Un dialogo mancato

Tiziano Scarpa



Perché riporto questo dialogo mancato fra un autore e un critico teatrale?

1. perché ho visto questa interessante inchiesta sullo stato della critica teatrale oggi in Italia, e ho pensato che a volte un caso concreto può valere quanto delle considerazioni generali;

2. perché mi pare che ne vengano fuori delle riflessioni sull’arte e l’attualità che forse non riguardano soltanto questo caso singolo.

In breve, si tratta di quattro testi.

Il primo è una recensione a L’infinito del critico del “Mattino” di Napoli, uscita sul quotidiano cartaceo e ripresa sul suo blog.

In quella recensione, il critico mi invitava a “spiegarmi”. Sono dunque intervenuto nei commenti del suo blog. Perciò il secondo testo è il mio commento nel blog del critico. Lo potete leggere (così com’era; refusi compresi) soltanto qui, sul Primo Amore, giacché sul suo blog non lo troverete: è stato cassato per la sua presunta lunghezza, “perché non lo consente il format di questo blog”. Questa è la motivazione del critico, ed è assai strana: la finestra dei commenti di quel blog prevede una lunghezza massima di 30mila caratteri, mentre il mio commento è di 10mila.

Il terzo testo è una replica del critico, se replica si può definire il soliloquio con un testo assente, o meglio cassato: i lettori del suo blog possono leggere solo le risposte, e qualche frase (scelta a discrezione del critico) dal mio commento non pubblicato, ma in compenso giudicato “pretenzioso, paludato e cavilloso”, così i lettori possono risparmiarsene la lettura, sulla fiducia.

Il quarto testo è un mio secondo intervento sui commenti dello stesso blog. A questo punto lo pubblico qui, dovendo ormai mettere in conto l’eventualità che venga cassato anche questo.

Peccato che l’occasione per una discussione, a mio parere interessante, sia stata trasformata in una polemica. [T. S.]


1. Recensione a “L’infinito“ [questo link rimanda al testo completo dell’articolo; il quotidiano su cui è apparso ne tutela il copyright con la dicitura "Riproduzione riservata"]


2. Mio intervento cassato dai commenti del blog Controscena

Gentile Ernico Fiore,

la ringrazio di avere assistito allo spettacolo e di aver letto il mio testo. Intervengo qui perché lei dice “a Scarpa toccherebbe spiegarci…” Trovo un po’ superfluo farlo, visto che a lei non è bastato né vedere lo spettacolo né leggere il testo (e lo dico senza malignità; riscontro semplicemente un fatto: pur avendo visto e letto, lei afferma di non aver capito; la mia impresa è dunque senza speranza e fuori tempo massimo), ma per i lettori di questo blog.

Leopardi finisce nelle vite di questi due ragazzi così come accade normalmente ogni anno nelle vite di migliaia di studenti italiani. Giacomo “appare”, come continua a “riapparire” a noi italiani che lo leggiamo (purtroppo assai poco, mi sembra), e soprattutto agli studenti costretti a studiarlo. Giacomo Leopardi, a ventun anni, voleva scappare con tutte le sue forze da casa. Ci provò. Fallì. Poco tempo dopo, scrisse “l’Infinito”. Io immagino che quella poesia sia stata la sua vera fuga nello spazio-tempo, la sua fuga riuscita da casa, oltre la siepe recanatese. E infatti il ventunenne Giacomo, attraverso la sua poesia, è riuscito davvero a scappare di casa e a finire nelle aule e nelle case dei giovani di quest’epoca, sebbene in una situazione paradossale, e cioè a scuola, in cui sono costretti a studiarlo, spesso controvoglia. Tutto ciò è sicuramente al di fuori della “logica”: a pensarci bene è, al tempo stesso, stranissimo e reale.

L’affinità tra i personaggi di Giacomo e Andrea tocca il massimo della tensione quando entrambi raccontano di aver pensato seriamente a uccidersi. Per il resto, il mio testo non vuole “sostenere” né che tra loro ci sia “una sostanziale identità” né che ci sia un “abisso”: questa è una domanda che si è posto lei. Senz’altro mi pare che il testo metta in scena una comunicazione e un’amicizia possibile fra questi due mondi (antropologici, storici, linguistici) sideralmente distanti. In questo, mi pare che lei si sia soffermato a recensire più il comunicato stampa che lo spettacolo: con una cartella a disposizione, e per un critico di lungo corso e smaliziato come lei, mi sembra poco rispettoso della sostanza del lavoro degli artisti, che si esprimono con le loro opere. Lasci stare i comunicati stampa, guardi che cosa succede sulla scena…

