No al pizzo #4

Renzo Caponetti



No al pizzo. Imprenditori siciliani in trincea, edito dalla Thor Editrice e curato da Gabriella De Fina, raccoglie le testimonianze in prima persona di tredici imprenditori siciliani che hanno scelto di dire no al ricatto delle logiche mafiose. Nel libro compaiono con il loro nome e cognome e con la loro faccia: un gesto che è nello stesso tempo un’assunzione di responsabilità, un rischio e un atto di coraggio.
Si può richiedere il libro direttamente all’editore e riceverlo per posta al prezzo di 13,50 euro (anziché 17,50) inviando una mail a
thoreditrice@gmail.com

Lo stralcio che segue è tratto dal racconto di Renzo Caponetti, presidente dell’Associazione Antiracket "Gaetano Giordano" di Gela.

Gli stralci precedenti: #1, #2 e #3.

«Mi chiamo Caponetti Renzo, il mio cognome viene sempre storpiato con Caponnetti, Caponetto. Sono nato il 26 maggio del 1950, grandetto sono. Faccio il commerciante dal 1978, commercio all’ingrosso di prodotti alimentari, forniture per bar, ristoranti, pasticcerie. Se avessi cominciato la mia attività a Cuneo, per esempio, non avrei avuto problemi ma essendo commerciante in una città come Gela, e per di più nel periodo della guerra di mafia, hanno cominciato subito con le telefonate. Mio papà era un ufficiale pilota dell’aeronautica militare e quindi ho vissuto sempre in un mondo dove la legalità era al centro dell’attenzione. Da lui ho ereditato tante cose, tra cui la passione per i motori e per le armi, intendendo l’arma non come un mezzo per offendere ma come uno strumento che affascina. Uno può essere appassionato di orologi o di accendini, io invece sono appassionato di armi e quindi pratico il poligono di tiro e partecipo alle gare. Ho una sorella che insegna all’istituto tecnico di Gela e ho due figlie che sono tutte e due laureate, hanno studiato sempre fuori, per ovvi motivi, e ho una moglie che collabora al mio lavoro. Mio papà è nato a Piazza Armerina e mia madre a Lecce mentre io sono nato a Gela. Siamo arrivati a Gela quando mio padre, che faceva servizio all’aeronautica di Lecce, dove ha conosciuto mia mamma, è stato trasferito. Era il 1958, allora Gela era una cittadina tranquilla, povera, la gente viveva di agricoltura, pastorizia e, soprattutto, faceva un’attività marinara eccellente, perché ancora non era sorto il mostro, l’Agip Petroli. Dico il mostro perché allora avevamo un mare meraviglioso. Noi bambini raccoglievamo i frutti di mare: i ricci, i cannolicchi, tutte le stranezze del mare. Ricordo che facevamo collezione di stelle marine, oggi non esistono più. Il segnale del mostro è stato quando, mentre stavamo facendo il bagno nei pressi dell’attuale lido La Conchiglia, è arrivata un’onda anomala piena di petrolio e ci ha ricoperti dalla testa ai piedi. è stata una cosa terribile per i nostri genitori vederci uscire dal mare in quelle condizioni. L’onda ci ha investito perché erano appena iniziati i lavori del greggio, ci ha imbrattati tutti, eravamo completamente neri. Poi, a furia di strofinarci con l’olio d’oliva, siamo riusciti a ripulirci dal catrame e dal petrolio, che da allora cominciò a galleggiare sull’acqua a tutto andare. Però si viveva bene, non circolava molto denaro. Invece, subito dopo l’avvento del petrolchimico, cominciarono a girare i soldi, perché fecero il villaggio turistico Macchitella, dove alloggiavano circa diecimila persone. Il Petrolchimico sorse dove prima c’era un bosco meraviglioso in cui andavamo a fare delle passeggiate, mi ricordo, con mio papà, per vedere la natura, per vedere passare gli uccelli migratori: il cavaliere d’Italia, l’airone bianco, l’airone cinerino, il tarabuso. Sono pratico perché sono appassionato anche di caccia, però nel senso buono della parola, non è che sparo a tutto. In quel periodo, comunque, gli uccelli non li toccavamo, mi piaceva fotografarli. Non so se conoscete il cavaliere d’Italia, quello con le zampe rosse e il becco lungo. è meraviglioso. Oppure la ghiandaia marina, è come una tortora con le ali azzurre, di tanti colori. Le meraviglie si vedevano in questo bosco dove ora c’è il petrolchimico. Che distruzione! è stata una tragedia veder tagliare quel bosco, una scena ancora indimenticabile per me. Ora c’è tutto il sottosuolo inquinato non so per quanti metri. Per bonificare una zona del genere penso che ci vorrebbero cent’anni almeno.

