Che fare? - Stralci dalla rivista

Antonio Moresco



Questo numero della rivista è interamente dedicato a una riflessione aperta e senza rete sulla fine di un ciclo storico, economico e politico, sulle emergenze che abbiamo di fronte e, ancora di più, sulle ben più gravi emergenze occultate. Abbiamo chiesto ad alcune persone di rispondere oggi, in modo diretto e libero, a questa antica e sempre attuale domanda, cui nel Novecento sono state date risposte e sono stati indicati rimedi che a volte si sono rivelati se possibile peggiori del male. Senza limitarsi alla controinformazione e alla critica politica, economica, sociale ecc… ma allargando e spostando lo sguardo e fornendo riflessioni e proposte spiazzanti e a tutto campo. Le mie sono queste.

La verità, l’aspra verità

Un’economia e una politica non più proporzionali a quanto ci sta succedendo, generatrici di continue crisi e scompensi epocali, un paese in preda a confusione mentale, perdita della memoria, regressione, restaurazione, particolarismo, razzismo, criminalità, cattiveria, egoismo. Spaventato, deprogrammato, regredito, azzerato. Che sta rifacendo all’incontrario la stessa strada che aveva percorso negli ultimi secoli. Preda di insicurezze e paure, reali o orchestrate. Di uomini senza scrupoli che ne tirano fuori il peggio prosperando sulla sua labilità, che hanno trovato la loro rendita nella cattiveria enfatizzata, di capipolo politici e mediatici irresponsabili e folli. Tutto il canale della politica non pare più in grado di fare passaggio verso qualcosa d’altro e di meglio. È in atto uno smantellamento progressivo delle ragioni e degli ideali da cui è nata l’Italia unita e repubblicana e dei suoi picchi collettivi più alti (Risorgimento e Resistenza). La religione è regredita ai suoi peggiori aspetti di istituzione autoritaria e mediatica che ammannisce al volgo la sua pompa secolare, la sua attitudine alla restaurazione e alla saldatura con ciò che c’è di più ipocrita, di più retrivo, di più reazionario, basta che sia funzionale alla propria dura contrattazione economica e isituzionale e alla difesa della propria macchina, che va avanti col suo contorno di uomini addobbati come antichi sacerdoti assiro-babilonesi e di altri uomini putrefatti ricoperti di maschere di silicone e di peli di yak (il bue tibetano) come un’opera di Cattelan gettata in pasto all’idolatria delle nuove folle televisive. Mentre il vecchio clerico-fascismo, mediaticamente aggiornato, è il nuovo mastice di questa nuova Italia spaventosa e smarrita. Non sarà solo attraverso la dimensione orizzontale della politica (anch’essa in stato confusionale e gregaria nei confronti dell’esistente) che potrà riaprirsi qualche fessura e qualche speranza, per di più in questa situazione planetaria e di specie mai vista prima. Occorre liberare e inventare altre energie atrofizzate dentro di noi. Bisogna attingere ad altri sogni perduti e ad altre illusioni, di comunità umana nazionale e mondiale, di prefigurazione psicofisica, di invenzione e pensiero, di verso umano e di lingua che renda ancora tali sogni attingibili in questa immobilizzazione o in questo passaggio. Bisogna liberare altre forze, prepolitiche e postpolitiche, ricominciare a cercare, a tentoni, nel buio, qualcosa di dimenticato e dormiente e di prefigurativo e irradiante.

Dante e Leopardi

L’inizio e la fine. La bellezza e il furore fondativo del primitivo-ultimativo e lo sguardo fermo e ardito di chi ha visto prima del tempo la catastrofe della modernità. A parte alcuni piccoli cambiamenti storico-politici di facciata che a noi possono sembrare totalizzanti, l’Italia di questi anni (che continua a gravare come non mai sulle spalle dei suoi uomini e delle sue donne, e anche dei suoi scrittori) è ancora quella conosciuta e sofferta da Dante e Leopardi, con in più il restringersi di tempo e spazio di specie che stiamo vivendo. Dante e Leopardi sono quelli che fanno drammaticamente saltare le prospettive politiche strette e le letture lobotomizzanti della vita e del mondo con i suoi nuovi miti ottundenti. Ci dicono, ci continuano a dire una verità più grande e ci aprono un dolore più grande e un sogno più grande. Il primo ci ha insegnato la visione fondativa, il secondo l’ardimento senza speranza. Dante e Leopardi sono i nostri maestri, le nostre guide, i nostri leader politici.

