Ladra di bambini

Roberta Salardi



Quando sono ancora a letto, dallo sgocciolio dell’acquaio percepisco ch’è domenica perché non è stata la sveglia a svegliarmi. Cerco di restare sotto le coperte il più possibile.
Appena entro in cucina, la domenica mi si manifesta nel vuoto delle cose. Quel tavolo che non è più luogo di cene fra amici, quell’altra sedia inutile da anni.
Mi accascio in mezzo a quegli oggetti che mancano a se stessi.
Galleggiamo per un po’ sospesi nell’aria senza senso, io e gli oggetti, finché non riesco ad ancorarmi a un residuo di sonno e decido di tornare a letto e di starci il più possibile.
Cerco di ricordare i miei sogni. Qualche notte fa il mio ex mi è venuto a trovare. Sbirciava in una culla dove c’era un bambino. "Non so se è maschio o femmina," gli dicevo.
Potrei provare a risognare qualcosa di simile. Invece s’innesca una spirale di ragionamenti ansiosi. La domenica... l’unico giorno della settimana in cui non si lavora per il proprio futuro. Gli altri giorni si vive in prospettiva di risultati, obiettivi, gratificazioni; si passa la giornata di slancio. La domenica ci riporta invece al presente: è qui e ora. E se al momento nella nostra vita non c’è nessuno, bisogna stare da soli, non c’è scampo. Se non c’è niente, bisogna sorbirsi il niente, un lungo niente, un niente che non finisce più, quasi un "nulla eterno".
Dio mio, sopravviverò anche a questa giornata? I negozi chiusi, i giardini pieni di coppiette non invogliano certo a uscire...
Faccio durare il più possibile la colazione, che è un momento piacevole, almeno su questo posso contare. Zucchero e luce chiara che filtra dalle tendine: qualche istante di beatitudine. Do anche da mangiare al gatto e pulisco la sua cassetta e il bagno, in modo da perdere così un altro po’ di tempo, in ogni caso ben speso. Ecco, le pulizie... Ma prima delle pulizie c’è Biscottino.
Faccio il mio miao da gatto per farlo uscire dal suo nascondiglio e provo a giocare con lui. Ci riescono tutti, perché io non dovrei?
Simulo vari tipi di miagolio per calarmi meglio nella natura felina, ottimamente adattata all’ozio e alla noia. Mi specchio nel suo verde profondo, immaginando di fronte a me prati pieni di farfalle.
Ecco una buona scusa per metter piede fuori casa: footing nel parco la domenica mattina possono farlo tutti, anche i single. Con variante: passeggiata con giornale. E metà della giornata la supero d’un balzo, si può dire.
Sì, ma una grassona che trotterella come una scrofa non fa ridere? Non bisogna essere già agili e snelli per fare footing? Fa niente, quella parte di me che è uguale agli occhi del mio gatto, una natura smeraldina o "occhiazzurrina", per dirla alla Thomas Mann, mi spinge comunque a varcare la soglia di casa. La parte peggiore resterà per il pomeriggio.
Forse mi verrà in aiuto mio marito, su di lui posso contare.
La prima immagine che ho, quando ci penso, include anche me: mi tiene a braccetto mentre rincasiamo sotto la pioggia. Una spruzzata primaverile e un po’ di vento ci spingono nel portone, dove ci sorridiamo parlando animatamente di qualcosa che è appena successo. Arrivati di sopra, cosa c’impedisce di tuffarci subito sotto morbide e vivacissime lenzuola? Abbiamo una casa piccola ma confortevole, l’ideale per una coppia che non litiga mai come noi. Dopo l’amore, io mi sporgo da una finestra di fronte al letto e respiro a pieni polmoni l’aria fresca schiarita dall’acquazzone. Anche lui si affaccia con me e contempliamo per qualche istante le foglie stillanti.
Devo dire che in questa scena al posto mio c’è spesso un’altra donna, più snella, più sportiva, più simpatica di me. Credo che lasciare quella ragazza per lui sia più difficile o addirittura impossibile, assurdo. Per questo mi ci identifico così volentieri. Mi riconosco pienamente in quella figura anche se non è esattamente come me. Per forza, in un film gli attori protagonisti sono sempre un po’ più belli delle persone normali. Esigenze di spettacolo. E io mi guardo il mio film preferito, autoprodotto, in santa pace.
