E.E. Appunti a margine

Giovanni Spadaccini



La morte di Eluana Englaro ha messo una volta per tutte di fronte ai nostri occhi il significato, palese e occulto, della macchina di potere che ci sovrasta. Il grido: ’non ci avrete vivi’, l’ultimo slancio disperato del combattente che rifiuta la resa ad un nemico di forze sproporzionate, con questa politica non è più possibile. Perché ci avranno vivi. La vita cosciente dell’uomo, la sua vita di creatura sociale, è presa nel laccio dell’oggettivazione biologica. È ingabbiata in una forma che è più simile a quella di organismo elementare che a quella di un homo. Eppure è vita, dicono.

Noi siamo il bios, ciò che nell’uomo respira e pulsa in parole, sguardi, abbracci, lacrime, colpi, urla, dolore. Questo potere, invece, vuole l’altra parte, vuole il mistero: comandare la macchina del corpo umano e possederla del tutto. Ma ciò che loro – loro che pure siamo noi - chiamano il mistero, della vita e della morte come si è spesso sentito dire in questi giorni, non ha più niente di misterioso, né, tantomeno, di meraviglioso. Ciò che sta nelle profondità di questo nostro corpo, dei suoi movimenti, della sua strana postura, così diversa eppure così apertamente riconoscibile nella sua derivazione animale, dei suoi spasmi muscolari, cerebrali, e delle scariche elettriche che lo percorrono da cima a fondo, oggi loro lo vedono esclusivamente dal versante della funzione. Funzione biologica, naturalmente. Ma ciò che rende inquietante questa forma di funzionalismo biologico è il suo carattere bifronte, ambiguo, apparentemente capace di stringere a sé tutte le posizioni, anche le più diverse. Se gli uni guardano all’uomo come ad un aggregato di organi che possono essere sostituiti un numero indefinito di volte non appena la loro funzione sia venuta meno o sia stata danneggiata, gli altri affermano che la sopravvivenza, il funzionamento di quell’aggregato di organi è indipendente dalla coscienza che ne ha fatto una persona, un uomo, una donna, tra gli altri. Quel corpo che era una persona è ora imbozzolato nel più assoluto isolamento. Non c’è difesa per quel corpo, non c’è riparo, né consolazione.

La verità di ogni pessimismo filosofico è grottescamente confermata da questa macchina di potere: l’esistenza è un foro consumato in fretta tra due solitudini estreme, la nascita e la morte, e a nulla vi servirà l’illusione di essere insieme perché la verità che noi portiamo è così spaventosa e perturbante che nessuno di voi avrà più il coraggio di tendere una mano verso l’altro.

Di qui l’altro potentissimo inganno: il nome proprio. Questa parola magica usata come se avesse poteri straordinari di affratellamento, solidarietà, condivisione è invece l’estremo gesto di eliminazione della personalità, della coscienza e dell’esistenza di un corpo che ha attraversato lo spazio e il tempo insieme ad altri. Eluana, continuando ossessivamente a pronunciare il tuo nome nelle pagine dei giornali, nei cartelli che chiedono che tu possa restare attaccata al tubo che alimenta il tuo organismo prostrato (’Eluana, resta con noi’, diceva uno dei cartelli fuori della clinica. Ma noi chi?), nei discorsi televisivi o nei bar o in famiglia, ti abbiamo lasciata sola. Il tuo nome è ormai solo il tuo ed è tutto ciò che ti resta. ’Englaro’ è invece la particella impronunciabile di questa storia, cioè la tua famiglia, la tua storia, in una parola: gli altri attorno a te. Quel cognome che viene da chissà dove, che è stato di altri, di altri corpi, altre coscienze lanciate tra altre coscienze, non ti appartiene più. Ti resta il tuo nome, la formula che apre il cerchio magico del tuo corpo e ti inchioda all’altare.

Ad altri è toccato oggi, ad altri toccherà domani. Io ho bisogno delle mie storie.

I primi aggregati di cellule, i primi pesci, gli anfibi. I rettili e i grandi sauri sulla sterminata distesa della terra. Gli uccelli, milioni di insetti terrestri e volanti. I mammiferi, colorati, striati, maculati, dal lungo collo o dalla corsa veloce. Poi un’altra bestia, apparentemente più indifesa e invece capace di saltare al di là della bestia che pure lo possiede. Si scopre capace di azioni che non vede nei branchi di animali che lo circondano, lui che pure vive in branchi. Si scopre capace di Dio e di come Dio lo renda più forte. E allora sono covili, rifugi, dapprima. Poi villaggi, città. E qui cominciano i viaggi, e questa bestia che si è messa dritta sulla schiena scopre gli altri come lui. Spesso la scoperta si tramuta in guerra, assassinio, rapina, conquista, sterminio ma lui non cede e con le armi e le parole riesce a raggiungere la potente illusione di dominare l’universo intero, perché Dio è con lui, perché Dio protegge la sua vita, quella del suo gruppo, del suo popolo. Dio è misericordioso e implacabile, questo lo sa, ma conosce riti per ammansirlo. Occorre il sangue di un innocente, così hanno detto i sacerdoti, e a volte è uno del gruppo, o un animale, o un oggetto che riproduce la forma di un animale. Dio, così si dicono tra loro, ecco Dio è placato, abbiamo pagato il nostro tributo.








pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 23 febbraio 2009