No al pizzo #5

Rosario Amarù



No al pizzo. Imprenditori siciliani in trincea, edito dalla Thor Editrice e curato da Gabriella De Fina, raccoglie le testimonianze in prima persona di tredici imprenditori siciliani che hanno scelto di dire no al ricatto delle logiche mafiose. Nel libro compaiono con il loro nome e cognome e con la loro faccia: un gesto che è nello stesso tempo un’assunzione di responsabilità, un rischio e un atto di coraggio.
Si può richiedere il libro direttamente all’editore e riceverlo per posta al prezzo di 13,50 euro (anziché 17,50) inviando una mail a
thoreditrice@gmail.com

Lo stralcio che segue è tratto dal racconto di Rosario Amarù, vicepresidente di Confindustria Caltanissetta.

Gli stralci precedenti: #1, #2, #3 e #4.

«La nostra vita va avanti e alla fine degli anni ’80 comincia la guerra di mafia. Quelli, a Gela, sono stati gli anni del terrore: più di cento morti ammazzati, in tutti i modi, in tutti i posti. Anni drammatici per ognuno di noi. Un giorno, erano le sette di mattina, sento delle grida, scendo da casa e vedo a terra un imprenditore che abitava nel nostro palazzo, al terzo piano, ucciso così, una persona con cui salivo insieme in ascensore. Un altro ragazzo è stato fatto fuori nel ristorante dove andavamo sempre a mangiare io e mia moglie. Entravano nella tua intimità, a casa tua, nel tuo palazzo, all’interno di un ristorante, capivi che era solo un caso che non fosse successo a te, sentivi che poteva succedere anche a te, vivevi nel terrore. C’era gente che uccideva dalla mattina alla sera, alla sala giochi hanno ammazzato cinque ragazzi, in una sola sera hanno fatto tre attentati in punti diversi della città. Noi cittadini di Gela camminavamo per le strade come zombi, lo Stato era completamente assente e noi avevamo la netta percezione di essere in balia di quei delinquenti. Ho definito noi cittadini gelesi di quegli anni "il popolo dei vinti", perché abbiamo assistito impotenti, senza reagire in alcun modo. Cosa potevamo fare? Niente, se lo Stato è assente, in una situazione come questa, quando vedi qualcuno che ti muore accanto, ti giri dall’altra parte. E proprio in quel momento così drammatico sono ricominciate le richieste di estorsione.
Un giorno si presentò un ragazzo e mi disse che doveva parlarmi. Aveva sui venticinque anni, la mia stessa età, lo conoscevo di vista: "Sai, ci sono stati tanti morti, un sacco di gente è in galera e bisogna sostenere le famiglie, ormai tutti pagano, devi darci 500.000 lire al mese". Avevano ammazzato l’imprenditore del mio palazzo, altri imprenditori erano caduti sotto il fuoco della mafia, nei ristoranti dove andavamo trovavamo tracce di sangue da tutte le parti, insomma… c’era questa facilità a uccidere, questa facilità a incendiare, ogni giorno c’erano attività commerciali che bruciavano, non eravamo in Sicilia, non eravamo in Italia, eravamo a Beirut; una situazione che chi non la vive non può capirla, una situazione veramente drammatica. Con amarezza, abbiamo ceduto al ricatto. Abbiamo ceduto per paura, però anche un po’ per cultura. La nostra cultura è di natura mafiosa: io non vedo, non parlo e non sento; vedo qualcosa di illegale e mi giro dall’altra parte, io non faccio lo "sbirro", io non sono "infame", questa è la nostra cultura. E in condizioni come quelle viene amplificata, esce fuori questa parte di siciliano che c’è in te, anche perché ti vedi totalmente indifeso; però la cultura ti dà la giustificazione: "Va beh, lo fanno tutti, è giusto farlo". È la subcultura mafiosa che molte volte vince la cultura dell’onestà.

