Argomenti per l’inferno

Francesco Ruggiero



L’esordio narrativo di Ade Zeno non promette un mondo di buoni. E non promette che non sia il nulla a dannare il mondo da un momento all’altro. Del resto, e preventivamente, un altro mondo lo consegna al lettore. Lo coltiva in ogni pagina con la stessa rabbia e la stessa grazia di un cane randagio che si offre alla luna. Poiché si tratta di un mondo notturno, privato, in quanto morbosamente intimo e in quanto privo di fato e fiato sufficiente a elemosinare un falso perdono o un’attenzione inutile. Un mondo vero come il vetro che sta dentro un’eclissi essenziale.

E il romanzo non mette in luce nulla; al contrario, produce ulteriori ombre, alimenta proiezioni buie frapponendo figure di scarto, residui franati, dispersi, obliqui, a una fonte di sogno-luce. Gioca nella sabbia immobile con formine rovinate o deformi.

Per altro questa materia di luce o di sabbia non va confusa con la realtà. Zeno non intende rispecchiare la realtà. Ovunque essa sia, o nonostante ci s’illuda che essa sia ovunque. È più utile invece, per comprendere il lavoro dell’autore torinese, riferirci al concetto di forma proposto da Hjelmslev e utilizzato anche da Deleuze nella sua analisi di Kafka, non a caso uno degli autori che per primi vengono in mente durante la lettura di Argomenti per l’inferno.

Il linguista danese introduce il concetto di forma per definire in astratto la selezione all’interno di tutta la materia dell’espressione e del contenuto che ciascuna lingua opera per ricavare la propria sostanza.

Zeno dunque affonda le mani nell’unica materia per lui possibile, la lingua. E la sostanza-mondo è l’effetto dei filtri adoperati a scandagliarla. Operazione comune alle differenti discipline in cui si è cimentato in questi anni (cinema, teatro, canzone), tra cui vale la pena ricordare una trilogia di cortometraggi premiata in diversi festival che riesce nell’impresa di focalizzare l’attenzione dello spettatore sulla lingua soverchiando l’invasiva presenza dell’immagine.

L’esito, nel romanzo, è un complesso di azioni, luoghi e sentimenti perfettamente (di)sgraziati. Tutto ciò che vive o vegeta è come minimo sbagliato o mutilato. A partire dai personaggi: un figlio che non vorrebbe mai essere stato, e un adulto che è il padre ideale solo per il fatto che padre non è. Tra gli oggetti al centro della scena ("una casa piccola, insignificante, vuota"), c’è un divano, ma non un divano ordinario, un mezzo divano, "un corpo parziale, a metà, appunto, dato che il lato destro è inutilizzabile." E a dir meglio non è nemmeno posto al centro della scena, perché la scena, un centro non lo contempla (poiché produrrebbe se non proporzione, quantomeno una geometria regolare). Per passare ai gesti, anche i più semplici, una camminata: "ti muovi come una femmina d’uomo ai primi passi", deficienza giustificata da un’immagine riuscitissima "Se lo vuoi sapere sono queste scarpe. Stringono come due diavoli. Ho i talloni spaccati".

Le scarpe dunque, quando non sono "abbandonate nello smog" come quelle di Van Gogh, (così canta Zeno in una sua canzone) sono comunque occasione di una sofferenza. Quasi una forma nella forma per tornare a Hjelmslev. Il prodotto di una sagoma imperfetta che a sua volta modella un’ulteriore imperfezione: "è l’unico uomo ad avere i piedi quasi brutti quanto i miei. Tozzi, rugosi e disegnati intorno a un collo troppo spesso per non sembrare mostruoso e privo di grazia".

A parlare, in prima persona, non è la voce del narratore, ma la prima persona forgiata con gusto e amore per l’errore. Un ragazzo costretto a vivere dalla nascita su una carrozzina e che avverte il proprio corpo come una presenza dolorosa e inutile. Che col procedere della storia proverà a galleggiare sulla materia dei sogni per un tempo progressivamente crescente.

La vicenda si sviluppa nell’alternarsi fulminante e corrosivo dei dialoghi tra il padre e il figlio. Eleganti e surreali dispute di destini abbandonati nell’acida dolcezza delle loro viscere. I due si scontrano, mettono in scena le proprie debolezze che in fondo, e in sostanza appunto, caratterizzano ogni momento della loro quotidianità. Ma questa sostanza custodisce un segreto, che ha a che fare proprio con l’atto della creazione.

Un segreto che potrebbe minare il loro scorretto equilibrio, la loro scomposta armonia.

Ade Zeno, con questo romanzo, compie – per usare le parole di Raul Montanari – un primo "minaccioso e irresistibile" passo verso l’inferno della scrittura.

Ade Zeno, Argomenti per l’inferno, NoReply, 2009.
Qui una recensione di Andrea Cortellessa.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 25 febbraio 2009