Lo spostamento di piani

Opinioni fissate all’interno di strutture mentali antitetiche speculari bloccate. Anche ora, nella cosiddetta postmodernità o tardomodernità, il giro a vuoto è sempre lo stesso che si è affermato nella modernità. Mentre il nostro rapporto con l’unico pianeta di cui disponiamo sta arrivando al suo punto di non ritorno, le gerarchie politiche umane traggono il loro potere terminale dalla gestione speculare di paure cui è stato scambiato e rimpicciolito l’oggetto. Perché altrimenti tutto il tavolo (economico, politico, militare, mediatico…) salterebbe, si creerebbero nuove priorità, nuove gerarchie e nuove virtù, si renderebbe possibile una nuova lettura di noi stessi e delle nostre vite all’interno del nostro pianeta e del cosmo, avverrebbe un terremoto che farebbe saltare l’intera struttura di potere su cui si regge il dominio residuale e suicida sul mondo. Un nuovo sguardo per vedere ciò che non si vede, nascosto da ciò che si vede.

La materia, il materialismo

Tutta la materia che conosciamo, quella di cui sono composti i nostri corpi e l’intero mondo e universo che riusciamo a percepire, è solo una piccolissima parte (per gli astrofisici una sorta di residuo, di ripensamento della materia pari a meno del dieci per cento dell’intera materia del mondo). Tutto il resto è materia oscura, energia oscura, che non emette radiazioni, della quale non sappiamo nulla, con la quale non riusciamo a venire in contatto. Anche la nostra organizzazione mentale, personale e di specie, è tutta dentro questo minuscolo residuo o ripensamento della materia del mondo. La visione che chiamiamo orgogliosamente "materialismo" si riferisce a un’interpretazione della materia contenuta in questo piccolo residuo della materia del mondo: è un materialismo del dieci per cento. All’interno di questo residuo le visioni parcellizzate delle scienze umane, della politica e della cultura sono un residuo del residuo del mondo.

Il tempo

Il tempo umano è un residuo, ed è oltre tutto un residuo colonizzato. Oltre al tempo impiegato per il lavoro e il mantenimento della propria vita, tutto il resto del tempo è colonizzato in mille modi e forme che impediscono la vicinanza a sé e il riconoscimento. Irruzioni e invasioni di ogni tipo, apparecchi e ordigni di ogni tipo, inventati a getto continuo in quest’unica direzione di ricerca. Bombe atomiche da una parte, duplicazione e clonazione della materia vivente dall’altra. E poi televisori, telefoni cellulari, computer e altre macchine e ordigni sempre più potenzialmente inglobati nella nostra stessa struttura corporea risucchiano, invadono, colonizzano il nostro tempo personale e quello di specie. Mentre pochi paiono rendersi conto dell’enormità di quanto sta succedendo – trascinati passo dopo passo da una progressione che paralizza il residuo di libertà e di giudizio – e delle conseguenze per le nostre strutture psicofisiche. Dietro la mitologia e la demagogia sull’"informazione" e sulla "comunicazione" si sta saturando e svuotando il tempo umano. In questa condizione si riducono sempre più le condizioni che rendono possibile la vicinanza a se stessi e la percezione della propria dolorosa e dinamica presenza nel mondo. Più che piccole lotte per strappare microscopiche porzioni speculari di tempo all’interno di questo tempo colonizzato, occorrerebbe il gesto esemplare e senza mediazioni – magari primitivo e infantile – della presa di coscienza non diluita, del rigetto. Non incaponirci sull’ultimo anello della catena, come vorrebbero coloro che – da una parte e dall’altra – manovrano gli uomini politicamente e mediaticamente, ma partire dal primo. Non estenuarci in una lotta gregaria per spostare di un millimetro gli esiti, ma mettere in discussione le funzioni, le cause. La televisione, ad esempio, che – assieme al resto dei media – tanta parte ha avuto in questa epoca nell’impoverire strutture di giudizio e memoria dei sudditi. Perché non mettere in discussione, oltre che il suo uso, anche la sua stessa colonizzante presenza nelle nostre vite? Perché non liberare, letteralmente, le nostre case dalla sua presenza? Perché non andare ad accatastare nelle pubbliche piazze i suoi terminali? Non per un rifiuto passatista della tecnologia ma per creare uno scarto iniziale, uno strappo, per mettere in discussione qualcosa che sta più a monte, che viene prima, per poter impiegare le nostre invenzioni e le nostre macchine liberamente e senza farcene assoggettare. Bisogna creare un’asimmetria interna per poter rientrare in un altro modo nel nostro tempo. Senza un momento di estremismo, di rifiuto, di strappo non si può neanche cominciare a pensare di rioccupare il tempo e lo spazio della propria vita e della propria morte, di ricominciare a creare sinapsi e possibilità di rigenerazione personale e di specie e sapienza.