Comunque, con l’avvento dell’industria petrolchimica cominciarono a girare i soldi, nel vero senso della parola, e con l’arrivo dei soldi la malavita iniziò a mettere gli occhi su tutte quelle aziende nuove che venivano dal nord e dall’estero. Così cominciarono i primi movimenti mafiosi, le estorsioni, gli atti intimidatori, la piaga del pizzo e con questi la vita difficile per gli imprenditori. La mia azienda l’ho fondata nel 1978. Prima facevo l’agente di commercio, poi mi sono messo in proprio e ho aperto questa vendita all’ingrosso. Proprio all’apertura dell’ingrosso incominciai a ricevere le prime telefonate – finché uno non lo vive di persona non ci crede – si presentavano dicendo che se volevo la protezione dovevo pagare e mettermi in regola, mettere a regola, in dialetto, ma è chiaro che io, abituato in una famiglia in cui la legalità era sempre al primo posto, mai e poi mai mi sarei potuto piegare a questo genere di cose e quindi mi ribellavo.

La polizia, in quel periodo, non è che non fosse all’altezza della situazione, soltanto non era preparata per questo genere di cose. A quei tempi non esisteva l’Associazione Antiracket, non c’era mai nessuno che denunciava, e mi ricordo che quando andavo io a denunciare, mi guardavano un po’ strano, come a dire: "Ma chi te lo fa fare, ti possono uccidere". Però era più forte di me, io una lira non l’ho mai data. Dunque, io facevo le denunce e loro mi bruciavano gli automezzi, le macchine, me ne facevano di tutti i colori, e io continuavo a denunciare e a registrare. Allora non c’erano questi apparecchietti moderni di ora, come le microspie, ma io cercavo con accorgimenti vari – tipo una ventosa sul telefono collegata a un registratore, cose che oggi sembrano incredibili – di fare delle registrazioni che poi portavo alla polizia. Allora le minacce le facevano per telefono, non si facevano vedere, quindi bisognava stare attenti a tutti i segnali che provenivano da quelle registrazioni. Ricordo che una volta mi rimase impresso un suono di campana e ricollegai che quella campana la sentivo dall’ufficio e mi resi conto che mi telefonavano ogni giorno alle 18:00 dalla cabina telefonica che stava di fianco al magazzino. Così un giorno, mentre ero al telefono con loro, uscii di corsa e riuscii a vedere chi è che stava telefonando; quello subito lasciò perdere e il giorno dopo mi bruciarono di nuovo la macchina. Tra le macchine che mi hanno bruciato il dispiacere più grosso me lo sono preso per una Golf turbo diesel che avevo comprato da poco e che mi hanno bruciato sotto casa: la classica bottiglia di benzina. I carabinieri hanno verbalizzato l’accaduto, ma in quel periodo non esisteva l’atto vandalico e quindi neanche venivi risarcito dall’assicurazione.
Andai avanti così, sempre superando queste difficoltà e sempre a rischio e pericolo perché dovevo difendermi anche dagli assalti. Ricordo che un giorno, mentre andavo a fare un versamento in banca, tentarono di bloccarmi con una macchina e quando vidi che avevano calzamaglia e aggeggi vari mi sono spaventato a morte però poi, con il coraggio della disperazione, visto che camminavo sempre armato, mi sono difeso e sono riuscito a farla franca. Con le armi. Che dovevo fare? Non c’erano altre soluzioni, allora. Difatti, a volte, quando vado a certe riunioni, come è successo di recente a Bari, alla "giornata della memoria", dove non fanno altro che ripetere i nomi degli amici uccisi a Gela, quasi quasi mi sento un pesce fuor d’acqua quando penso che io sono ancora qua. Certe volte mi viene da dire: "Sì, tanti amici sono stati uccisi ma ci sono anche quelli che si sono difesi, non ci sono solo le vittime"; quasi quasi mi fanno sentire in colpa per essere vivo. Il fatto è che io mi sono sempre dovuto difendere perché ho sempre denunciato, cosa che non hanno fatto mai gli altri, sono una mosca bianca.