Il personaggio di Andrea non “sogna” propriamente: ha preso delle pasticche, che nell’illusione scenica che ho immaginato io, all’inizio aiutano a rendere più plausibile l’apparizione di Leopardi. Ma è un’apparizione, un’illusione teatrale. O la si accetta, o la si rifiuta. E il teatro però la mette in scena, mostra il corpo del personaggio che cammina, parla, con un costume d’epoca, con i suoi passi che fanno rumore sul palcoscenico: il fantasma c’è, è lì. Ecco perché, tra l’altro, questa storia l’ho scritta per il teatro. Perché è l’unico luogo dove potevo rendere flagrante, spessa, consistente questa apparizione fantasmatica: molto più che sulla pagina o, mettiamo, al cinema. Non è un “sogno” in senso stretto. I personaggi di Andrea e Cristina non sono addormentati. Vivono per qualche tempo con questa presenza illusoria accanto a loro.

Lei mi chiede di “spiegare” come mai questi personaggi non sognino, invece di Leopardi, un dj o una conduttrice della tv di oggi che corrispondano alle loro ambizioni. Questa sua domanda mi interessa molto, la trovo significativa di una “poetica” generale, di una mentalità che riscontro non solo in questo suo caso ma nella nostra epoca. Lei infatti, appellandosi alla “logica”, di fatto non sta chiedendo altro che questo: che io sia realistico. Ma realistico di quale realismo? Che realismo sottintende questa sua “logica”? Un realismo puramente mediatico. Un realismo in cui la legge del più forte (i media) deve pervadere tutto, anche le apparizioni, le proiezioni, le messe in scena, i sogni dei personaggi. È proprio questo il punto. Io non voglio pagare questo pedaggio alla mia epoca. I media sono dominanti: riescono a imporre sulla scena figure come i dj e le conduttrici televisive. Le rendono talmente onnipresenti da farci credere che queste figure siano l’unica realtà di riferimento di cui si debba necessariamente tener conto. E gli artisti, anche quando si riferiscono a questa situazione e la affrontano, dovrebbero necessariamente rappresentare questa, che non è una realtà, ma solo una egemonia, una presenza talmente intensa e ricorrente da diventare “la” realtà e addirittura la “logica” dei sogni? Ma allora, quale sarebbe il nostro contributo di artisti, se non quello di un logoro rispecchiamento o rappresentazione ossequiosa, una nota a piè di pagina, un’eco dei media, una ritrattistica pop alla Warhol che celebra i volti famosi ecc.? Non dobbiamo soprattutto sfondare questo circolo vizioso? Anche e soprattutto quando affrontiamo il tema della egemonia dei media (due ragazzi che ambiscono uno a fare il dj, l’altra a partecipare a X Factor) non dobbiamo far saltare questa “logica” che si pone come l’unico orizzonte necessario, e riesce a spacciarsi come unica realtà “logica”, ma se lo fa è soltanto grazie alla sua potenza mediale, alla sua egemonia economica? Io ho cercato di sfondare questa “logica” con l’apparizione di Leopardi. Se avessi fatto apparire Coccoluto o un altro dj, Simona Ventura ecc. sarei stato l’ennesimo cerimoniere pop della mia epoca, o al massimo un autore satirico; in ogni caso, un suo “funzionario”, un suo confermatore. Se non ha capito questo, non posso che dispiacermene e ringraziarla ancora per la sua generosità (sul serio: ha assistito allo spettacolo e ha letto con la “massima attenzione” il testo; di più non potevo sperare).

Già che parliamo di “sogni”, potrei dire che con questa mia pièce io ho fatto apparire a questi due giovani italiani di oggi il grande rimosso. Il più radicale dei loro coetanei, il più intransigente giovane nientista che l’Italia abbia mai avuto. Leopardi, a cui nella nostra epoca viene offerto un effimero ossequio scolastico, qui invece arriva sul serio, per davvero, nella vita di due giovani, e non soltanto per un esame. (Alla fine fallisce, certo: proprio come falliva il “passeggere” dell’“Operetta morale”, che dimostra al venditore quanto sia illusorio vendere almanacchi, col risultato che alla fine il venditore continua a venderli…)

Il punto della mia pièce è proprio questo: un elemento della nostra storia, della nostra cultura nazionale, irrompe dal passato e resta qui. È un monumento culturale, ma è anche un giovane. E chi incontra? Due persone di oggi, giovani anch’esse, ma poco preparate a dialogare con lui: due sprovveduti. Non incontra un professore o uno studioso di Leopardi, ma un ripetente un po’ zuccone e la sua frivola fidanzata.