Lo spazio

Lo spazio non è solo orizzontale, è anche verticale. Le dimensioni non sono solo quelle dentro le quali ci hanno insegnato (o obbligato) a pensare che si svolga la nostra vita. Anche lo spazio orizzontale residuale del mondo è saturato e colonizzato. Bisogna muoversi dentro uno spazio verticale.

Il dominio economico sulle menti e sui corpi

Tutta la storia e le relazioni umane sono vissute in questa epoca – da una parte e dall’altra, sia in forma apologetica che critica – come espressioni della sola dimensione totalizzante dell’economia. L’uomo, la sua storia e il suo potere si sono saldati così completamente con l’economia da diventare una cosa sola con essa e da essere arrivati abbracciati allo stesso baratro. Come l’economia, arrivata a un certo punto, non potrà che implodere comperando se stessa, così l’uomo, arrivato ad un certo punto, non potrà che implodere fagocitando se stesso.

Il Potere e la Storia

Il potere è anche dentro la storia, ma non si esaurisce in essa. Tutti noi non siamo solo dentro il potere che è a sua volta dentro la storia, o dentro la storia che è a sua volta dentro il potere, così che storia e potere possono solo guardare se stessi dentro lo stesso specchio. Il potere è, anche, dentro qualcosa che non è ancora potere, che non è più potere. Mentre la modernità si è autoconvinta che il potere sia tutto dentro la storia, o che la storia sia tutta dentro il potere, o addirittura dentro la sua sola nervatura economica, sia che viva questa idolatria politico-culturale in forma positiva che negativa.

