Come lo Stato italiano sta cedendo sovranità a uno Stato estero

Stefano Beretta



Estraggo alcuni lunghi passi da un agile e prezioso volumetto, uscito da poco, del giurista Michele Ainis, intitolato Chiesa padrona. Un falso giuridico dai Patti Lateranensi a oggi. Nel corso del testo Ainis esamina quegli articoli della nostra Costituzione che regolano i rapporti tra Stato e religioni e, in particolare, il rapporto controverso tra lo Stato e la Chiesa cattolica, concentrandosi soprattutto sugli articoli 7 e 8: il primo include la menzione dei Patti Lateranensi del 1929, mentre il secondo sancisce la libertà di tutte le confessioni religiose davanti alla legge e il loro diritto a stringere, tramite le loro rappresentanze, intese con lo Stato italiano. Dopo avere analizzato i vari problemi interpretativi relativi a questi articoli - e ad altri, come il 3, il 19 e il 20 - Ainis sostiene che con il nuovo Concordato del 1984 il primo articolo - che dava una protezione IN PIU’ alla Chiesa cattolica - è decaduto, essendone decaduto l’oggetto, cioè i Patti Lateranensi. L’articolo 7 ha il carattere di norma eccezionale e provvisoria. Il diritto di favore che lo Stato italiano ancora applica nei confronti della Chiesa, quindi, stride con l’articolo 8 che detta sì l’autonomia delle organizzazioni religiose, purché queste non scalfiscano le basi della convivenza civile, e che allinea il diritto della Chiesa cattolica a quello dei musulmani, dei valdesi o degli ebrei. Partendo da questi presupposti Ainis traccia una definizione di laicità, sia in senso negativo - cioè come capacità di opporsi all’ingerenza - che in senso positivo - cioè come effettiva promozione dell’uguaglianza di tutte le confessioni religiose, pur mantenendo la totale neutralità dello Stato. Ma ora lascio la parola ad Ainis e al suo libro, che consiglio a tutti di procurarsi e di leggere. Soprattutto in questi giorni.

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"[E’ evidente] la piena soggettività internazionale dello Stato della Città del Vaticano. E infatti questo Stato intrattiene relazioni diplomatiche con 176 paesi; è presente in oltre 100 organizzazioni internazionali non governative; è membro di sette agenzie del sistema Onu, osservatore in altre otto e in cinque organizzazioni regionali; ha svolto in vari casi la funzione di arbitro per risolvere conflitti tra Stati; dal 1964 invia un osservatore permanente alle Nazioni unite; dal 1970 ha un Nunzio apostolico accreditato presso l’Unione europea; dal 1974 nomina un rappresentante permanente presso l’Osce e un Osservatore permanente presso il Consiglio d’Europa.

Insomma, il cattolicesimo è l’unica confessione religiosa il cui organo di governo è posto al vertice di uno Stato sovrano. Nel panorama internazionale non esistono altri casi, se si eccettua la Politeia ortodossa del Monte Athos, che ha ottenuto un regime giuridico speciale dal governo greco, e che in questo senso costituisce un lontano parente del Vaticano. Senza però il diritto di voto nelle conferenze Onu, che la Santa Sede ha più volte esercitato per opporsi alle politiche di contenimento demografico e di pianificazione familiare (per esempio, nel 1992 a Rio de Janeiro o nel 1994 al Cairo) [...]. Senza una banca di Stato qual è lo Ior, che non emette assegni ma vanta depositi per almeno 5 miliardi di euro, che è stato al centro dello scandalo del Banco ambrosiano con la sua scia di cadaveri eccellenti (da Sindona a Calvi, ma dove nessuno può frugare se non con una rogatoria internazionale, sempre ammesso che venga accettata). Senza un prodotto interno lordo pro capite di 407.000 dollari, che rende di gran lunga il Vaticano lo Stato più opulento al mondo. E infine senza i privilegi doganali di cui quello stesso Stato s’avvantaggia per importare 1000 tonnellate di carne l’anno o 48 di spumante, un po’ troppo per i suoi 921 abitanti.

Ma dal fatto che la Chiesa sia uno Stato, dal fatto che il cattolicesimo sia la sola religione a intesa garantita con lo Stato italiano, derivano vincoli e divieti. A una garanzia in più (e quale garanzia!) fa da contrappeso un limite in più. E sia la garanzia sia il limite discendono dal primo comma dell’art. 7 [della Costituzione italiana]. Quindi se un monaco buddhista o un rabbino ebreo possono ben intervenire sulle vicende legistlative della Repubblica italiana, non può farlo il governo della Chiesa. In quest’ultima ipotesi, difatti, non viene in campo la libertà di manifestazione del pensiero, né tantomeno la libertà di religione. Detto altrimenti, non viene in campo una questione di diritto costituzionale, bensì una questione di diritto internazionale.

Quando non sono i parroci, non è questo o quel prelato, ma il governo stesso della Chiesa italiana attraverso la Conferenza episcopale che invita, per esempio, a disertare un referendum, è come se a pronunziare quell’invito fosse François Fillon, il primo ministro nominato dal presidente francese Sarkozy. E la reazione dovrebbe essere affidata ai nostri rappresentanti diplomatici, [...] se vogliamo prendere sul serio il primo comma dell’art. 7. Perché da questa disposizione non deriva solamente l’obbligo per lo Stato italiano di non interferire nella vita interna della Chiesa (obbligo peraltro già sancito dal Concordato del 1929), ma deriva al contempo un obbligo speculare per il Vaticano (che d’altronde quest’ultimo ha liberamente sottoscritto attraverso l’art. 1 del nuovo Concordato, dove la Chiesa s’impegna al ’pieno rispetto’ della svoranità statale).

