Calabria

Giovanni Giovannetti



Stella d’Italia. Statale 106 e ritorno laggiù, nel profondo nord

Il treno ferma alla stazione di Santa Caterina Marina, Calabria jonica. Fabiola mi ha dato appuntamento lì sulla piazzetta, ma non la vedo. L’anno prima con lei ho condiviso molte tappe del Cammina cammina da Milano a Napoli. Sua è l’organizzazione del braccio calabro di questa nostra Stella d’Italia. Eccola arrivare: «Finalmente Giovanni, fatto buon viaggio?» «Ciao Fabi». Baci, abbracci, commozione. Fabiola e gli altri sono in marcia da dieci giorni. Del nutrito drappello partito da Reggio Calabria il 12 maggio rimangono lei, Marina, Antonio e Graziella. A Caulonia li ha raggiunti Erica, altra “reduce” dell’anno prima.

Fabiola, ferroviera bolognese, spende qui le sue ferie. La milanese Marina – laureata in Economia e mamma a tempo pieno – fa parte di “Movimento lento”. Erica invece è laureata in chimica nonché precaria. Graziella e Michele sono insegnanti in pensione. Vivono a l’Aquila, la meta finale di questo nostro cammino.

Guardavalle

Fabi è con Antonio detto Totò («Toto per gli amici»), assessore al Turismo al Comune di Guardavalle, di cui siamo ospiti. Qui c’è l’alternanza e ora tocca al centrodestra, uscito vittorioso dalle ultime elezioni con “ben” 37 voti di scarto. «Toto per gli amici» militava in Ordine Nuovo insieme a Delle Chiaie, che dice d’aver conosciuto assai da vicino. Non posso nascondermi, lo dico, sono di sinistra, ma oggi da cittadini “militanti” siamo chiamati a fronteggiare ben altre emergenze nazionali, dicotomie ben più urgenti, che so, legalità/illegalità, verità/menzogna, ecc. ecc.; dico belli i tempi in cui ci si scazzottava mossi da opposte passioni e lo scontro era ideologico; dico oggi si deve fare fronte alla malapolitica incolore e venale del nostro tempo, all’affarismo al clientelismo e alla corruzione. Toto è perplesso, aggiunge altro vino al mio bicchiere e cambia discorso: «Sai, qui sulla spiaggia in agosto nidificano le tartarughe marine. È la “Caretta caretta”, una specie molto diffusa nel Mediterraneo che, misteriosamente, torna a deporre le uova nel luogo natìo».

Guardavalle, 6mila abitanti. Massì, è il paese di Carmelo Novella detto compare Nuzzo. Alle ore 18.30 del 14 luglio 2007, al bar “Reduci e combattenti” due sicari lo ammazzano a revolverate. Ma non siamo in riva allo Jonio, bensì a San Vittore Olona, profondo nord, e Novella sedeva ai vertici della “Lombardia”, la “quarta sponda” delle tre Province storiche della ‘Ndrangheta calabrese (ionica, tirrenica e reggina). Lui, compare Nuzzo, voleva una maggiore autonomia dalla “terra madre”: «fare da soli»? Nemmeno a parlarne, e lo fanno fuori, su mandato del compaesano Vincenzo Gallace, un tempo storico alleato del Novella e sodale di altre storiche famiglie “di rispetto”, come gli Andreacchio, migrati ad Anzio e Nettuno, arrestati nel luglio 2010 per associazione mafiosa.

Argomenti nemmeno sfiorati. Dopo cena Toto ci accompagna alla scuola presso cui pernotteremo. Mi abbraccia e si congeda: «Ciao amico mio».

Badolato

Quassù a trecento metri d’altura lontani dal litorale fa persino freddo. Guardavalle, Badolato, Soverato, Montauro, Squillace… lungo la costa, questi abitati millenari sorgono all’interno, così da renderli meno vulnerabili alle antiche incursioni saracene. Paesi più volte distrutti e ricostruiti dopo un terremoto (devastante quello del 1783); paesi spopolati dalle massicce ondate migratorie del Novecento: norditalia, Svizzera, Germania, Francia, Belgio, americhe… viaggio sola andata.

