Paolo Febbraro risponde a Davide Brullo

Paolo Febbraro



Ricevo da Paolo Febbraro questa risposta alla lettera di Davide Brullo pubblicata sul "Primo amore" il 21 gennaio (CB).

Caro Davide Brullo, quando un amico mi ha avvertito che sul "Primo amore" lei aveva deciso di attaccarmi personalmente, non mi sarei immaginato di trovare ciò che poi ho trovato: una lettera veemente, autentica, piena di affetti, del tutto priva invece di quella stucchevole ironia che in punta di fioretto piace tanto esercitare ai consumati uomini di lettere. E devo dirle infatti che averla letta non mi è piaciuto, ovvero non l’ho trovata affatto divertente, ma mi ha coinvolto al punto di spingermi a risponderle.

Lei si difende dalla stroncatura che sull’Annuario Poesia 2007-2008 (appena uscito presso Gaffi editore) ho dedicato ai suoi Maledetti italiani. Dieci autori per una contro-antologia del Novecento (Il Saggiatore 2007). Ho riletto il mio brano critico, scritto ormai più di un anno fa e apparso solo ora in grave ritardo, e in effetti l’ho trovato severo come lo ricordavo. Ma, ammetterà, Brullo, che si tratta di saggistica letteraria: io sviluppo delle argomentazioni a partire da citazioni anche ampie della sua Introduzione all’antologia, allo scopo di comprendere che tipo di operazione culturale compie proprio colui che rifiuta di compiere operazioni culturali. Così, quando lei ribadisce che il suo libro «è un testo apologetico più che un’antologia», o addirittura «un libro comico, un’opera buffa in forma di antologia apologetica», ecco, a me viene voglia di riaffermare che qui c’è l’inganno, ovvero la schietta – magari non fredda – opzione culturale. E di prenderla in parola come tale. Infatti, affiancare dieci poeti del Novecento italiano, scrivere per essi dieci "cappelli" introduttivi, sceglierne dei componimenti invece che altri, metterli di seguito a un’Introduzione piena di precetti e di istruzioni per l’uso, non mi sembra un’opera buffa (almeno nelle intenzioni), o una marachella. A meno di voler lanciare il sasso e nascondere la mano.

Innanzitutto, non so da cosa le derivi la certezza che io lascio «in disparte i veri eroi di quella tragicommedia, cioè i poeti, che non cita, che non discute perché indiscutibili, che lascia ad ammuffire». È curioso: se avrà la pazienza di leggere l’intero paragrafo del mio Editoriale – a cui per forza la rimando – si accorgerà che ho dedicato ai dieci poeti da lei prescelti ben 8.500 battute. Forse non sono io a lasciare ammuffire i poeti (e del resto me ne occupo sull’Annuario e altrove da diversi anni), ma è lei, Brullo, a nutrire qualche avversione per la critica letteraria. Non sono io ad aver scritto viete banalità scapigliate come questa: il critico è «un po’ filosofo abortito, un po’ tuttofare che non si è mai saputo cosa sapesse veramente fare: allora occupati di letteratura che tanto ti andrà sempre bene, perché uno può dire tutto e l’opposto di tutto». Non so bene da quali critici letterari lei sia stato tanto deluso, ma il critico fa tutt’altro che dire tutto e il suo opposto: il critico legge, immagina, ricorda, confronta, interpreta e valuta alla luce del sole, nella sovrana facoltà di occuparsi dei testi altrui o di ignorarli. Vedo che lei si gloria di aver criticato (appunto) Berardinelli e Citati, Cortellessa e Onofri, Cucchi, Mussapi, De Angelis e Majorino, e «poi digradando» Genna, Desiati, Santi, Di Stefano e D’Orrico. Temo che non tutti, in questa lista, possano fregiarsi del titolo di critici letterari. Ma, se non è un’operazione culturale, la sua dev’essere una speciale suscettibilità nei confronti della categoria: la qualifica di "critico" è brandita come una clava. Io stesso divento uno «che di mestiere è critico». La tranquillizzo: non lo sono affatto. Del mestierante mi manca quel fattore elementare del mandato sociale che è la corresponsione economica. E nonostante tutto pratico la critica come un’opportunità letteraria di chiarezza e partecipazione, di argomentata avversione e di difficile vicinanza. Del resto, se lasciassimo ammuffire la critica, non sarebbero i critici a poter dire tutto e il suo opposto, ma qualcun altro. Ne conviene?

Peraltro, in quanto contro-antologista e anti-critico, dovrebbe almeno non ignorare che in letteratura di mestiere ne svolgo pubblicamente anche un altro, quello appunto di poeta. Che è un bel paradosso, a sentir lei. Se non fosse che a partire dal Dante del De vulgari eloquentia e dal Leopardi saggista antiromantico abbondano per quantità e qualità i poeti che siano stati anche grandi critici: cosicché mi sembra di essere legittimato a seguirne le tracce. Ad ogni modo, io stesso dovrei vivere sulla mia pelle ciò che lei attribuisce allo statuto esistenziale del poeta: che è, secondo la sua Introduzione, «un Lord Jim, reietto e solitario, esploratore che si prova ad ogni verso, che rischia il fallimento a ogni libro, apolide, indipendente dai critici e da cricche di giornalisti e da lettori compiaciuti». Del suo errore di prospettiva, caro Brullo, questa è la parte più simpatica e accattivante. Perché quello da lei descritto non è il poeta, ma il suo poeta: dacché sulla ricca e varia interdipendenza fra poesia e cultura nazionale, poesia e luoghi, poesia e Storia, poesia e intelligenza critica – come altra, collaterale capacità di vedere – sono state scritte biblioteche. Lei, caro Brullo, vuole portare il poeta in mezzo alla via della vera vita, terremotando i concreti contesti dove egli sta di casa, solo per un pregiudizio romantico, esaltante e catastrofico, lo stesso che le fa immaginare di trovarsi con me come si trova di fronte a chissà quale supercilioso burocrate delle lettere uno che si dichiara «solo e malsicuro e idiota». La questione romantica, come al solito, è vastissima. Eppure, già da ora, aggiungo che il poeta non è mai reietto e solitario: è sempre in compagnia di decine di poeti, pensatori, artisti, perfino di critici, che lo hanno preceduto e che lo seguiranno. Un poeta è dentro la letteratura, che è grande e terribile, anche nei suoi ordini e nelle sue tecniche.

Infine, lei mi taccia di innamorato dell’invettiva politica e della «pornografia partitocratrica», e insieme professa a gran voce la sua "innocenza": «io voglio solo parlare di letteratura, lo capisce o no, è un desiderio così strampalato?». Ma lei continua a voler fare un passo indietro rispetto a quanto dice veramente: parlare di letteratura è una cosa importantissima, e di grande peso culturale. La bellezza, la musica intelligente delle parole sono anche fattori (non dico "strumenti") latamente politici. D’altro canto, dovrebbe sapere che «cannoneggiare i critici» e ispirarsi a dei "Maledetti italiani" rimanda immediatamente al fascismo anarcoide dei "selvaggi" anni Venti: per parlare beatamente di letteratura, come lei vorrebbe fare, occorre pur conoscerne la storia. Vede bene che non le attribuisco alcuna tessera partitica. Ma la letteratura non è mai da sola, né è beata: e le parole sono pietre, e memorie. Lei vorrebbe cannoneggiarmi, ed io non mi sottraggo al tiro, limitandomi a farle comprendere cos’è che sta cercando di colpire.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica in teoria il 2 febbraio 2009