L’espansione romanzesca

C’è un giacimento che sta per essere smantellato e disattivato, nel nostro nuovo tempo colonizzato. Cosa ce ne facciamo, ad esempio, di tutta la massa di libertà, forza, invenzione, bellezza, verità, prefigurazione e sapienza ancora imprigionata nei libri gettati a riva da questa risacca di specie?
I libri non sono un insieme. Se li consideriamo solo in termini generali non sono migliori o peggiori di qualsiasi altra cosa. E in questa epoca stanno partecipando anche loro alla sovrappopolazione che sta saturando la Terra. Ma qualche volta succede, immergendosi senza riserve e in totale e creativo raccoglimento dentro alcuni di essi, di vivere un’espansione talmente grande delle nostre facoltà e qualità umane da mandare in frantumi le nostre precedenti pareti, da farci percepire come le pareti del nostro io colonizzato e asservito siano dentro altre pareti infinitamente più grandi. Ci succede di incontrare e di fonderci con una possibilità, una verticalità e un’espansione dimenticate ma che erano già al nostro interno.
Le strade possono essere molte. Non c’è solo questa. Io – che sono uno scrittore e che conosco in prima persona tale esperienza – vi propongo questa irradiante preghiera interiore e questo sconfinamento, in questi tempi in cui è necessario come non mai (anche e soprattutto all’interno dei movimenti e delle lotte che stanno di nuovo sorgendo) crescere sotto il filo dell’orizzonte, accumulare forze in vista dei combattimenti e dei traboccamenti futuri. Sottrarsi alla sola relazione, alla rete, per andare verso rapporti più profondi, più generativi e più grandi. Provate, ad esempio, a dedicare un anno intero, o anche più (invece che a esasperarvi, a estenuarvi e ad assottigliarvi su ogni misera e astratta contingenza politica, ribattendo colpo su colpo all’interno di questo gioco gregario le cui regole sono stabilite da altri), alla lettura o rilettura di alcune delle opere più grandi che siano mai state concepite attraverso parole da uomini e donne della nostra specie. Non per ritirarvi in una torre d’avorio nell’ora della vergogna e del gelo – o della riapertura delle lotte sociali – ma, al contrario, per aumentare le vostre possibilità umane e la vostra vicinanza al mondo. Però leggetele con continuità, una di seguito all’altra, in edizioni dai caratteri ben leggibili per permettere a ciò che sta dietro le parole di vivere e respirare. Conquistatevi una o due ore ogni giorno (o ogni notte), uno stato di solitudine e profondo raccoglimento, coi cellulari spenti, i computer spenti, una condizione di libertà interiore e di espansiva calma. Per dissodare il terreno, prima di poter cominciare a parlare d’altro, a pensare ad altro. Provate e vedrete quanto sono grandi gli spazi in cui – senza saperlo – siamo immersi e a cui possiamo attingere. Per ritornare più ricchi e rigenerati nel mondo che ci contiene. Per rifarci i polmoni, il sangue, il midollo osseo. Provate a leggere, nell’ordine che vorrete voi, ma senza soluzione di continuità, almeno per un anno intero, in uno stato di immersione totale, alcuni grandi romanzi, ma proprio romanzi, proprio alcune di quelle invenzioni dove figurazione e pensiero sono più strettamente allacciati e moltiplicati. Romanzi che crediamo di conoscere perfettamente e che invece non conosciamo ancora. Che ci hanno magari abbagliato durante le prime letture ma che non abbiamo mai veramente compreso. Non parlo di molte di quelle povere cose meccaniche che, sotto l’etichetta commerciale di "romanzo", sovrappopolano e saturano in questi anni le librerie atrofizzando in noi ogni altra possibilità e forma. Ma proprio di alcuni grandi romanzi che sono imprigionati nel nostro immaginario e nella nostra cultura ma che attendono ancora e sempre di essere dissotterrati e compresi. Perché è con la stessa ricchezza umana e con lo stesso ardimento emotivo e mentale, romanzesco, che bisogna riuscire a muoverci nello spazio e nel tempo colonizzati e immobilizzati e anche nell’Italia di questi anni e nelle sue cristallizzazioni politiche, sociali, economiche e di altro tipo. Occorre – venendo da un’altra parte, più segreta e inviolata – portare al suo interno lo stesso spostamento di piani e di sguardo con cui la vita viene avvicinata e allargata e proporzionalizzata in ciascuna di queste indefinibili e portentose manifestazioni umane che sono state chiamate casualmente "romanzi". Perché senza dissotterrare tutta questa libertà, ricchezza e potenza su quali misere basi possiamo ricominciare a parlare di politica, di società, delle strutture economiche, militari, religiose e mediatiche che reggono e annientano il nostro paese e il mondo? Due ore al giorno di libertà, dall’"informazione" e dalla "comunicazione", da difendere con le unghie e coi denti, per entrare in una comunicazione più profonda con noi stessi e col mondo. Provate a saltare il fosso! Occorre liberare dall’interno di noi stessi e del mondo una possibilità umana più vasta. Due ore al giorno, decolonizzate, senza cellulari, senza televisori, senza computer e altre macchine di connessione e duplicazione astratta del mondo, senza reticoli orizzontali, senza immagini esterne pietrificate. Senza girare a vuoto dentro lo stesso vuoto. Per un’avventura davvero senza ritorno, infinitamente concreta, romanzesca. Perché solo la visione e il pensiero non scorporati, non concettualizzati, non ideologizzati, non politicizzati, veritieri, romanzeschi, sono in grado di avvicinare e di decifrare e inventare e reinventare il mondo in cui ci troviamo a respirare e a lottare e a bruciare. I romanzi potrebbero essere molti. Quelli che io mi sento di proporvi di leggere o di rileggere (no: di leggere, di leggere!), nell’ordine che vorrete, senza soluzione di continuità, per un anno intero, senza perderne una parola, un palpito, un’invenzione, un pensiero, in un raccoglimento espansivo, sono questi:

– Don Chisciotte
– I miserabili
– Guerra e pace
– Moby Dick
– I demoni – I fratelli Karamazov
– Le illusioni perdute – Splendori e miserie delle cortigiane
– Wilhelm Meister (La vocazione teatrale, Gli anni di apprendistato, Gli anni di peregrinazione)
– Alla ricerca del tempo perduto
– Il sogno della camera rossa
– La storia di Genji, il principe splendente

La solitudine, il silenzio

La solitudine, il silenzio non sono necessariamente uno stato da rifuggire. Il silenzio si può aprire, la solitudine si può illuminare. Non basta saper sopportare con dignità la propria solitudine, bisogna anche amarla. In assenza di gravi malattie o menomazioni corporee, la solitudine non è necessariamente una condanna, può essere una possibilità senza pari. Chi non sa essere solo è destinato a essere riempito e colonizzato. Chi ha paura della propria solitudine – della solitudine dei corpi separati in mezzo agli altri corpi separati – si consegna alla paura della morte e alla resa.

Intanto, nello stesso tempo, bisogna conquistare e riconquistare:

– La salute, per bruciare la nostra traccia dall’inizio alla fine nella cruna della vita e della morte.
– La quiete, per vincere la paura, la disperazione, l’orrore.
– Il fervore, per poter essere proporzionali a noi stessi, portare con leggerezza il nostro peso e dare frutto.
– La capacità di pensiero e di sentimento, dentro il tempo colonizzato e immobilizzato.
– L’allegria, una forza che non bisogna farci rubare. Nel viaggio che stiamo tutti facendo, gli uomini e le donne capaci di allegria sono i nostri migliori compagni.
– L’amicizia, quella vera, silenziosa, profonda, che può legare per un istante gli esseri separati, che non ha bisogno di fagocitarsi continuamente mediante il rapporto. L’amicizia degli amici che si preparano all’allontanamento dei corpi, alla scomparsa, all’assenza e alla trasmissione di una presenza più grande.
– L’amore, la trasfigurazione genetica, il riconoscimento dei corpi dall’interno dei corpi, il breve bagliore della gioia biologica nella massa residuale della materia del mondo, non quelle povere manifestazioni di tecnologia genitale coatta che sta colonizzando la carne nel tempo.

Tutto il pensiero umano è spaccato in due

Tutto il pensiero umano e la breve storia dell’uomo sono spaccati in due dall’apparizione ravvicinata della nostra reale situazione planetaria e di specie. Le conoscenze scientifiche, le teorie politiche, economiche, storiche, la cultura, la letteratura, la filosofia e ogni altra manifestazione della presenza della specie umana e della sua capacità di gestione della vita, conoscenza e progetto – così come si sono sviluppate dentro la sottile fascia dell’atmosfera che circonda il nostro piccolo pianeta raffreddato – sono state prese in contropiede e spiazzate dallo sbalorditivo passaggio che abbiamo di fronte, dal rapporto ormai collassato col nostro pianeta e dalla possibilità della nostra fine o mutazione di specie. Le teorie umane improntate alla menzogna dell’ottimismo che sono state elaborate nel corso del tempo sono spaccate in due dall’incombente presenza del tracollo della vita e del bene e del "lieto fine" di specie. Le teorie improntate alla menzogna del pessimismo sono spaccate in due dalla incombente presenza del tracollo della vita e del male e, quindi, da questo clamoroso, inaspettato e spiazzante "lieto fine" che ci libererà tutti quanti da questo stesso male.