La cosa più tragica fu il fatto che, proprio perché denunciavo sempre, trovarono un sistema per non farmi più lavorare, crearono un’organizzazione che minacciava o picchiava selvaggiamente i commercianti che acquistavano da me. Io, allora, facevo recapitare la merce di nascosto, però a volte se ne accorgevano lo stesso e ferivano il commerciante colpevole; me n’è rimasto impresso uno tutto insanguinato. Quando gli ho chiesto cosa gli era successo mi ha risposto: "Ha visto, come mi hanno ridotto? Tutto questo perché ho fatto scaricare la merce dai suoi operai. E quindi, signor Caponetti, anche se lei ha i prodotti migliori e i prezzi più convenienti, purtroppo, non posso più acquistare da lei". Me lo dicevano chiaro e tondo. Questo è avvenuto soprattutto tra il 1986 e il 1988. Stavo per chiudere, perché potevo cercare di difendermi dagli attacchi alla mia persona ma da questo no. Poi, all’inizio degli anni ’90, per mia fortuna – mi dispiace dirlo ma è così – ci fu la guerra di mafia e quella guerra ha tolto di mezzo tanta gentaglia che mi perseguitava. In un solo anno ci furono 130 morti ammazzati a Gela. Li trovavano dovunque: in sala giochi, sotto casa, quattro, otto in una stessa giornata. Era un continuo, le pallottole giravano. Morì anche una donna che non c’entrava niente, in una piazza, colpita da una pallottola vagante. Quindi, per mia fortuna, lo ripeto, si ammazzavano tra loro. C’erano Cosa Nostra e la Stidda che si contendevano il potere, entrarono in conflitto e si eliminarono tra loro e così si fece un po’ di pulizia e la mia azienda riprese quota.

Nel 1991 si stava cercando di fondare un’associazione antiracket, Tano Grasso stava facendo i primi approcci. Qualche tempo dopo uccisero l’imprenditore Gaetano Giordano, a cui oggi è intitolata la nostra associazione; fu ammazzato per sorteggio da un mafioso che ormai ha tre, quattro ergastoli sulla testa, e sfumò la possibilità di andare avanti con l’associazione perché questo assassinio aveva terrorizzato tutti gli altri. Poi, intorno al ’95, tornarono di nuovo alla carica con me, con le estorsioni. Mi chiesero 50 milioni subito e un pagamento regolare di un milione al mese; e riprese la solita vita. Questo qui che me li ha chiesti l’ho visto in faccia. Mi veniva voglia di stenderlo subito, però mi sono trattenuto e ho preso tempo, sapevo come fare. Gli ho detto: "Li vuoi subito? Come li vuoi? Uno sopra all’altro? Te li posso dare a rate?". E lui: "Cosa intendi dire? Lo sai che mi mandano l’amici?". "Ti mandano l’amici? E perché non vengono direttamente l’amici invece di mandare un pezzo di deficiente com’a te? Pur non di meno, torna tra una settimana e vediamo come ti posso accontentare, vediamo se ti posso preparare qualche pacchettino, qualche cosa." E siccome l’avevo offeso mi disse: "Va bene, però vidissi ca dietro di mia ci su chiddi chiù forti".1 E io: "E va bene, non ti preoccupare, però tu la prossima volta m’ha fari veniri chiddi chiù forti.2 Non un deficiente com’a te." Ed effettivamente si presentarono quelli più forti. "Va bene, vi ho conosciuto, non mi sto spaventando, non vi preoccupate – perché sapevano che camminavo armato – avvicinate tra una settimana e vediamo come vi posso accontentare." Invece mi organizzai con le forze dell’ordine e gli abbiamo fatto trovare un bel pacchettino come si deve.

Subito dopo, si verificarono delle cose ancora più strane. Io ammetto che quei poveracci che pagano il pizzo lo fanno perché si spaventano, e noi abbiamo tutti rispetto della paura, ma in quel periodo ho subito richieste estorsive anche dalla polizia municipale, e quella è stata una cosa ancora più brutta, vedermi arrivare due vigili urbani in divisa per chiedermi il pizzo. Anche a loro risposi che gli avrei preparato un "bel pacchettino", ma subito dopo andai a denunciare l’accaduto al dottor Malafarina, i vigili furono sospesi per un po’ però poi hanno ripreso a lavorare e oggi sono in servizio regolarmente; con tanto di denuncia sono in servizio, purtroppo è così. E quella volta, mi ricordo, chiamai il sindaco per avere più solidarietà, lo feci venire con me. Il sindaco attuale, Crocetta, perché noi due eravamo compagni d’istituto: lui frequentava la ragioneria e io il geometra. Mi accompagnò lui ma le cose, nonostante tutto, andarono così. Ci sono fatti che non riesco a capire neanche io.

