Mettere in scena, mettere in assemblea

Roberto Scarpa



Tespi, che secondo la leggenda è l’inventore della tragedia, si trovava ad Atene e c’era sempre una gran folla dovunque lui andasse. Solone, incuriosito dal gran parlare che se ne faceva, andò a vedere un suo spettacolo. Guardò e ascoltò con attenzione e, al termine si recò a parlargli. Era molto arrabbiato e gli domandò se non si vergognava a raccontare tali fandonie davanti a tanta gente. Tespi, stupito da questa accusa, si difese replicando che non faceva niente di male e che si trattava solo di divertimento. Ma Solone non si placò, dette un violento colpo a terra col suo bastone, e affermò che presto quel cosiddetto divertimento avrebbe infettato la vita pubblica.
Solone temeva che il teatro contagiasse il mondo intero con il virus della simulazione. Plutarco – cui dobbiamo questo racconto - pare d’accordo perché, a dimostrazione di quanto fosse pericolosa per la città l’influenza teatrale, nel paragrafo che segue ci porta imprevedibilmente nella piazza di Atene. È passato solo qualche giorno e vediamo subito le conseguenze dell’invenzione di Tespi.

Arriva Pisistrato, ferito. Sostiene di essere stato vittima di un attentato a causa delle sue idee politiche. In realtà si è ferito da solo. Il popolo però gli crede e si indigna contro i suoi avversari. Soltanto Solone comprende l’inganno e lo rimprovera: anche Odisseo si era ferito da solo, ma lo aveva fatto per ingannare i nemici; Pisistrato l’ha fatto invece per ingannare i suoi concittadini. Poi, poiché il popolo era pronto a sollevarsi in difesa di un simulatore e la democrazia era in pericolo, Solone parlò all’assemblea riunita. Quando è nella folla - disse - l’uomo smarrisce la capacità di giudicare correttamente. I cittadini avrebbero dovuto stare sempre in guardia e non credere ciecamente alle parole di nessun uomo, per quanto affascinante fosse.

Il collegamento fra i due avvenimenti gettava una luce sinistra sul fenomeno teatrale.

[...] Prese un dizionario, lo aprì e cominciò a leggere: messa in scena cioè l’allestimento di uno spettacolo, l’insieme di tutti gli elementi ideati per creare le false impressioni che appaiono sulla scena; mettere in scena cioè inscenare con l’intento di trarre in inganno. Poi passò ai sinonimi: buffonata; commedia; finzione; montatura; sceneggiata. Fino a qui il dizionario la pensava come Solone e Plutarco: la messinscena è una simulazione.

[...] però non si fermò e, proseguendo la sua ricerca, trovò che mettere in scena significava anche rappresentare, cioè riprodurre, raffigurare, interpretare, ma anche "agire in rappresentanza di qualcun altro", "svolgere le funzioni di portavoce di qualcuno o addirittura di una comunità".

- In una messinscena di questo tipo l’attore lo sceglieremmo noi con l’intento di farci aiutare. L’attore, come un avvocato, sarebbe colui cui abbiamo chiesto di rappresentarci davanti agli strani casi che ci affliggono; sarebbe uno che cerca per noi la verità, che ci difende, non uno che ci inganna con le sue imposture.

Chi immagina il teatro come una messinscena ingannatrice ha dovuto prima ucciderlo nel suo cuore. Colui che pensa così prende l’evento teatrale, lo distende su un tavolo da anatomista e lo divide in due: da una parte la messinscena, cioè ciò che avviene dalla parte degli attori, e dall’altra tutti noi, che la subiamo. Se lo considerasse ancora vivo non potrebbe fare questa incisione chirurgica. Saprebbe che il teatro è ciò che avviene fra un attore e uno spettatore e non soltanto ciò che fa l’uno o l’altro. Usa la parola messinscena perché pensa a uno spettatore completamente passivo, se immaginasse che fra loro esiste un patto dovrebbe inventarne un’altra.

Mi dette una pagina da leggere. Cominciava con una domanda: da dove viene l’attore? L’autore, che si chiama Enzo Cormann, diceva che la maggior parte delle persone avrebbero risposto che viene dalle quinte: entra in teatro dal retro, la cosiddetta entrata degli artisti, poi va nel suo camerino, infine si offre gentilmente alla nostra vista. Era così che, secondo lui, la rappresentazione si trasformava in uno show. C’era però un’altra possibilità. Avrei dovuto immaginare un attore che provenisse dalla stessa sala dove eravamo noi. Prima che la rappresentazione abbia inizio - scriveva ancora - ci sono, da una parte una folla disposta in riunione e dall’altra uno spazio provvisoriamente vuoto nel quale ognuno sa che accadrà qualcosa. Nell’istante in cui l’attore si volta verso di noi al fine di rappresentarci s’innesca il meccanismo che lui definiva come l’assemblea teatrale. Questa assemblea non è composta dalla sola sala o dal solo palcoscenico, dal solo pubblico o dalla sola compagnia, ma da entrambi perché entrambi concorrono alla rappresentazione. Questa allora non sarebbe più stata una messa in scena ma una messa in assemblea. Non esisteva teatro, terminava, senza questo lavoro collettivo in cui si fondono poesia e politica e che è molto diverso da un semplice spettacolo.

- Il teatro non è solo lo spettacolo che avviene fuori di te, è molto di più. È una rappresentazione in cui ti viene richiesto di partecipare con la tua immaginazione. Pisistrato non vuole che i cittadini la usino perché sta facendo una messinscena. La rappresentazione è una miccia per l’immaginazione. Lo spettacolo, la messinscena, ti chiede solo di aderire o non aderire. La sensazione di impostura davanti alla messinscena di te stesso che provi talvolta la puoi curare con la consapevolezza che quella rappresentazione dipende in gran parte da te: non sei soltanto uno spettacolo, sei un teatro intero. Se ti accorgi di non credere più a certe cose che fai, ebbene, che aspetti? Puoi cambiarle.

La messa in assemblea – proseguì - era antica quanto il teatro e, se avevo tempo, me ne avrebbe dato subito un esempio. Mi chiese di immaginare di andare assieme ad assistere ai Sette contro Tebe.

Eschilo era tormentato da una domanda. Proprio per questo scrisse questa tragedia. In caso di guerre fratricide - ma quali guerre non sono fratricide? - a chi si deve fedeltà? alla città o al fratello?

(tratto dal libro L’uomo che andava a teatro. Storia fantastica di uno spettatore di Roberto Scarpa, Moretti & Vitali Editore, 2009)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 3 marzo 2009