Il presente inattuale

Tiziano Scarpa



La scena è un gigantesco giradischi, di quelli degli anni Settanta, con i puntolini metallici sul bordo che servivano a controllare che la velocità di giri al minuto fosse quella giusta, passando accanto a una lucina rossa dovevano sembrare fermi.

I cantanti e il coro si muovono sul disco di Roméo et Juliette. Si distingue l’etichetta con il titolo dell’opera e il nome del compositore. Il piatto gira lentamente, la piattaforma vortica al rallentatore.

Sullo sfondo gli enormi woofer e tweeter rotondi di una cassa di amplificazione.

I costumi sono fluorescenti, le acconciature postpunk. Montecchi graffitari contro Capuleti dark. Romeo ha i dreadlock rasta e una maglietta Adidas, la chioma di Juliette è satura di tintura fucsia, dello stesso colore delle calze infilate in scarpe argentee, poi in pesanti scarponi Dr. Martens.

Ma non è l’opera di Gounod che è stata pacchianamente attualizzata dalla messa in scena, come West Side Story e Romeo+Juliet attualizzarono Shakespeare. Al contrario. È la contemporaneità che è stata messa in prospettiva temporale, è stata risucchiata in una eco sonora del passato. Il tempo presente (un presente dilatato e durevole, un’epoca straniata e dislocata, dagli anni Settanta a oggi) viene sfondato e fatto sprofondare in una cavità acustica ottocentesca.

Il teatro è il luogo dell’attualizzazione. Lo è per definizione, perché ogni messa in scena (persino ogni replica) richiede un’attualizzazione, una esecuzione nel tempo presente di una drammaturgia (testuale e registica) stabilita prima – sia che venga stabilita nei dettagli, sia a grandi linee (nel caso dei canovacci che prevedono improvvisazioni).

Ora che non si scrivono più opere, ora che la lirica vive solo come perpetua ri-messa in scena di sé, l’attualizzazione è divenuta la cifra fondante dell’opera lirica, la sua caratteristica e la sua sostanza principale.

Rispetto al teatro di prosa, nella lirica il margine di attualizzazione possibile del testo e della musica si assottiglia, è ridotto al minimo. Si può agire solo sulla regia, sui costumi, sulla scenografia. Mentre possiamo ritradurre Eschilo, mentre possiamo potare e sveltire Pirandello, l’organismo metrico-verbal-musicale della lirica, da Monteverdi a Britten, è rimasto sostanzialmente bloccato, inscalfibile, intatto.

Ecco perché le attualizzazioni spiccano più sfacciatamente nell’opera lirica: lo sbilanciamento fra il fossile testo-musica e l’organismo vivente regia-scena-costumi diventa clamoroso. L’elemento acustico non si evolve; si rinnova solo l’apparato visuale.

Oggi le opere liriche mettono in scena lo smaniare, lo scalpitare del presente che non vuole cedere completamente sé stesso alla possessione demonica del passato, del suo linguaggio verbomusicale, e gesticola la sua emancipazione e la sua autonomia.

Concediamo ai morti che ci avviluppino con il loro suono, che attraversino i nostri corpi e li facciano vibrare con le modulazioni vocali del loro canto, ma per il resto scriviamo una contropartitura visiva per affermare il nostro scarto di esseri viventi, per non svanire in un’esistenza spettrale.

In questa insofferenza, in questa divaricazione fra suono e scena si produce una vicenda rituale, che non è uno sviluppo narrativo ma una schizologia, un antagonismo, un duello che non si risolve, non potrà mai risolversi. L’opera lirica oggi non ci racconta una storia, meno che mai le storie del passato: ci propone una liturgia, ritualizza la schizogenesi del presente: è la situazione dell’Italia, della cultura, dell’Europa conficcata nell’eredità del passato, un’eredità tanto necessaria ed esigente quanto inutilizzabile, se non cinicamente in forma di turismo e sfruttamento economico.

Nell’opera lirica, pur nella varietà degli stili esecutivi delle orchestre e dei loro direttori, i segni musicali rimangono sostanzialmente immutati, quel che cambia è la scena visuale. Il passato è sonoro, il presente è visivo. Le orecchie vivono nell’Ottocento, gli occhi nell’oggi. L’opera lirica oggi scinde l’esperienza estetica audiovisuale, non la armonizza. Le nostre orecchie viaggiano all’indietro di centocinquant’anni, i nostri occhi roteano ben conficcati nelle orbite del presente.

La regia di Damiano Michieletto dunque compie non un’attualizzazione della musica di Gounod, ma un’inattualizzazione, una disattualizzazione del presente. Non rende contemporanei due romantici ragazzi post-shakespeariani: al contrario: fa sentire il romanticismo che fonda e allo stesso tempo non riesce più a reggere il presente. Lo fa letteralmente sentire. Michieletto racconta agli occhi una visione di oggi porgendo orecchio al passato. Mostra un presente che suona ottocentesco.

Ma è un Ottocento che suona soltanto, perché noi lo possiamo ascoltare grazie al fatto che ci viene filtrato attraverso i meccanismi di riproduzione meccanica. I personaggi si muovono sui solchi del vinile, sono venuti fuori da quei solchi.

Tutto questo si potrebbe erroneamente scambiare per una dimostrazione consolatoria: i due ragazzi vivono l’amore proprio come ai tempi del romanticismo eccetera, l’amore non è cambiato eccetera, il cuore è quello di sempre eccetera, batte anche sotto le creste colorate eccetera, ci si innamora come una volta eccetera, le dinamiche sono le stesse anche in un mondo che sembra alieno mutante eccetera eccetera.

