Per un corpo

Roberta Salardi



Una delle battaglie più cruente dell’Iliade si svolge intorno al corpo di Patroclo già morto. Il canto XVII è interamente dedicato allo scontro fra achei e troiani che si contendono per un giorno intero le spoglie del giovane acheo, caduto indossando le armi di Achille.
La descrizione omerica di una battaglia feroce, senza esclusione di colpi, per un corpo abbandonato dalla vita fa pensare alla lotta altrettanto strenua che si sta svolgendo ai giorni nostri intorno al corpo della giovane Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente da diciassette anni.
Al di là dell’amarezza o dello scandalo di varie constatazioni che sono state fatte su questo caso, la cosa che può continuare a sorprendere, se si cerca di guardare le cose, per esempio, con l’occhio distaccato dello storico, è il contrapporsi delle forze in campo, a suon di sentenze e contro-sentenze, solo per decidere di un corpo che non appartiene più in ogni caso alla persona che fino all’età di vent’anni lo aveva posseduto. È un corpo senza persona, perché quella persona non lo muove più, non lo nutre più, non lo percepisce né pensa più. La persona che lo abitava lo ha abbandonato al momento di un fatale incidente il 18 gennaio 1992. Dal punto di vista clinico le speranze di un miglioramento, che nella maggioranza dei casi di SVP restano vive per due anni, svanirono dopo un peggioramento delle condizioni cerebrali avvenuto durante il primo anno.
Facciamo dunque affacciare per un attimo uno storico alla stanza di questa fanciulla in coma irreversibile del 2009.
Nelle antiche artes moriendi (testi e xilografie del XV e XVI secolo) la camera del moribondo, abitualmente frequentata da amici e parenti, veniva rappresentata anche affollata dalle coorti angeliche e diaboliche intente a disputarsi la sua anima. Il Giudizio universale veniva in qualche modo anticipato e privatizzato a favore di un individualismo incipiente, per cui ognuno, a chiusura delle propria vita, aveva diritto fin da subito a un suo giudizio (Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente, Rizzoli 1978).
Oggi l’immaginario della scena si è molto ridotto. Nessuno parla più, per esempio, di vita eterna, che rimane esclusa dalla stanza, faccenda lontana nel cui merito non si entra. Invece oggi assistiamo alla lotta fra due strutture di potere, fra due stati, si potrebbe persino dire, dal momento che esiste ancora uno Stato della Chiesa. Stato e Chiesa arrivano a disputarsi, in interminabili processi legali, ciascuno col suo stuolo di medici e avvocati, una cosa così umile, fragile, deteriorabile, compassionevole, come i nostri poveri corpi di morituri (o già svuotati di autonomia e di pensiero o gravemente debilitati, sparenti in fase terminale). E ciascuno dei due bellicosi contendenti, due stati, abbiamo detto, avanza ambiziose pretese nello stabilire dov’è l’inizio e dov’è la fine della vita.
Non parrebbe tanto una questione di scienza o di fede. Poiché è difficile immaginare che un credente di buon senso sia così attaccato all’idea che un sondino nasogastrico rappresenti nel modo più assoluto la volontà di Dio. Così come è difficile immaginare che un ateo di buon senso non dia alcuna importanza all’evento irreversibile della morte o alle speranze da dare ai malati.
È in gioco l’attribuzione del sapere-potere. Chi sa dov’è l’inizio e dov’è la fine? Chi è il custode degli ingressi?
La Chiesa cattolica ha perso sì il potere temporale, ma non vuole rinunciare al controllo delle soglie, dei passaggi-chiave per la vita di ognuno: la nascita e la morte. Avendo anche un occhio di riguardo per un altro rito di passaggio importante, molto legato tuttavia al primo ingresso, il matrimonio. È sorprendente anche questo fatto: che una legge che contempli pax, dico o simili non si riesca a fare.
La battaglia per il dominio del primo ingresso tuttavia è già stata perduta dalla Chiesa in Italia nel 1978 con la legge 194 sull’aborto. È lo Stato che ha fissato ai primi tre mesi dopo il concepimento il grado di formazione di un embrione tale da garantirgli, per così dire, diritti civili.
Ma è tutta da giocare la carta dei vari stadi d’incoscienza e pre-morte. Conta più l’ultimo respiro o l’ultimo battito cardiaco o l’ultimo pensiero? Domande di questo tipo rimandano a questioni molto complesse, in parte indecidibili, e possono protrarsi all’infinito. È la società che di volta in volta dà una sua risposta: unicamente per dettare necessarie norme di comportamento, non perché le domande delle domande si possano chiudere definitivamente. L’estrema fase di una storica contrapposizione iniziata nel Seicento con l’affermarsi del metodo sperimentale, combatte oggi su ogni singolo corpo umano, capitato in ospedale per morire, una battaglia che in moltissimi casi si può risolvere in tempi brevi con l’ausilio della natura oppure con un accordo implicito e esplicito fra parentado e istituzioni, ma può essere anche lunga, durissima e spietata, come tutte le guerre.
Lo Stato laico mira a sostituire i sacerdoti di un tempo con dei medici-scienziati, ma la casta dei sacerdoti non rinuncia tanto facilmente a presidiare la sua ultima roccaforte, l’exitus, quella soglia varcando la quale persino agli atei convinti da che mondo e mondo sono tremate le ginocchia. Viene istintivamente da pensare che per fortuna la natura, sia per un ateo sia per un uomo di fede, è anche molto lontana da tutto questo, dalle leggi, dagli usi e dai costumi. La natura è la vita delle piante, di tutti gli animali, dei virus, dei batteri, delle stelle esplose e di quelle raffreddate, dei gas in varie combinazioni, delle molecole aggregate e disaggregate, di quando siamo noi e di quando non siamo più noi, presi nel processo delle trasformazioni.
I guerrieri omerici sono avvolti in una nebbia polverosa così fitta che non si vedono più luna né sole. Nell’infuriare della battaglia per il corpo di Patroclo soltanto due cavalli piangono la sua sorte.








pubblicato da t.lorini nella rubrica il dolore animale il 2 febbraio 2009