Ripeto: questo incontro è fondato su quello che si produce realmente a scuola. Ma quello scolastico è evidentemente un incontro, se non “illogico”, paradossale. A scuola, anche nella nostra vituperata scuola, studiando Leopardi, perfino gli studenti un po’ zucconi sono costretti a fare i conti con le parole di Giacomo Leopardi così lontane da loro (lontane dalle loro ambizioni; in questo caso lontane da dai dj e dai giurati di X Factor: ma non era affatto mia intenzione rappresentare, con i personaggi di Andrea e Cristina, un’intera generazione; per carità…). È possibile immaginare che cosa produce questo incontro? È possibile immaginare che questo incontro, invece di essere sbrigato come un noioso compito scolastico e scivolare via senza lasciare traccia, incida (magari anche temporaneamente, magari sia nel bene che nel male) nelle vite di questi due giovani? In fin dei conti, non è (anche) questo che ci attendiamo, dalla cultura? E non è forse quello che a volte accade? Che molti giovani a scuola incappano nelle parole di un filosofo, nelle immagini di un artista, nelle teorie di uno scienziato, scoprono una passione e si dedicano (anche professionalmente) al pensiero, all’arte, alla scienza, ecc.?

Io ho cercato di immaginare questo incontro, che è profondamente “illogico” così come è “illogico” l’incontro previsto dai nostri programmi scolastici fra i giovani attuali e Giacomo Leopardi (e che venga ritenuto “illogico” è esattamente il problema pedagogico, culturale, politico di questi anni). A scuola, tra un diciannovenne che ha le sue ambizioni così “contemporanee” e la poesia leopardiana. E comunque (lo ripeto), questa “illogicità” a mio parere mostra di essere motivata nella mia pièce a un livello più profondo delle ambizioni professionali, per esempio nella scoperta che entrambi, Giacomo e Andrea, volevano suicidarsi.

Quanto al resto, mi permetta di non spiegarmi troppo dettagliatamente. Intanto perché ho già scritto troppo, e le chiedo scusa. E poi perché in quel caso sarebbe davvero inutile: se lei ha trovato “difficile imbattersi in una qualche riflessione”, io alzo bandiera bianca. La mia pièce è intessuta di riflessioni leopardiane, citate alla lettera, con rispetto testuale assoluto, spesso dissimulate e amalgamate e disciolte nel dialogo, tratte dalle sue lettere, dalle “Operette morali” e dallo “Zibaldone”: non pretendo lei che abbia apprezzato le “mie”; ma almeno in quelle di Leopardi (quelle sì sicuramente “potenti”) si sarà pure imbattuto.

Semmai, per alcuni spettatori il testo in alcuni momenti è fin troppo riflessivo, perché dopo il brio comicamente scatenato della prima parte (grazie alla felice regia di Arturo Cirillo e alla verve degli attori: altrimenti non si spiegherebbero, oltre alle risate, gli applausi a scena aperta che lo spettacolo raccoglie puntualmente) ci sono alcuni momenti in cui Leopardi porta alle estreme conseguenze e fa deflagrare la sua teoria sulle illusioni: che non è soltanto esposta a parole, ma incarnata dalla storia stessa.

Anzi, è la ragion d’essere di questa pièce: il personaggio di Leopardi stesso è un illusione, un’apparizione, una presenza scenica illusoria; ma soprattutto, il mio personaggio leopardiano fa un esperimento molto crudele e radicale sul bisogno di illusioni, cerca di sfruttarle per annientare la specie umana e rendere il mondo più felice, senza la nostra presenza devastatrice, dopo i due “tremendissimi secoli” di Storia che ha conosciuto in questa sua apparizione contemporanea provenendo dalla sua epoca.

Mi scusi ancora per la lunghezza

La saluto cordialmente

Tiziano Scarpa


3. Replica di Controscena

In merito alla mia recensione della sua commedia «L’infinito», Tiziano Scarpa mi ha inviato un lunghissimo, davvero spropositato commento (in pratica un vero e proprio saggio, e pretenzioso, paludato e cavilloso insieme) che, ovviamente, non è possibile pubblicare perché non lo consente il format di questo blog. [continua qui]


4. Mio secondo intervento

Gentile Enrico Fiore,

mi spiace per i lettori di questo blog [Controscena], che ne ricaveranno l’idea che io le abbia mosso delle “accuse”. Avevo semplicemente discusso, in maniera molto tranquilla, le sue valutazioni.