Ma i ragazzi in scena non ascoltano la musica dell’orchestra. Sono ragazzi che ascoltano musica riprodotta. Sono quella musica. Per la verità, sul palco non si vedono iPod, apparati digitali, computer: credo che questa scelta scenografica dipenda dal fatto che il giradischi della consolle, tuttora usatissimo dai deejay che mixano, rende possibile mostrare la riproduzione al lavoro: nella riproduzione analogica si vede una puntina che scorre nei solchi di un disco di plastica nera, mentre i formati digitali sono misteriosi, inscatolati, immateriali.

Nell’ultima parte dello spettacolo, sopra il disco sono appoggiate un paio di enormi cuffie stereo.

Il balcone di Juliette è il braccetto del giradischi. Il letto nuziale di Roméo e Juliette è una cuffia, un padiglione auricolare artificiale, imbottito per aderire all’orecchio.

Dunque sono le sproporzioni la chiave di lettura. È questa la storia visiva che Damiano Michieletto ci racconta, la liturgia scenica in dissidio con la storia sonora. Roméo e Juliette, i Montecchi e i Capuleti sono come il protagonista di Tre millimetri al giorno di Richard Matheson, come i personaggi di Viaggio allucinante di Asimov e di quei film di fantascienza in cui gli umani rimpiccioliti si trovano a vivere in un mondo fuori scala, dove gli oggetti sono diventati giganteschi.

Questo è per noi il passato: un piccolo epifenomeno visivo, un formicaio di esserini trasudati dagli apparati di riproduzione che provocano una grandiosa fantasticheria minuscola, dai colori accesissimi perché rivivificata artificiosamente da uno sforzo di immaginazione.

E anche, dal punto di vista opposto: la tecnologia è diventata sempre più grande, domina il campo, ruba la scena. Noi no, noi siamo sempre della stessa taglia. Non siamo noi che ci siamo rimpiccioliti, è la tecnologia che è cresciuta spropositatamente e ha inghiottito tutto, è diventata paesaggio. Non c’è più il balcone di Juliette, c’è il braccetto del giradischi. Non c’è più il letto dei due innamorati, c’è una cuffia stereo.

Il discorso di Michieletto non è moralismo generico sulla tecnologia: affronta specificamente l’apparato tecnico che conserva e ci porge i monumenti spirituali del passato, i più volatili, che rasentano l’immaterialità: le opere musicali. Il telefonino di Roméo è grande sei o sette centimetri. È lo stereo che è gigantesco. L’uomo sarà anche antiquato, come dice Günther Anders, ma ce la fa benissimo a reggere il suo presente (i telefoni cellulari), ci sguazza completamente a suo agio. Non ce la fa a reggere il suo passato, perché il presente glielo trasmette in forma meccanica, autoriproduttiva, soverchiante, autonoma.

Le due forze in campo sono evidentissime. Da una parte, invisibile, obliata, l’orchestra suona grazie a anni di disciplina, sottomette volentieri le sue decine di autonomie individuali a una guida direttoriale, la partitura di Gounod è stata scelta dalla direzione artistica del teatro: il passato è stato rimesso in circolo dai viventi in un concorso di centinaia di volontà dalla formidabile caratura artistica e professionale, moltissime personalità forti hanno deciso di e acconsentito a ridargli vita. Dall’altra parte, sovraesposto e dominatore, il disco suona da sé.

Il filtro elettroacustico produce i piccoli spettri dei personaggi, fa sprigionare l’immaginazione del presente. E, simmetricamente, il presente sta rimpicciolendo, soffocato, assorbito, ridicolizzato dalla monumentalità e dall’onnipresenza, nel nostro spaziotempo, degli apparati di riproduzione che ri-suonano sempre lo stesso disco, la stessa musica, nella moltiplicazione di registrazioni, di emissioni filtrate elettroacusticamente.

Michieletto inventa una gag rivelatrice: all’alba, quando si sveglia l’allodola e dall’orchestra pigola un flautino ostinato, Roméo salta giù dal letto-cuffia per controllare se è il suo telefono cellulare che sta facendo trillare l’allarme-sveglia (in una pagina di L’informazione, Martin Amis diceva che nelle nostre città gli uccelli imparano a cantare ripetendo il suono degli allarmi antifurto delle auto).

I personaggi non sono delle stesse dimensioni della tecnologia che conserva e diffonde la sostanza spirituale, musicale del passato. L’amore di Roméo e Juliette non è all’altezza dell’apparato tecnologico elettroacustico che a quell’amore dà voce. Juliette sfila la puntina dall’estremità del braccetto del giradischi, fa harakiri con quella lama.

Roméo e Juliette sono due esseri di suono, due fantasticherie elettroacustiche sprigionate dallo strisciare di una puntina nei solchi a spirale di un disco di vinile. Gli innamorati per eccellenza, il punto più estremo della passionalità poetica, gli esseri umani al vertice della propria umanità, sono usciti fuori da un impianto stereo. La puntina ha prodotto Juliette, la puntina la sventra, la taglia come un disco strisciato.

Roméo et Juliette, di Charles Gounod.
Direttore: Carlo Montanaro.
Teatro la Fenice, Venezia.
19 febbraio 1 marzo 2009.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 1 marzo 2009