Finalmente, dopo una vita passata a girare caserme e avvocati, tutto un susseguirsi di periodi da dimenticare, nel 2004, dopo due anni di riunioni fatte assieme a Tano Grasso, che insisteva per fondare un’associazione antiracket a Gela, riuscii a racimolare un po’ di imprenditori disposti ad aderire, quattro persone che poi diventarono dodici. Tra loro, solo uno, oltre me, aveva denunciato. Le riunioni le facevamo nelle chiese, anche se il nostro luogo d’incontro principale era il commissariato di Gela, dove il dottor Malafarina ci aveva messo a disposizione una stanza. Così, dopo un anno e mezzo di riunioni, siamo riusciti a fare questa benedetta associazione e l’abbiamo inaugurata nell’aula consiliare del Comune di Gela. Una cosa fenomenale. A Gela parlare di associazione antiracket? Gela, la città della mafia? Tanto che i nostri figli non potevano andare a studiare al nord perché appena sentivano che venivano da Gela non gli affittavano le camere. Fu costituita l’associazione, io fui nominato presidente, anche perché non c’era nessuno che lo volesse fare, e per un po’ pensai di avere risolto qualche problema. Non sapevo che invece i guai peggiori dovevano ancora venire.

Ora vi racconterò una cosa che non ho mai detto a nessuno: gran parte della città di Gela vedeva la nascita dell’associazione come un’iniziativa bellissima che l’avrebbe liberata dall’estorsione e dal pizzo. Ma c’era anche un’altra parte della città che la vedeva come una cosa negativa, come un fastidio. E siccome io conoscevo la storia dei commercianti, sapevo che il 98% pagava il pizzo e conoscevo anche fisicamente gli estorsori, con la nascita dell’associazione mi diedi subito da fare per convincere i commercianti a denunciare. Il 30 maggio 2004, mentre giravo in moto in una via principale di Gela, mi hanno colpito alle spalle con una catena e mi hanno rotto due costole. Sono caduto a terra, sono stato ricoverato ma non ho voluto dire assolutamente niente, non ho voluto che la notizia si divulgasse, perché non volevo che finisse come ai tempi di Giordano, che si dicesse: "Come, il presidente dell’antiracket è stato subito colpito?" Chiesi alle forze dell’ordine di sostenermi in questo, imbrogliai diverse cose a mia moglie, dicendo che ero andato a cena con Tano, perché volevo tenerla all’oscuro di questi fatti. Così, imparai a farmi le punture di voltaren davanti allo specchio e di nascosto mi mettevo le fasce elastiche per alleviare i dolori. Tano Grasso era sempre preoccupato per me, già prima di questo fatto mi telefonava tre, quattro volte al giorno: "Renzo, tutto a posto?". Poi, quando ho subito questa aggressione, è venuto allarmatissimo e mi hanno messo alle costole due ispettori di polizia. E anche quel periodo passò. Pensai che più di quello non potevano farmi e quindi ho continuato la mia attività, che però andava sempre peggio e io non facevo che domandarmi: "Com’è possibile che non riusciamo più a vendere?" Poi, ad agosto del 2005, sempre camminando con una moto in una via principale di Gela, erano circa le 14:30 e sentii dietro di me il rumore di un’altra moto. La inquadrai nello specchietto retrovisore e mi accorsi che quello che la guidava, che tra l’altro era mancino, stava facendo il gesto di prendere una pistola. Come ho già detto, sono esperto di armi, quindi non appena me ne sono reso conto ho immaginato tutto e mi sono detto: "Qua se non mi organizzo in qualche secondo, sono morto". Allora mi sono buttato a terra, le costole che si erano appena saldate si sono aperte, però ho estratto la pistola e mi sono difeso. Punto… Punto. Allora Tano mi ha detto: "Tu non puoi assolutamente continuare così perché sei la mia preoccupazione costante". Certe volte quando penso a queste cose mi vengono le lacrime agli occhi. Non ho mai raccontato ai giornalisti questi fatti, li ho mantenuti sempre segreti. Per questo ora sto facendo questo sfogo, perché almeno qualcuno lo deve sapere tutto quello che ho passato.