Cominciamo a pagare il pizzo. Non ce ne usciamo più. Siamo addolorati. Non è l’aspetto economico, pagare 500.000 lire al mese per un’impresa come la nostra non è niente, come avere un operaio che se ne sta con le mani in mano. è la mortificazione morale, sappiamo che stiamo finanziando un’attività illegale, stiamo foraggiando dei criminali, siamo come loro perché siamo la parte finanziaria di una organizzazione a delinquere e loro ci mortificano come persone: devo pagarti perché in caso contrario mi farai del male. E questo è il peggio che ti possa succedere. La realtà è che avrebbero potuto chiederci un milione, un milione e mezzo e gliel’avremmo dato. Bene, cadiamo in questa trappola, in questa rete e non ce ne usciamo più. Con mia sorella e con mia moglie parlavamo sempre di questo pizzo: "Ma ci l’amu a dari ’sti soldi a chisti?"1 "E che facciamo? Rischiamo? Pagano tutti. Chi è che ci difende? Che fa, ce lo vogliamo dimenticare quello che ha vissuto papà quando gli chiedevano i soldi?" L’esperienza di mio padre non è stata un deterrente di fronte alla richiesta del pizzo ma un catalizzatore per decidere di pagarlo. Nostro padre si è trovato solo ad affrontare l’estorsione e non ha ceduto, ma lui almeno aveva a che fare con una voce telefonica, noi invece li avevamo visti in faccia, ed era peggio. Finché non sai chi sono puoi andare a fare una denuncia contro ignoti, ma se lo fai conoscendoli, loro sanno che tu sai. Quindi entri in un circolo vizioso e non sai come uscirne.

La nostra salvezza è stata che nel ’94 i carabinieri hanno trovato il libro mastro della mafia. In quel libro c’era il mio nome. Veniamo convocati, tutti i commercianti insieme, eravamo circa duecento e ognuno faceva finta di non sapere perché si trovava in caserma, ognuno diceva: "Ma perché ha chiamato me? Che c’entro io? Io non ho mai pagato". Eravamo dai carabinieri, con il libro mastro su cui c’era scritto il nostro nome e ancora ci ostinavamo a non parlare. Io ho la sfortuna di avere il cognome che comincia per A e sono sempre tra i primi, anche a scuola ero sempre uno dei primi a essere interrogato.

Una volta dentro mi spiegano la situazione:
«Allora, abbiamo il libro mastro e dentro c’è il suo nome. C’è scritto: Amarù Rettifiche, via Venezia, 500.000 lire. Lei che cosa mi sa dire di questo?».
«È vero».
Mi hanno guardato come a dire: "Chistu pazzu è, chistu veru sta dicennu?"2 «Se le mostro le foto, può riconoscere il suo estorsore?»
«Se mi fa vedere le foto ve lo dico».
Mi mostrano due blocchi di foto e mi rendo conto di quante persone conoscevo, di quanti delinquenti c’erano, tra loro riconosco il mio estorsore e glielo indico.
«È sicuro che è questo qua?»
«Certo che sono sicuro».
«Si chiama Maganugo».
«Sì, sono due gemelli».
«Ah, sa pure questo. E come si chiama quello che veniva da lei?»
«Quello che veniva da me si chiama Giovanni».
«Allora non è questo, è il fratello».
Prendono un’altra foto scattata fuori, quindi li fotografavano anche per strada.
«Sì, sì è lui. Giovanni, non Enrico».
«Benissimo, può andare».
Quando sono uscito dalla stanza tutti volevano sapere che cosa era successo là dentro ma i carabinieri mi hanno accompagnato alla porta e hanno fatto in modo che non parlassi con nessuno. Sono andato via terrorizzato.