Io non credo che sia buona norma che gli autori non discutano con i critici. La storia del teatro è piena di queste discussioni. Lei stesso, nella sua recensione, aveva scritto: “Scarpa dovrebbe spiegarci…”. Io ho semplicemente raccolto il suo invito: sono venuto qui a spiegare, con tranquillità (e, credo, una certa dose di umiltà, per quanto mi è possibile): non mi pare di essermi “vantato”, né di avere mosso “accuse”. Ho cercato di spiegarmi, come mi aveva chiesto lei nel suo articolo. Tutto qui. Mi sembrava che ne fossero anzi venuti fuori degli spunti per una discussione interessante, e non per una polemica. Peccato.

Quanto al suo accenno a “L’inseguitore”, guardi che quelle affermazioni sulla “tempesta dei linguaggi “ e l’“interrogazione sulla pluralità dei saperi” provengono da un’intervista che mi è stata fatta nel 1998, come si può verificare qui: http://www.wuz.it/archivio/cafelett... . Risalgono insomma a dieci anni prima di quel testo teatrale; ed erano riferite alla scrittura narrativa in generale. Non so se lei le abbia ritrovate in rete o fossero finite anch’esse nei “comunicati stampa” del Napoli Teatro Festival del 2008. Dai controlli che ho fatto non mi risulta; al massimo, potrebbe darsi che la redazione del Festival le abbia brevemente citate nelle mie note biografiche, per presentare me in generale come autore, ma certamente non per presentare il testo teatrale messo in scena al festival: ho controllato qui http://www.napoliteatrofestival.it/... e non ce n’è traccia. Ripeto: un critico smaliziato e di lungo corso come lei, dovrebbe sapere che le vie dei comunicati stampa sono infinite e gli autori non possono controllare tutti i minimi dettagli.

Quanto al riscontro di pubblico de L’infinito, forse lei a Napoli ha visto le reazioni di una sala un po’ più piccola del solito. A tutte le repliche a cui ho assistito io (ma non sono stato a Napoli), il pubblico era folto e, puntualmente, interrompeva gli attori con applausi a scena aperta, oltre a capire benissimo il senso dello spettacolo. Ma si sa che nei teatri più piccoli le reazioni sono più contenute. Gli attori comunque mi assicurano che anche nelle cinque repliche di Napoli c’è stata una buona ricezione, e in certe sere ottima.

Infine, quanto alla sua decisione di cassare il mio commento precedente e al “format” del suo blog, qui sotto vedo che il sistema tecnico del suo blog avverte che “Il testo del messaggio non può superare i 30.000 caratteri.” Il mio commento era lungo 10.293 caratteri, spazi inclusi. Ma non importa: non potendo leggerlo a causa della sua decisione di non pubblicarlo, i lettori di questo blog potranno senz’altro accontentarsi del suo giudizio, che lo ha trovato “pretenzioso, paludato e cavilloso”.

Cordiali saluti

Tiziano Scarpa


Nota.

Giusto per essere cavilloso fino in fondo, da una rapida ricerca in rete ho scoperto che il comunicato stampa de L’infinito da cui prende le mosse la recensione del critico del “Mattino” era stato redatto evidentemente per una tappa dello spettacolo, a cura dell’ufficio stampa del teatro di quella città; ed è poi stato copincollato da altri teatri italiani, di loro iniziativa.

I testi di accompagnamento redatti dal regista e da me sono altri (questi), e sono stati stampati in un piccolo pieghevole a cura del Teatro Stabile del Veneto, diffuso anche nel teatro napoletano in cui è andato in scena L’infinito.


Aggiornamento del 17 dicembre.

Il critico rilancia con questo post. Per chi ha avuto la pazienza di leggere questo “scambio”, che può contribuire a rappresentare l’habitat culturale in cui si imbatte oggi la nuova drammaturgia in Italia, direi che è inutile aggiungere commenti. Per correttezza verso la produzione e chi ha lavorato a questo spettacolo, dico solo che la tournée di novembre-dicembre de L’infinito ha avuto una media di 250 spettatori a serata, con punte di 650 spettatori. Nella Sala Assoli di Napoli, che contiene 100 posti, la media è stata di 45 spettatori a serata.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 11 dicembre 2012