Risorgimento di specie

Se le cose andranno avanti ancora così, se la specie umana non vorrà o non potrà spostare radicalmente la propria rotta e mettere in discussione le basi stesse su cui si reggono le sue strutture, tra un secolo o poco più la sua vita su questo pianeta sarà problematica. Questa la diagnosi di molti scienziati, che non possiamo permetterci di non prendere in seria considerazione. Sovrappopolazione, guerre, epidemie, cambiamenti climatici e ambientali e altre trasformazioni operate da noi stessi nell’habitat che ci contiene renderanno la Terra sempre più inabitabile per la nostra specie. Se i secoli, invece che uno, saranno due o tre, le cose per noi, in termini di specie, cambierebbero ben poco. Ci sono noti astrofisici che prospettano come unica possibilità il nostro trasferimento (una specie di Arca di Noè genetica) su qualche altro pianeta ancora da scoprire e per noi abitabile in qualche remota galassia. Tanto ritengono impossibile che la nostra breve specie riesca a operare un cambiamento interno, un’invenzione.
Per questo oggi non basta più un risorgimento in senso esclusivamente politico, sociale, nazionale o persino mondiale. Siamo al cuore del cuore del problema e di ogni progetto che pretenda ancora di essere "politico". Se, accanto e oltre a tutte le altre identità umane che si sono formate nel corso del tempo, non comincerà ad emergere anche una più vasta e affratellante identità di specie – non separata e contrapposta al resto del residuo del mondo in cui siamo immersi ma proporzionale alla condizione che stiamo vivendo e in grado di poter finalmente spostare l’asse del nostro sguardo imprigionato dentro strettoie politiche e di pensiero – non ci sarà alcun futuro per la nostra specie. Al punto in cui siamo ci vorrebbe – al di là e oltre le sole e giuste lotte sociali – un risorgimento più generale, di specie, che ci metta nelle condizioni di reinventare (e non semplicemente di duplicare, clonare e riprodurre moltiplicato l’esistente attraverso procedimenti tecnologici) le nostre stesse strutture, forme e possibilità di vita su questo pianeta. Perché è tutta la nostra specie a essere posta di fronte al proprio limite o alla propria prefigurazione e invenzione.

Internazionale di specie

Delle illusioni nate dalle teorie e dalle pratiche rivoluzionarie cui ho aderito in passato una delle poche che ancora difendo e che faccio mia è l’internazionalismo. In controtendenza totale con il localismo identitario regressivo, spaventato e feroce e con il neo feudalesimo astratto, idealistico e nostalgico di moda in questa lunga, agonica fine della modernità, che riesce solo a concepire di ripercorrere all’incontrario la stessa catastrofica strada del "progresso illimitato" e dove una visione parcellizzata dello spazio e del tempo dà l’illusione, ancora, di una possibile ricostituzione antitetica e speculare della vita economica e sociale dell’uomo. Io credo invece che bisognerebbe inventare una terza cosa, che non sia chiusa dentro la stessa tenaglia, che non sia solo il rovesciamento speculare della prima, credo che bisognerebbe andare verso un internazionalismo di natura diversa e mai visto prima, di specie, per cominciare a ripensare e a pensare, di fronte al limite che stiamo andando a toccare, tutto il pensiero umano e le sue strutture sociali e le sue gerarchie e le sue fissazioni, le sue priorità e le sue urgenze e i passaggi. Per liberare – se non è ormai troppo tardi – questo inimmaginabile contromovimento nella fissità terminale che sta immobilizzando e paralizzando la nostra specie e ogni altra residuale cosa creata dal suo fulmineo e devastante passaggio nel residuo di materia di cui sono composti questo pianeta, l’intero universo e noi stessi.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica annunci il 1 marzo 2009