[...]

Per misurare la validità di questa conclusione è sufficiente simulare la situazione inversa. Che cosa accadrebbe se il nostro capo dello Stato, oppure il nostro presidente del Consiglio, si scagliasse contro i principi che governano il diritto della Chiesa?

Gli argomenti, diciamo così, non mancherebbero. L’ordinamento canonico non conosce il principio della separazione dei poteri, dato che il pontefice è al vertice del potere legislativo, esecutivo, giudiziario: una concentrazione senza eguali [...]. Nono sonosce il suffragio universale per la preposizione alle cariche ecclesiastiche, utilizzando viceversa l’elezione da parte della sanior et maior pars, che è l’opposto del metodo democratico. Non conosce la certezza del diritto, sepolta da un sistema di dispense e privilegi che negano ogni criterio formale nell’osservanza della legislazione ecclesiastica. [...] Non conosce la libertà di culto, né tantomeno la libertà di manifestazione del pensiero, giacché qualunque scortesia verso la religione cattolica riveste sempre natura di reato e può venire castigata con l’espulsione dalla comunità religiosa (excommunicatio). Non conosce la regola della maggiore età per l’acquisto della capacità di agire, dal momento che le leggi ecclesiastiche obbligano tutti i battezzati che abbiano compiuto sette anni. Non conosce il principio d’eguaglianza fra i due sessi, poiché nega il sacerdozio femminile, e per sovrapprezzo nega alle suore il diritto allo stipendio e alla pensione. Ma neppure riconosce il principio d’eguaglianza all’interno del sesso maschile, dato che laici e chierici hanno una differente capacità di diritto pubblico: i diritti politici restano appannaggio dei soli sacerdoti, che rappresentano una casta con proprie norme, sanzioni, tribunali.

In breve, l’ordinamento giuridico della Chiesa esprime una caratteristica figura di ’teocrazia ierocratica’ [...]: è un ordinamento dove il potere politico coincide con quello religioso (come avveniva in quasi tutti i paesi orientali dell’antichità classica), e dove vengono smentite le più elementari regole dello Stato di diritto. Tanto che nel 2001 la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per aver reso esecutiva una sentenza canonica di nullità matrimoniale, in violazione del principio del giusto processo. La vicenda è quantomai eloquente: venticinque anni di vita coniugale vengono azzerati dalla Sacra Rota in poco più di un mese, a istanza del marito che per tale via intendeva chiaramente evitare gli oneri economici che s’accompagnano a un divorzio civile; e a sua volta la moglie non solo perde il diritto agli alimenti, ma lo perde attraverso una sorta di procedura segreta, durante la quale non le viene riconosciuto il diritto di nominare un avvocato, non le viene assicurato il principio del contraddittorio, non le viene attribuito nemmeno il diritto di conoscere gli atti processuali, dato che il tribunale ecclesiastico respinge la sua richiesta d’ottenere copia integrale della decisione.

[...]

Sta di fatto che la Chiesa cattolica rimane la sola istituzione dell’antichità sopravvissuta alla polvere del tempo. [...] Ma la questione ci riguarda quando il diritto canonico contamina il diritto dello Stato italiano, come accade per le sentenze di nullità matrimoniale, o come accade quando la curia licenzia un’insegnante di religione perché è divorziata e perché va a scuola in minigonna (è successo a Fano nel 2005). E ci riguarda maggiormente quando da quel pulpito piovono ogni giorno scomuniche e indirizzi per condizionare la vita pubblica italiana. [...]

Eppure anche in questo caso all’ingerenza delle massime autorità ecclesiastiche ha fatto seguito il silenzio delle nostre istituzioni. Un silenzio complice e colpevole, non soltanto perché ogni intervento della Chiesa pone ai fedeli un conflitto d’obbedienza; non soltanto perché questi interventi, nel loro timbro complessivo, richiamano alla mente la Costituzione dello Stato pontificio, che negava i diritti politici ai non cattolici; non soltanto perché l’accondiscendenza delle istituzioni pubbliche mette a repentaglio la laicità dello Stato italiano, dal momento che la degenerazione d’un regime democratico in regime clericale - diceva Salvemini - avviene gradualmente, e te ne accorgi quando si è già consumata; non soltanto perché altrove i governi reagiscono con lo strumento della protesta diplomatica, come ha fatto Zapatero in Spagna nel 2005, dopo la scomunica ecclesiastica dei matrimoni gay; ma infine e in conclusione perché questo atteggiamento si risolve in una cessione di sovranità a vantaggio della Chiesa.

D’altra parte in molti casi gli interventi della Santa Sede vengono sollecitati proprio da chi rappresenta lo Stato italiano: è accaduto per esempio ai primi d’agosto del 2007, quando il presidente del Consiglio Prodi ha auspicato che la Chiesa convinca i cittadini ad adempiere l’obbligo fiscale, ottenendo dopo un paio di settimane una dichiarazione pubblica del segretario di Stato vaticano. Appelli come questo rivelano tutta la debolezza della classe politica italiana, in crisi d’autorità e di consenso popolare; ma il loro effetto è di legittimare le istituzioni di uno Stato straniero all’esercizio di un anomalo ruolo di supplenza sulle nostre istituzioni".

(pagg. 78-83 e 86-88)

Michele Ainis, Chiesa padrona. Un falso giuridico dai Patti Lateranensi a oggi, Garzanti, pp. 112, euro 13








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 8 febbraio 2009