Ora faccio un passo indietro per farvi capire come e che cosa ho vissuto durante questo interrogatorio. La stanza era molto buia, davanti a me c’erano un tavolino e una sedia piccola, senza braccioli, tipo quelle della scuola; mi fanno sedere di fronte a una finestra che dava sul cortile. Entrano in tre, due si mettono alle mie spalle e uno si siede davanti a me. La cosa che mi ha fatto più paura – ed era questo il loro obiettivo – è stata la porta sbattuta violentemente e un tizio in borghese che è entrato dicendo: "Voglio vedere ora questo che cosa fa". Mi sono sentito non la vittima ma il carnefice che doveva essere punito. Ecco, io sono entrato nella tana del lupo, non sono entrato in un luogo dove potevo essere difeso, dove mi avrebbero fatto ragionare sulla necessità di denunciare. Quei signori, in piedi dietro di me erano come una minaccia vivente, sembravano pronti a colpirmi se non avessi detto la verità. Non dico che lo avrebbero fatto veramente ma quella era la sensazione. Il riconoscimento non è avvenuto in modo semplice, sono stato lì dentro almeno un’ora. La tensione che ho vissuto è stata tremenda, quella avrebbe dovuto essere la casa dove sentirsi al sicuro, tu sei la vittima di un sistema e non dovresti avere paura di entrare dai carabinieri perché magari ti mettono in galera. Invece l’atmosfera che si è creata all’interno di quella stanza buia era di grande pressione psicologica. Nel caso della rapina la cosa che mi è rimasta più impressa era quella pistola "enorme", in questo caso quello che non scorderò mai è l’oscurità della stanza. Un buio che genera paura, una paura che genera il bisogno di voltarsi per sapere chi c’è alle tue spalle, però non puoi farlo, quindi immagini questa stanza come se fosse grandissima e dietro di te ci fossero centinaia di persone che ti stanno ad ascoltare.

Fatto tutto questo, cioè vissuto tutto questo, sono andato via in preda al terrore. "E adesso che mi succede?" Avevo trent’anni, se prendiamo un trentenne di oggi e gli facciamo vivere una cosa del genere non so come reagisce. È chiaro che io avevo già avuto delle esperienze forti ma quella che avevo vissuto era una vera e propria "estorsione di denuncia". Quando sono andato a casa ho raccontato tutto a mia sorella e a mia moglie; mia madre, invece, l’abbiamo sempre tenuta all’oscuro di tutto per non caricarla di ulteriori ansie: era rimasta vedova a quarantatré anni e aveva scelto di restare sola per sempre; diciamo che l’abbiamo tenuta nella bambagia e forse è stato un male perché, alla fine, mia madre, che è una gran donna, non ha la percezione che le cose possono anche andare male. Quando mia sorella e mia moglie mi hanno chiesto perché avevo deciso di parlare, ho risposto che per me era stata un’opportunità da cogliere; abbiamo deciso che non c’era altro da fare se non tenere gli occhi aperti e aspettare.

Poi arriva il giorno del processo, la prima udienza, quella in cui ti si chiede di testimoniare puntando il dito contro il tuo estorsore. Per me è stata un’esperienza amara. Arrivo in tribunale ed entro dalla porta principale. C’è un sacco di gente, non so chi siano, però comincio a capire che si tratta dei parenti degli imputati. Mi portano in una stanza separata, perché non vogliono che io stia in aula ad ascoltare; e fin quando ero lì con un carabiniere mi sentivo protetto, anche se nella solitudine il tempo non passa mai, hai paura di sbagliare a parlare. Molte volte è più facile dire una bugia che dire la verità, perché poi l’avvocato può interpretare in maniera diversa quello che hai detto in buona fede, ti fa confondere, dici una fesseria e rovini tutto. Infatti in questi casi è meglio parlare poco che dire tante stronzate.