Forse è meglio stare con un marito immaginario che con uno reale. Dopo una separazione, intendo. Di problemi, se ne hanno molti di meno. Considerato che il sesso non c’era neanche prima o non andava bene, cosa cambia? Certo, il dialogo, quello è importante; ma tanto vale telefonare a un amico. Oggi non c’è nessuno perché son tutti via, ma domani tranquillo che mi rifaccio. La mia domenica sarà il lunedì, ecco, niente di sostanzialmente diverso.
Dopo pranzo però una torta di consolazione me la mangio... Che dico una? Anche due o tre se ne ho voglia, chi me lo impedisce?
E così si fanno le due. Mancano solamente tre-quattro ore alla sera, ce la farò.
"Ne vuoi un po’?" chiedo al mio compagno.
Me lo sono costruito faticosamente, il mio marito immaginario. E’ stato quasi difficile come trovarne uno. Non ho potuto ispirarmi a persone reali, forse soltanto a dei film, ecco, sì, a dei film. E a dei ragazzi stranieri passatimi accanto durante le estati all’estero.
Ultimamente non ricordo più bene i volti delle persone. Tendono a confondersi tutti come se fossero stati investiti sull’asfalto del passare e ripassare per le stesse strade; come se venissero portati via dalla pioggia oppure dall’acqua di un fiume.
"Ne vuoi un po’ anche tu?" ridomando al mio compagno assente.
E’ questa torta così bella, così tonda e perfetta, che vorrei dividere con te, facendone due metà che si possono separare ma si devono poi ricomporre come in quell’individuo mitologico, unico e completo, al cui ricongiungimento mirano gli innamorati secondo il Simposio platonico.
"Dài, prendine qualche boccone."
Prendi un po’ di me, mangia un po’ anche di me, assaggiami, straniero che mi hai sfiorato per caso lungo una via affollatissima in quella lontana estate di vacanza. Io oggi t’invito al mio compleanno! Una volta morsa la mela del serpente tentatore, sarà difficile non tornare a trovarmi, sai? E io t’aspetterò, t’offrirò un dolce ogni domenica. E festeggerò ogni settimana! A differenza delle coppie normali, che la domenica si rodono soltanto il fegato, ne so qualcosa...
In camera mia c’è un’immagine che t’assomiglia, nientepocodimeno che il Principe dei gigli in posa per me, soltanto per me. Che voglio di più?
Solo tu conosci i miei segreti, persino che mi sono comprata di nuovo la Barbie come quand’ero piccola. Nei momenti liberi anche in settimana ci gioco: con lei, con Big Jim e con Sitter, avendo a disposizione tutta la libertà che mi è concessa da adulta, senza una madre che mi sorvegli e che mi dica quando interrompere per presentarmi a tavola. Vado a tavola quando mi pare e piace. Ho acquistato tutto un guardaroba per la mia soubrette e persino la casa della Barbie, che per il Natale dei miei otto anni mamma e papà non vollero regalarmi.
Questa rinnovata abitudine può sembrare strana, ma in fondo non bisogna stupirsi tanto: i bambini, giocando con le bambole, non vogliono imitare i grandi? Sono loro che ci copiano. Comunque c’è chi da adulto fa capricci ben peggiori! Nella mia vita si tratta in ogni caso di episodi isolati: quando mai si ha il tempo di giocare? Confesso che in quei rari momenti sto bene e non mi sento certamente inferiore agli internauti o agli habitués delle sale giochi. Di cose veramente strane, ne ho fatte poche. Una volta, sempre all’estero, mi capitò d’acquistare una bambola gonfiabile, ma lo feci per ridere, un po’ per ridere e un po’ per stare in compagnia, si sa. Fu quasi uno scherzo che giocai anche a me stessa in un momento di follia. La comprammo tra amici per farci quattro risate e io me la portai a casa perché alla fine gli uomini non la volevano più: si vantarono che loro avrebbero rimorchiato delle donne vere. "La bambola, invece, la diamo a Erica. Grassa com’è," sfottevano, "i maschi non la guardano più. Magari le va meglio con le femmine..."
"Femmine di gomma, però," sghignazzavano le amiche.
Comunque era carina, elegante e ben truccata la ragazza finta. Io mi dissi: "Vabbe’, me la terrò nell’ingresso come appendiabiti."
