorò il primo.
"Ok, ma comunque chi è l’Anticristo?"
"Ha ancora importanza?"
"Ehm, sì", disse il vescovo e decise di officiare la messa all’esterno.

Gli assistenti si affrettarono a portargli tutto il necessario e il prelato benedisse il proiettile divino, che non si poteva più guardare senza occhiali da sole. I credenti cominciarono a capire ciò che accadeva e si inginocchiarono. Alle loro spalle, le prime ondate di turisti si accalcavano a scattare foto. Qualche dozzina di giapponesi assaltò la statua equestre di Carlo Magno per vedere meglio attraverso gli obiettivi delle telecamere. Erano al culmine della felicità: una cosa del genere non l’avevano vista gli amici che avevano visitato Parigi prima di loro e si lodavano di aver inquadrato tutto, dalla torre Eiffel fino all’ultimo bidone dell’immondizia.
Alle nove, la piazza antistante la cattedrale di Notre Dame era piena come non mai. I credenti chiamarono parenti e conoscenti al telefono, decine di televisori si installarono e iniziarono a riprendere in diretta, la polizia aspettava ordini, i pompieri montarono chilometri di tubo all’idrante e aspettavano in tensione che qualcosa prendesse fuoco oppure di disperdere la folla, i medici e gli assistenti dell’Hotel Dio erano pronti a intervenire con barelle e perfusioni mentre i pazienti che erano già in ospedale si affacciarono alle finestre, nel tentativo di scorgere qualcosa tra le fronde dei castagni. Scarse possibilità.
Quando la funzione cattolica si avviò alla conclusione, un folto gruppo di cittadini col cappello si spinse in avanti, seguendo il rabbino. Gli ebrei si fecero largo a gomitate e una volta raggiunto l’enorme oggetto, cominciarono a inchinarsi piegando ripetutamente la schiena. Dall’altra parte, i musulmani si fecero posto solo con lo sguardo, srotolarono i tappetini delle preghiere e si raggomitolarono con la faccia rivolta al suolo.
Nel frattempo, il vescovo fu circondato dai giornalisti a cui spiegò a cosa stessero assistendo tutti quanti in quel luogo, vale a dire, alla seconda venuta del Salvatore.

"Capisco, fece un tipo col microfono. Ma perché non ha scelto il Vaticano? Oppure, Gerusalemme?"
"Chi lo sa?" sorrise il vescovo, orgoglioso e meno enigmatico di quanto sarebbe convenuto.
Verso le undici, si erano formate processione che passavano con difficoltà, dopo lunghe insistenze, intorno all’ambasciata celeste.
C’erano ortodossi, protestanti, neoprotestanti che avevano appreso dalla televisione ciò che stava succedendo nell’ombelico di Parigi e non potevano perdere il momento.
"Crede che il Figlio dell’Uomo scenderà oggi tra noi?" i reporter assaltarono il rabbino.
"Perché lo volete sapere?" smorzò loro l’entusiasmo e scomparì.
"Cosa si aspetta da questo incontro?"
I giornalisti si trinsero intorno all’imam.
"Vedrete" sorrise quello leggermente e tornò accanto ai suoi.
"Alcuni veggenti sostenevano che il Messia sarebbe giunto in un qualche luogo ad Est. Più precisamente, in Romania. Ecco che però Lui potrebbe essere proprio qui, adesso, Come commenta?"
"Non me la prendo, assicurò un prete ortodosso tra i denti. La capitale della Romania è soprannominata Piccola Parigi, e per quanti romeni sono qui, sulle sponde della Senna, non mi meraviglierei se persino Lui avesse confuso le città, così come tutte le star mondiali dicono Budapest al posto di Bucarest. Quindi poteva andare anche peggio".
"Quindi, Gesù è come una superstar?"
"È chiaro!"
Si intromise un neoprotestante: "Ne dubitate? Per fortuna che di John Lennon o di Michael Jackson eravate sicuri! Eh, non fa niente, vi schiarirete molto presto le idee".
"Tornate a casa e riposate per un nuovo giorno di lavoro" intervenne calmo il pastore protestante. "Non succederà niente. Quell’oggetto è un gadget, e Dio non può entrare in una cosa del genere".
"Stimati cittadini" iniziò un professore della Sorbona: "Ho picchiato col dito su quella cosa, ho sentito l’eco e ho avuto conferma ai dubbi.
Tengo perciò ad assicurarvi: la trascendenza è vuota! Quindi, tutto dipende da noi".