Dopo questo fatto, si è riunito il Comitato ordine e sicurezza di Caltanissetta e hanno deciso di darmi la scorta. Prima mi seguivano con la macchina e poi, a distanza di un paio di mesi, mi hanno procurato una macchina con la scorta su cui salivo anch’io. In seguito mi hanno portato al 4° livello e finalmente le cose sono cambiate. Incominciai a notare che anche la città stava cambiando: riuscivo a convincere un numero sempre maggiore di commercianti a denunciare e in tutta Italia l’Associazione Antiracket veniva portata a esempio, anche a Napoli, alle riunioni del Comitato nazionale della Fai, di cui io e Tano siamo membri. Comunque, nonostante la scorta, quei vigliacchi mi facevano sentire sempre il requiem per telefono. Mi svegliavo e sentivo il requiem, denunciavo subito alla polizia, ma non potevano registrare le telefonate perché le facevano tramite computer. E io sempre a denunciare. Poi un’altra sera, mi ricordo, alle 23:30, mi telefona un commerciante che avevo incontrato il giorno prima e mi dice. "Che piacere sentirti". E io: "Ma perché? Ci siamo visti ieri sera". E Lui: "No, è che c’erano quattro bastardi qui che festeggiavano, dicevano che ti avevano fatto fuori." E quindi, di nuovo, denunce, relazioni, quante ne abbiamo fatte! Cercavano di farmi stancare ma non ci sono riusciti perché io sono stato sempre testardo, a mio discapito certo, perché poi uno cambia, nella mia vita ho dovuto rinunciare a tante cose. Portavo a denunciare sempre più gente, però mi innervosiva il fatto che fossi sempre io a farlo. Lo dicevo anche al direttivo: "è mai possibile che nella tua zona non succede niente? All’Api non succede niente?". Forse io ci riuscivo perché mi dedicavo a questo anima e corpo, perché mi ero posto come obiettivo di fare guerra a quei maledetti.

Attraverso queste denunce arrivarono gli arresti. Arresti eccellenti. Ricordo le prime operazioni: operazione "Falco", operazione"Civetta", operazione "Biancone". Finirono in carcere quei boss che da anni ci taglieggiavano. E per avere la certezza della pena, che ancora non c’è, facevo in modo che le denunce fossero fatte contemporaneamente da più commercianti contro lo stesso mafioso, in maniera da far sommare gli anni. È stato proprio grazie a questa strategia che tanti delinquenti si trovano ancora in carcere. Però si verificano casi, uno di recente, in cui una persona che avrebbe dovuto rimanere in carcere per altri vent’anni viene scarcerata. E quindi la mia preoccupazione per gli imprenditori che denunciano è sempre viva. La sera, non mi ritiro a casa se prima non li sento o non vado a trovarli. Sto anche attento a che ogni commerciante che denuncia abbia un tipo di tutela particolare che si chiama "vigilanza dinamica dedicata"; è chiaro infatti che non tutti possono avere la scorta. Ora le cose sono migliorate, ma quando ho cominciato, a Gela, il numero di macchine incendiate si aggirava intorno alle quattro, cinque per notte. I poliziotti erano un centinaio, un numero assolutamente inadeguato per la situazione. Poi siamo riusciti a recuperare altri quarantasette uomini, però la città è quella che è, pensate un po’ quanti poliziotti ci vorrebbero!

Comunque la soddisfazione mia è stata di aver eliminato parte di questa gentaglia che era la cancrena dell’economia di Gela, perché la mafia mandava allo sfascio le aziende per rilevarle e investire i suoi soldi sporchi. I commercianti hanno visto in me la persona che finalmente li aiutava a liberarsi di tanti pesi, e quindi hanno cominciato a confidarsi. Adesso mi vedono come un amico e per fortuna, alla fine, anche la mia azienda è ripartita, ora stiamo andando bene. Tutto merito del risveglio delle coscienze dei commercianti. Non è stato facile convincerli, e tutt’ora non lo è, perché la paura è sempre una cosa tremenda. Però, piano piano, a furia di insistere, di insistere, di insistere noto che ci riesco sempre di più. E infatti ormai si è diffuso il passaparola: "Parla con Renzo Caponetti che puoi stare sicuro". Finora a Gela i commercianti che ho portato a denunciare sono circa un’ottantina e gli associati sono un centinaio. Per me, ora, stravedono; le persone per bene, certo, non i malavitosi. Onestamente posso dire che oggi ho la solidarietà di tutti. Invece quando fui eletto presidente dell’Associazione Antiracket nessuno voleva più fare una passeggiata con me. Mi avevano abbandonato anche gli amici perché avevano paura che facendosi vedere in mia compagnia avrebbero potuto trovarsi nei guai.»








pubblicato da s.baratto nella rubrica condividere il rischio il 17 febbraio 2009