In seguito la spostai in camera come manichino per i vestiti bizzarri che mi compro ma che non posso indossare. Mi divertivo a provarle anche diversi ombretti e rossetti a seconda dell’abito che le infilavo, sennò cappelli e sciarpe stravaganti.
Ricordo che da bambina mi piaceva molto mettermi addosso gli abiti di mia madre. Passavo delle ore da sola davanti allo specchio.
Vestita così, da zingara, con scialli e gonne a ruota, è così allegra e sexy, la mia trovatella, che una sera mi sorpresi a ballare con lei in un empito di ebbrezza alcolica.
Adesso comunque ho quest’hobby di giocare con le Barbie che mi appaga molto. Cosa faccio praticamente? Per esempio decido che questa domenica vadano in gita con la jeep. Mentre il gatto è di là che parla col vetro della finestra (certe volte chiede ai muri, alle porte alle finestre: "Ma perché non si può passare? Cosa mi frena? Eppure è tutto lì, a un passo da me. Perché non sono libero?"), li vesto tutti da esploratori, poi preparo il pic-nic e lo mangio con loro fingendo di trovarmi sull’erba sotto una pianta. Oppure penso che Skipper debba andare al ballo delle debuttanti, le confeziono io stessa un vestitino di seta, compro un nuovo Big Jim per l’occasione e organizzo tutta la festa con molti pezzi, vecchi e nuovi. Per esempio, il nuovo amico di Big Jim... ecco, lui potrebbe innamorarsi di una delle amiche di Skipper. A una festa nascono nuove storie, cose di questo genere... Caro Principe dei gigli, ti presento la mia famiglia... Be’, è una famiglia in miniatura, ma è pur sempre una famiglia! Perché, forse ne preferiresti una in cui tutti si guardano storto?
Il mio marito ideale sorride e mi lascia fare. Lui più che altro legge il giornale o guarda la tivù. Come tutti i mariti, ha molti momenti in cui si fa gli affari suoi.
C’è silenzio in casa. Il gatto intraprende dialoghi amletici con lo specchio o salta sul computer, cercando invano d’accenderlo.
Qual è l’ultimo uomo che mi è piaciuto, vuoi sapere? Pensa che lo conobbi a un funerale. Era il funerale di un ragazzo di questo condominio, morto assurdamente in un incidente di moto. A quel tempo andai a diversi funerali, mi era presa una specie di mania e correvo dietro la bara di chiunque come se fosse un mio parente. Crisi mistiche non ne ho mai avute, ma questa follia dei funerali mi aveva proprio preso, non c’è che dire.
Lui era il padre di un compagno di scuola del defunto e pareva fortemente scosso. Mentre si volgeva in giro senza sapere cosa dire, vidi che aveva gli occhi azzurri e chi ha gli occhi azzurri, si sa, ha il cielo e il mare dentro: si può chiedere di più?
Ecco, tu gli somigli un po’, Principe dei gigli. E assomigli anche un po’ a me e ad altre persone che ho incontrato.
A volte sento ancora quel pianto... No, non di quel bell’uomo al funerale; di una bambina. Certo, non avrei dovuto fare quello che ho fatto. Me ne pento ancora oggi anche se dopotutto non è successo niente di grave. Ma non si deve, certe cose non si fanno e basta.
Era una bambina abbandonata, una del campo nomadi, sai... Così piccola, i genitori la mandavano già da sola a mendicare. Sì, me la sono tenuta un giorno intero tutta per me. Abbiamo camminato insieme. Le ho comprato un vestito e dei dolci. Abbiamo parlato e camminato per tutto il giorno finché, la sera, era stanca e si è messa a piangere. "Voglio la mamma! Voglio la mamma!" Le solite cose dei bambini. Allora l’ho riaccompagnata, abbiamo cercato il suo campo. Tutto qui. Soltanto uno strappo alla regola ch’è durato poche ore. Ma per un attimo, lo so, segretamente, sono stata una ladra, una ladra di bambini. Ssst... non dirlo a nessuno!
E ora coccolami un po’... Tienimi fra le tue braccia prima di dormire. Lo sai che sono la tua scrofa tenerotta e sempliciotta.
Compongo il mio corpo nella posizione perfetta, la posizione fetale, mentre il gatto si arrotola come un punto interrogativo intorno al suo occhio-geroglifico.
Mi addormento fissando l’occhio del mio gatto.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica racconti il 15 febbraio 2009