Finalmente arriva il carabiniere: "Tocca a lei". Entro in aula: di fronte a me c’è il vetro dietro al quale ci sono tutti gli arrestati, tra i quali c’è anche il mio estorsore, che appena mi vede comincia a sbattere con forza le mani sui vetri, gli altri sghignazzano – perché poi lì è tutto un sistema, si aiutano l’un l’altro, i fissa sono tutti da questa parte, i sperti sunnu tutti dda’ rintra3 – mi siedo, mi chiedono di individuare la persona che avevo denunciato e sono costretto a esaminarli tutti, uno per uno. Non l’avessi mai fatto, man mano che il mio sguardo incrociava il loro mi apostrofavano con le espressioni più volgari, mi facevano gestacci. Quando finalmente vedo il mio estorsore lui mi fissa con aria di sfida, come a dire: "Voglio vedere se hai il coraggio di parlare". Invece io lo indico e dico: "È lui, quello là". Mi fanno una serie di domande a cui rispondo in maniera telegrafica, senza fare commenti, tra cui l’ammontare della cifra che gli pagavo ogni mese e il giorno in cui gliela consegnavo. "Ok. Può andare". Questo processo era pubblico, non c’era stata alcuna selezione tra coloro che assistevano, quindi, quando sono uscito dalla porta, mi sono ritrovato in mezzo ai parenti di quei delinquenti. Non potete immaginare la pioggia di volgarità che mi ha investito. È chiaro che l’unico pensiero che ti viene in mente è: Ma cu mu fici fari?4 Per 500.000 lire al mese, adesso, devo stare col cuore gonfio così per la paura che questi mi ammazzano. Non so se rendo l’idea.

Basta, è finita lì. Siamo nel ’94, anno in cui comincio a costruire un capannone nella zona industriale di Gela, mentre la mia sede, che era stato il teatro del pagamento del pizzo e di tutte le vicende che ho raccontato, rimane in via Venezia. Mi trasferisco nel nuovo opificio mentre la sede di via Venezia viene gestita dal braccio destro di mio padre, il ragionier Cannizzo. Nel 2001 si ripresentano gli estorsori e parlano con lui. Cannizzo si precipita da me alla nuova sede e mi dice che era arrivato un ragazzo che lui non aveva mai visto e gli aveva chiesto di nuovo 500.000 lire al mese. Prego il ragioniere di sbrigarsela lui e soprattutto di non mandarli da me. Dopo qualche giorno torna di nuovo e mi dice: "Sono venuti a riscuotere i soldi. Io, a dire la verità, mi scantu5. Che devo fare?". "Glieli dia ma non faccia il mio nome, se la veda lei".

Siamo nell’anno in cui viene introdotto l’euro. Per i primi mesi si prendono 253 euro, poi ne pretendono 500. Non sappiamo cosa fare, alla fine cediamo. Poi succede qualcosa, forse un arresto, sta di fatto che questo tipo smette di venire. Accanto al mio stabilimento c’è uno che ha un autolavaggio dove portavo sempre la macchina a lavare. Un giorno gli porto la macchina e mi fa: "Senti, mi hanno detto che i soldi li devi dare a me". Sono morto, perché non avevano mai parlato con me e invece adesso c’era stato l’aggancio, proprio ciò che avevo cercato di evitare a tutti i costi. Vado da Cannizzo e gli spiego che i soldi verrà a prenderli quel tizio. A quei tempi la cultura della denuncia non era nata, anzi era morta sul nascere, insieme al tentativo di fondare l’Associazione Antiracket, quindi Renzo Caponetti ancora non poteva darci il suo aiuto. Era un momento molto difficile, ricordiamoci dell’esperienza dei carabinieri e del processo, non c’era niente che potesse invogliarmi a non pagare. Dopo tutto quello che mi era successo pensavo che non pagare fosse estremamente rischioso. Nel 2004 il ragionier Cannizzo va in pensione e per sei mesi questa faccenda sono costretto a gestirla io personalmente. Non gli passavo materialmente i soldi, facevo lavare la macchina e ce li mettevo dentro. Lui si prendeva i soldi e insisteva per non farmi pagare il lavaggio ma io l’ho sempre pagato fino all’ultimo centesimo. Ogni mese era una mortificazione morale della mia persona e mese dopo mese cresceva dentro di me il disgusto per quel rituale. Finché un giorno ho detto basta e ho smesso di pagare. È stata una decisione mia, allora non avevo cariche in Confindustria.

