David Bowie contro il 1977

Silvio Bernelli



Mi basta guardare una qualunque fotografia di David Bowie per tornare a un mercoledì sera alla fine del 1977. Avevo dodici anni e la televisione trasmetteva Odeon. L’uomo era immerso nel buio. La sua silhouette veniva ritagliata da un faro bianco, l’unico oggetto presente nella scenografia. Intanto era partita una musica che ricordava in modo distonico sia lo scorrere di un fiume sia l’incedere di un treno in corsa. Una batteria scandita e un basso elettrico che disegnava un riff circolare parevano essere gli unici strumenti tradizionali in una canzone che suonava più come una colata di suoni elettronici tutti fusi insieme che il consueto incastro tra chitarre, fiati e tastiere. L’unico sibilo nitido era la nota di sintetizzatore posata sopra la canzone. Sembrava fosse stata messa lì proprio allo scopo di concedere un appiglio all’ascoltatore più sprovveduto.

La musica sembrava arrivare direttamente da un altro pianeta, così come l’uomo, ora inquadrato in piano americano grazie al movimento in avanti della macchina da presa. Era giovane, ma non era più un ragazzo. Biondo, capelli tagliati corti come solo certe donne non più giovani osavano portarli a quell’epoca. Il viso era perfettamente rasato. La pelle rappresentava l’idea stessa di sottigliezza, molatura, impalpabilità. Gli occhi fissavano la macchina da presa con un’espressione di schietta consapevolezza e nascondendo un indefinibile mistero, che pochi secondi dopo sarebbe stato svelato come un diverso colore per ciascuna iride: una castana, l’altra azzurra.

L’uomo indossava un giubbino di pelle nero, molto stretto, con il colletto ripiegato. La cerniera alzata per metà mostrava una collanina con un piccolo crocifisso d’oro e una canottiera marroncino chiaro con l’orlo del colletto più scuro. I pantaloni erano attillati e forse a zampa d’elefante. L’ingrossamento delle gambe poteva dipendere anche dal riflettore luminoso alle spalle dell’uomo, puntato negli occhi dei telespettatori. All’apice del movimento, la macchina da presa inquadrò l’uomo in primo piano. Attaccò a cantare. La voce era pastosa, dolce, partecipe. Era la voce di un uomo che dava l’impressione di essere lì da secoli a porgere i versi della sua canzone a chiunque decidesse di prestargli orecchio.

"I" disse. "Io".

Una delle poche parole inglesi comprensibili anche per un ragazzino di dodici anni.

Lo spostamento della macchina da presa aveva inquadrato l’uomo di profilo, rivelandolo più vecchio e con qualcosa di aguzzo e maschio nei lineamenti che la visione frontale aveva celato. La canzone intanto era stata aperta, spaccata, divelta da un ritornello che imitava l’andamento circolare della partitura. La voce dell’uomo si scaldava, si inspessiva, diventava pungente al massimo del volume. C’era qualcosa di arcano e magico nel cantante. Il suo modo di porsi davanti alla macchina da presa, il suo atteggiamento sobrio eppure magnetico, il suo stesso essere nel momento, emanavano una sensazione di novità, futuro, evoluzione.

Si percepiva appieno anche una vibrazione strana, una pulsione misteriosa, forse un’ambiguità sessuale più condivisa che sofferta. Il gesto dell’uomo che si portava la mano tra i capelli fissando il vuoto e reclinando leggermente la testa all’indietro, in una mossa da diva del cinema muto, sembrava fatto apposta per rimarcare quell’impressione. Era poi straordinariamente fuori dal comune che l’uomo fosse lì a cantare davanti a una telecamera senza microfono, senza orchestra, senza pubblico, senza applausi. Pareva galleggiare nell’ambiente indefinito in cui il faro testimoniava l’unica traccia di esistenza umana. Era uno spazio che pareva il vuoto cosmico, la manifestazione della distanza siderale esistente tra il pianeta abitato dall’uomo e la Terra. L’altro particolare spiazzante era il controllo che l’uomo esercitava sul suo stesso atto del cantare, così distante dall’enfasi melodica e dalla gestualità dei cantanti italiani. L’uomo era pacato, con appena una punta di disperazione ripiegata nel sorriso senza labbra, nella pelle diafana, nella postura fiera con cui continuava a guardare attraverso lo schermo. Poi d’improvviso, una breccia nel suono lasciò spazio a una rullata di batteria. Estraendo un sorriso dal bagaglio di consapevolezza vagamente malinconica che l’aveva accompagnato fino a quel momento, l’uomo si infilò con nonchalance le mani nelle tasche del giubbino in pelle e iniziò a ripetere il ritornello che chiudeva la canzone.

“We can be heroes” diceva.

“Possiamo essere eroi.”

Nel giro di pochi secondi la canzone finì e l’uomo venne inghiottito dal buio.

Era David Bowie che cantava Heroes nel videoclip girato da Stanley Dorfman, uno dei primi della storia. La semplice esistenza dell’artista provava che nella vita c’era più delle estenuanti partite a calcio nel giardinetto sottocasa; i pomeriggi spesi in skateboard litigando con i negozianti della zona che in quella moda appena importata dall’America vedevano solo un pericolo per l’incolumità delle vetrine; il microcosmo della scuola media salesiana dominato dai miti di San Domenico Savio e Don Bosco; le canzoni di Julio Iglesias e dei Santo California che impazzavano nei juke-box; i palazzoni popolari che scandivano il cielo dall’altra parte del trincerone ferroviario; gli spettacoli televisivi in bianco e nero del sabato sera con la loro carrellata di star e soubrette portate di peso dall’avanspettacolo dei decenni precedenti; la Juventus che aveva da poco azzeccato l’accoppiata Scudetto-Coppa Uefa; i film con Lino Banfi che esaltavano l’italiano: cialtrone e ignorante, ma sempre simpatico; i leader della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista che perpetuavano un Paese cristallizzato da trent’anni nello scontro Don Camillo–Peppone; i criminali che scendevano dalle Alfa Romeo per andare a giocarsi fortune al bar sotto la mia casa; il vicino delinquente soprannominato Sandokan che una sera sfuggì a un agguato a colpi di pistola lasciando una scia di sangue dalla strada all’androne del palazzo; i ragazzi più grandi del giardinetto che portavano l’eskimo e parlavano di rivoluzione proletaria; i muri ricoperti di scritte in cui la parola più ricorrente era: morte; le strade svuotate dal coprifuoco serale a causa della minaccia terroristica; il profumo di bottiglie molotov lasciato in strada dai cortei; i pugni chiusi e i saluti fascisti che davano l’addio a morti giovanissimi sul sagrato di basiliche strapiene di gente; l’aria da colpo di stato che infiammava la società in uno scontro tra tribù spietate.

David Bowie che cantava Heroes a Odeon quel mercoledì sera del 1977 era la dimostrazione vivente, incarnata fin nelle ossa, che al mondo esisteva un’altra realtà, un diverso orizzonte. Qualcosa che solo più tardi avrei saputo chiamare arte o cultura o avanguardia, ma di cui da subito, proprio in quel momento, in qualunque modo quella cosa si chiamasse, a seconda del mio talento e delle mie possibilità, avrei voluto fare parte.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica racconti il 12 febbraio 2014