Lagopesole

Franco Arminio



Oggi ancora Lucania. Vado a rivedere il castello di Lagopesole. Ci arrivo da una strada con poche curve, una strada tracciata dopo il terremoto nella valle di Vitalba con l’idea che qui ci sarebbe stato un grande sviluppo industriale. Oggi c’è un po’ di sole, ma non c’è la bella luce di febbraio. Gli alberi dell’inverno mi danno sempre questa sensazione di scope rotte. Non ci sono macchine in giro e io sono qui per questo, per vedere poco e per non sentire niente.

Il castello da fuori è bellissimo. Dentro sento l’odore del legno delle porte e l’odore dei supporti di una mostra smantellata. Io un posto così lo lascerei vuoto e invece hanno messo delle orrende foto anche nella chiesa. Vorrei salire sopra, ma il terrazzo del castello è interdetto per motivi di sicurezza. Insomma, l’emozione di questo luogo è smorzata dall’arredo, dalle porte e dalle scale di legno, come se avessero voluto dare un tocco domestico a un luogo potente e solitario.

L’unica fortuna è che oggi non ci sono altri visitatori, non sento voci umane, il sole batte indisturbato sulle pietre e sul mio corpo. In cielo c’è un falco e questo subito fa pensare a Federico. Questo castello fu la sua ultima impresa. Da queste parti, a metà del XIII secolo c’era il centro dell’Europa. La frontiera tra le terre bizantine e longobarde adesso è la frontiera tra la civiltà contadina e la modernità incivile.

Sotto il castello c’è un borgo di case che ti chiudono gli occhi. E se ti affacci dalle bifore trilobate che si aprono verso la valle vedi un paesaggio spoglio, in cui ogni tanto compaiono gruppi di case sgraziate. Il paese più vicino, Filiano, oltre al nucleo centrale ha ben trentacinque contrade sparse in sette frazioni. Questi luoghi non sono figli della storia, ma della cabina elettorale. Sono le contrade disegnate dai consiglieri provinciali, dai presidenti delle comunità montane, dai deputati, dai presidenti della regione, dai sindaci, insomma da tutti questi modesti esecutori di una democrazia arrangiata. Ogni voto una stalla che si è trasformata in villetta. Ogni elezione un’occasione per promettere asfalto e cemento, per garantire a chi non se n’è andato altrove la fuga sul posto. Non è tempo di lavori agricoli. Non vedo trattori né zappatori, ma solo residenze disegnate da geometri col compito di dare un’aria moderna a questi luoghi antichi. Passo per un borgo che si chiama Dragonetti, poi per un altro che si chiama Scalera, luoghi perfetti per puntellare la mia attitudine allo sconforto. Sto cercando un caseificio dove comprare il famoso pecorino di Filiano e mi ritrovo in un discount dell’architettura. Muri, finestre, marciapiedi, cataste di legna, una chiesa, una scuola, macchine parcheggiate, tutto come in una frase in cui non si riconosce il soggetto e il predicato.

Lo sguardo trova pace solo quando sale in alto e incrocia qualche falco. Perfino dal sagoma del Vulture da qui non mi conforta perché si vede l’arrembaggio urbanistico di Rionero. Forse per questo non ci succede più di affacciarci ad ammirare paesaggi. Ieri sera leggevo un saggio che parlava dell’affacciarsi in Leopardi, un gesto che ricorre più volte nei canti. Oggi l’uomo non si affaccia e quando si distrae dal suo dentro è per infilarsi nel buco catodico. A nessuno viene in mente di scrivere: o graziosa luna, io mi rammento….e invece delle vaghe stelle dell’Orsa osserviamo le scimmie incravattate in parlamento. La nostra percezione è bloccata sul ronzio del contingente, niente movimenti di macchina, lo sguardo non si muove, non va in alto e poi in basso, non c’è espansione, allontanamento. E allora mi ritrovo in un bar che somiglia a uno studio televisivo. Mentre mangio un panino mi consola il fatto che non devo fare molta strada per tornare a casa e che il formaggio comprato è buonissimo.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 15 febbraio 2009