C’è un detto che dice: occhio che non vede cuore che non duole. Tra il pagare, il non pagare e il denunciare è passato un po’ di tempo perché fin quando pagava il ragionier Cannizzo era come se io non c’entrassi niente, era una attività che non gestivo io. Sapevo che in buona sostanza ero io a pagare, però ci sono molte verità che la nostra psiche cancella, le mette da parte e le rimuove. Ho vissuto in una specie di limbo della mente fino a che Cannizzo è andato in pensione e ho dovuto guardare in faccia il problema. Mese dopo mese, portavo la macchina al lavaggio, anche se era pulita, con i soldi dentro e questa cosa per me era diventata un incubo; così, a un certo punto, ho detto: "Basta, non pago più".

Quando ho preso quella decisione ho provato un senso di liberazione, ma non posso nascondere che ero angosciato al pensiero delle possibili ripercussioni. Ogni tanto mi hanno cercato in azienda e una volta, al lavaggio, il tizio mi ha chiesto spiegazioni. Io gli ho detto: "Senti, a mia ’un m’ha circari chiù,6 io la macchina qua non la porto più. Noi due non ci rivediamo". Sono salito in macchina e me ne sono andato senza dare spiegazioni, perché si ha paura di darle, non esiste la logica del "parliamone". Per me non c’era più niente da dire e non ho più fatto lavare la macchina in quel posto. Da quel giorno ho fatto in modo di non incontrarlo, non l’ho più salutato, ho persino cambiato bar, dove, lo confesso, facevano dei cornetti meravigliosi, perché era all’angolo del suo autolavaggio. Non ci sono più andato proprio per evitare qualunque contatto, lui lo ha capito e non ha insistito.

Comincia la rivolta in Confindustria. Si inizia a parlare di lotta all’illegalità, alla quale sento di aderire pienamente ma dentro ho un magone perché per mesi avevo pagato il pizzo senza denunciare. Prima di allora ero un semplice associato di Confindustria ma non avevo un ruolo partecipativo. Con la presidenza Montante sono diventato vicepresidente di Confindustria Caltanissetta e quindi ho assunto in prima persona l’impegno di divulgare il programma Montante e di portare avanti la politica di rinnovamento all’interno dell’Associazione; salivo sul pulpito, parlavo di legalità, dicevo che bisogna denunciare, però questo mio passato mi tornava sempre alla mente. Finché, nel 2006, ho parlato con Renzo Caponetti: "Senti, ho questo problema: vorrei denunciare i miei estorsori ma non posso farlo senza garanzie. Se mi mandate allo sbaraglio come quando ho denunciato la prima volta, nel ’94, sono costretto a rinunciare, non ho intenzione di rivivere quell’esperienza traumatica". Abbiamo parlato a lungo e Renzo mi ha spiegato che le cose da allora erano molto cambiate. Premetto che Renzo Caponetti non ha semplicemente un ruolo, quello di presidente dell’Associazione Antiracket, ha una missione e la svolge con impegno quotidiano. Quando ti convince non ti abbandona, ti dà tutte le garanzie. Così, mi sono affidato a lui, siamo andati alla polizia e ho raccontato tutto, perché volevo liberarmi da un peso enorme che mi opprimeva il cuore: che cosa sarebbe successo se dopo tutti i miei bei discorsi un pentito avesse raccontato che Amarù fino a poco prima pagava il pizzo? Che fine avrebbe fatto l’insegnamento di mio padre che diceva che siamo noi per primi a dover dare il buon esempio? Ecco, ero caduto in questa grande contraddizione personale e volevo liberarmene.»








pubblicato da s.baratto nella rubrica condividere il rischio il 26 febbraio 2009