Effetto notte

Roberta Salardi



Non sempre si riflette sul fatto che, accanto agli stupri per le vie delle città o nei giardini pubblici, appena dietro l’angolo del nostro vivere civile si svolgono quotidianamente atti di violenza di matrice analoga. Moltissime donne, ragazzine e ragazzini immigrati si prostituiscono per necessità di sopravvivenza o nella speranza di qualche chance che possa cambiare la loro vita. Se la legge del 2008 li ha resi meno visibili, introducendo multe e pene giudiziarie per i clienti, sul fenomeno si è soltanto gettato un velo pietoso ma non lo si è certo eliminato. Fino a qualche anno fa se ne vedevano lunghe file sui viali di Milano, specialmente donne africane, a tutte le ore del giorno, persino esposte sotto la pioggia nelle brutte giornate, a pochi metri l’una dall’altra, lungo le principali arterie di traffico che collegano la periferia, ma anche in quartieri più centrali. Ricordo in particolare un episodio di cui fui testimone più di una decina d’anni fa una domenica pomeriggio in zona Città studi: una donna di colore imprecava contro un’auto che l’aveva appena lasciata sul marciapiede nuda dalla vita in giù. Evidentemente il cliente l’aveva lasciata senza gonna e senza indumenti intimi per dispetto o per scherzo… lei doveva camminare nuda sotto gli occhi di tutti cercando di ripararsi e di raggiungere qualche luogo dove trovare altri vestiti, una parola coi negozi e coi bar chiusi… E questa era soltanto una goccia nel mare, uno scherzo nel mare di violenze ben più gravi che sicuramente saranno state perpetrate di nascosto.
Non sempre si riflette sul fatto che ogni tipo di violenza è destinata a numerose immigrate, rapite o illuse o consenzienti, comunque afflitte da gravi difficoltà. Violenze che avvengono all’oscuro di tutti, protratte nel tempo, che non si possono denunciare né arginare né interrompere. Una condanna all’ergastolo che, per alcune rimaste prigioniere nelle maglie di clan sfruttatori, può tradursi anche in una condanna a morte. Ma che in ogni caso può considerarsi uno stupro collettivo da parte di chi si trova nella posizione sociale di permettersi l’uso e l’abuso del corpo altrui ai danni di chi si trova nella posizione sociale di non poter difendere nemmeno la propria carne.
Maria Rosa Cutrufelli in un’inchiesta dei primi anni ottanta, ma sempre attuale (Il cliente. Inchiesta sulla domanda di prostituzione, 1981), ha messo in luce con grande sensibilità il grado di alienazione, sofferenza, oppressione cui la stragrande parte delle prostitute sono sottoposte, minorenni o maggiorenni che siano. Una forma di schiavitù sopravvissuta fino ai giorni nostri, riservata in larga maggioranza alle donne più deboli per condizione sociale o avversità della storia. Si sa che non tutti hanno avuto le stesse possibilità alla nascita; mentre l’umana aspirazione all’uguaglianza avrebbe comportato "… le stesse possibilità di far fruttare i propri talenti…", (cito una definizione del concetto di uguaglianza che si legge sulla rivista Il primo amore n. 5; Sergio Baratto, Finché vivi, finché ti è possibile, diventa buono).
Non mi addentro nella questione della prostituzione d’alto bordo o di casi psicologici particolari poiché riconosco la complessità del comportamento umano. Mi limito a osservare che, se si parla di violenza sessuale, si fa riferimento a una realtà ben più ampia rispetto a ciò che viene messo in risalto dai titoli in prima pagina, a tutta una realtà sommersa non solo fra le mura domestiche, ma anche in pratiche sociali generalmente tollerate o legalizzate. Restando in campo lavorativo, le libere scelte, com’è noto, sono alquanto limitate da premesse incontrovertibili legate a origini, ambiente ecc.; ulteriormente ridotte in tempo di crisi. Il mio discorso non vuole essere semplificatorio e neppure assolutorio nei confronti di stupratori singoli, privati, italiani o stranieri che siano, arrestati e condannati a norma di legge. Tengo solamente a ricordare che l’aggressività dell’uomo sulla donna o su ragazzi e bambini è pure un fatto quotidiano, strisciante, in qualche modo tollerato, in qualche modo ammesso, seppure con qualche se e con qualche ma. Basti pensare all’esplosione della pornografia, che della prostituzione rappresenta la versione più spettacolarizzata e tecnologizzata, attuale e deresponsabilizzante, diffusa attraverso molti canali della comunicazione, dalla carta stampata a internet ai telefonini. In qualche modo certe cose avvengono, passano, vengono fatte passare, molti ne usufruiscono, sta bene così, nessuno si lamenta. Per rendere il tutto più accettabile e libero di circolare, vengono celebrate le pornostar più ricche e famose, lasciando nell’anonimato e nel silenzio le situazioni più problematiche, coi riflettori puntati su un successo e una serenità apparente, mentre larga parte della scena rimane in ombra. Un classico trucco propagandistico: mettere in risalto l’immagine di felicità di pochi per nascondere meglio il reale disagio di molti.
Pure nel mondo dello spettacolo e delle lettere si registra a mio parere un uso eccessivo della metafora della prostituzione, adottata frequentemente per alludere all’adeguamento dei propri prodotti artistici alle esigenze del mercato; figura retorica tesa a sminuire la grave ingiustizia cui sta alludendo scherzosamente, sdrammatizzandola, rinnegandone la sostanza avvilente, il nocciolo di sconfitta, condannandola in questo modo a perpetuarsi. Dirò di più: nella banale esclamazione "porca puttana", che ci arriva dal tempo dei tempi, modo di dire di uso comune, patrimonio collettivo, è racchiusa un’antica grande ingiustizia per cui colpevolizzata è la vittima, non l’aggressore. Le colpe sono sempre proiettate sulle vittime.
Ma non mancano le novità nello sterminato campo della violenza sessuale socialmente imposta. Allo scenario descritto da Cutrufelli negli anni ottanta possiamo aggiungere una sfumatura d’amarezza, dal momento che si va delineando qualche altro elemento. Il lavoro femminile, tradizionalmente secondario, più precario e meno retribuito di quello maschile (un’indagine aggiornata in materia si trova in Lavorare stanca. Statistiche, ricerche, bibliografie e ragionamenti sul lavoro delle donne, a cura di Rosa Calderazzi, Lidia Cirillo, Tatiana Montella, Quaderni viola, ed. Alegre 2008), già nei primi mesi della crisi è stato fortemente colpito. In alcune recenti trasmissioni televisive gruppi di operaie o centraliniste licenziate hanno mimato spogliarelli o sfilate di biancheria intima per attirare l’attenzione sul loro caso di licenziamento. In rappresentazioni che volevano essere soltanto simboliche, comunque fatte con intelligenza, è stato evocato uno spettro: lo spettro di una nuova povertà, lo spettro di una rinnovata fragilità della condizione della donna.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 2 marzo 2009