Quando arrivò l’ora di pranzo, la Île de la Cité era sprofondata di quasi un metro sotto le decine di migliaia di persone che la caricavano, passandosi di bocca in bocca le ultime notizie che venivano dalla prima fila.
I rappresentanti del clero delle diverse confessioni si spartirono l’accesso diretto al venerabile proiettile, assicurandosi che non fosse toccato dal volgo. Le messe e le preghiere si susseguivano, fumo d’incenso si levava da tutte le parti verso il cielo terso. La città era paralizzata, nell’attesa che succedessa la meraviglia. I bistrò servivano gratis, le sigarette si dividevano tra vicini, i mendicanti allogeni onoravano con la stessa bottiglia i clachard indigeni, i confini tra religioni, nazioni, orientamenti politici e classi sociali si annullarono, per lo meno per precauzione.
Il pranzo scivolò verso il dopo pranzo e da lì, a sua volta, verso sera.
La tensione cresceva ad ogni parola o parere diffuso dal telefono senza filo della massa. Le televisioni installarono alcuni schermi giganti in diversi angoli, in cui presentavano la trasmissione in diretta. La gente fissava con un occhio gli schermi e con l’altro le telecamere che passavano nei paraggi, esplodendo in urrà nel momento in cui i registi delle telecamere dell’emittente mandavano la loro immagine. Sapevano di essere visti dal mondo intero, perciò sventolavano le mani con convinzione, senza sosta.
Di sera, lo spettacolo pubblico fu interrotto dall’apparizione sugli schermi di un individuo in completo elegante, che lesse un monotono comunicato stampa. Rappresentante di una nota azienda farmaceutica, il signore in cravatta cominciò chiedendo scusa per la confusione creata, poi precisò che l’oggetto situato di fronte a Notre Dame non è altro che una pubblicità, non convenzionale di certo, ma del tutto innocente, della nuovissima supposta lanciata sul mercato e invitò tutti a provarla.
Il PR uscì dalla trasmissione accompagnato da un coro di fischi.
Disarmata e delusa, la gente rinunciò ad aspettare qualsiasi immediata manifestazione divina, si buttò alle spalle definitivamente, o almeno fino alla successiva occasione, l’ecumenismo e tornò a casa.
Rapidamente, l’isola tornò del tutto in superficie, e la piazza della cattedrale si svuotò quasi completamente. I preti si ritirarono umiliati, sebbene in un certo modo anche soddisfatti, visto che da tutto quel caos avevano guadagnato una prova generale riuscita.
L’enorme proiettile rimase a disposizione di passanti e innamorati, che si affrettarono a scrivere a pennarello i propri nomi sulla superficie nitida e scura. Presto, il loro posto fu preso dai cospirazionisti, convinti che fosse tutta una farsa del governo e che lì dovesse nascondersi qualcosa.
Vegliarono qualche ora accanto all’oggetto, ma vedendo che non succedeva niente, se ne tornarono a dormire visto che il giorno dopo era lunedì, o meglio, un nuovo giorno di lavoro per il servizio occulto giudeo-massonico universale.
Verso la mezzanotte, nella piazza vuota sotto la luna piena, arrivò la polizia con un rimorchio e due gru, per caricare il proiettile privo di significati ultraterreni e portarlo via. Gli operai cercavano di legarlo con delle cinghie quando quello si sollevò in modo brusco e indipendente dal selciato, levitò per un po’ di tempo sulla città e scomparve in cielo senza lasciar traccia.
Dopo di che, le squadre della nettezza urbana entrarono in azione e le cose tornarono di nuovo normali.


Alexandru Potcoava è nato a Timișoara nel 1980.
Ha pubblicato poesie, racconti e romanzi. Suoi testi sono apparsi in molte antologie e su molte riviste letterarie in Romania ma anche in Croazia e in Ungheria. Ha partecipato a numerose letture pubbliche a Bucarest, a Timisoara, a Cluj, Kikinda, Belgrado e Parigi. È stato ospite dell’ottava edizione del Kikinda Short Festival e alla seconda edizione del FILTM – il festival internazionale di letteratura di Timișoara.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica racconti il 19 febbraio 2014