Analogo biglietto anche per i profughi curdi sbarcati proprio qui tra il 1997 e il 2010, che in Calabria hanno trovato lungimirante ospitalità nelle case vuote del centro storico di Riace o Caulonia o Badolato, inaugurando un duraturo modello di accoglienza e integrazione. Lontani dal rappresentare quel problema tanto ostentato dai tromboni populisti, per la Calabria questi immigrati si sono rivelati soluzione e al tempo stesso risorsa. L’esperienza ci è consegnata da Wim Wenders nel suo cortometraggio Il volo. Per il regista tedesco «la vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in alcun paesi della Calabria. Lì ho visto davvero un mondo migliore».

Da Guardavalle a Santa Caterina la strada è battuta da un forte vento. Sulla piazza si fa avanti l’anziano Pasquale. È lo zio del sindaco, si informa e subito chiama il nipote per un breve saluto bagnato da un caffè. Pasquale vuole accompagnarci in visita all’antico paese semideserto: la millenaria “Porta dell’acqua” (l’unico rimasto dei quattro varchi medievali nella cinta muraria); la secentesca chiesa di Santa Maria Assunta ricostruita dopo che, il 29 luglio 1983, un drammatico incendio aveva distrutto gran parte del centro abitato. Arriviamo fino a un dirupo. Il paesaggio è di quelli mozzafiato. Lui trascrive i nostri indirizzi e numeri del telefono e noi riprendiamo il cammino per Badolato. Pasquale chiamerà ogni giorno, sempre gentile, offrendo collaborazione e aiuto. In fondo, per tremila passi è stato dei nostri.

Soverato

Lasciamo Badolato imboccando alla Chiesa degli Angeli un sentiero scosceso coperto da arbusti. Giù nel fondovalle, alla statale 106 preferiamo l’arenile e il bagnasciuga. Spiagge bianchissime a perdita d’occhio, solcate dagli estuari di guadabilissimi corsi d’acqua. Il monotono battere delle onde marine rumoreggia tanto quanto i tuoni in cielo, foriero di pioggia incombente. Il nubifragio ci sorprende ancora in spiaggia, ma ormai siamo a meta. A Soverato ci attendono gli amici del comitato “Salviamo il paesaggio” e di “Slow Food Soverato”, con cui saliamo in paese. Fotografie, abbracci, buon vino e libagioni. Marisa Gigliotti, architetto, ha scritto una lettera di benvenuto:
«Cari amici di Stella d’Italia, nel vostro lungo cammino oggi incontrate noi in questo territorio e vi diamo il benvenuto. La nostra bella terra, come avete visto, in molti tratti è stata violentata e deturpata, soprattutto lungo il litorale. Il Comitato insieme alle associazioni culturali (Slow Food Soverato versante jonico, Unicef, Imprinting, Legambiente, Fidapa Soverato, Istituto tecnico Malafarina, Lions Squillace Cassiodoro) ed ai cittadini aderenti sta creando una mobilitazione per fermare la cementificazione. Soprattutto ci siamo rivolti ai giovani perché apprezzino e conoscano l’ambiente in cui vivono e ne garantiscano la salvaguardia. I luoghi che visiterete oggi (Soverato Superiore) vi daranno uno spaccato della storia di questo territorio; lungo il percorso ci saranno le vedute sull’antico sito di Soverato Vecchio abbandonato da secoli. Avrete la visione di quanto siano importanti i corsi d’acqua per l’economiae l’identità dei luoghi: ci batteremo per salvaguardare e ripristinare gli antichi equilibri ed evitare le conseguenze catastrofiche che si verificano quando piove con un po’ più di abbondanza. Avrete visto dopo le belle spiagge tra cui quelle di Santa Caterina dove si schiudono le uova delle tartarughe, anche i massicci complessi edilizi, frutto di costruzioni abnormi legalizzate e che invadono anche gli alvei dei fiumi e degli arenili. Vogliamo preservare le colline ulivetate, gli orti dei terrazzamenti, gli agrumenti, i frutteti perché indispensabili per la sopravvivenza di un’agricoltura di piccola scala che è testimone di tanta sapienza contadina. Tra i progetti Slow Food c’è quello della valorizzazione di un prodotto in via di estinzione, la “cupeta di Montepaone” fatto artigianalmente dal maestro cupetaro Bruno Platì e che ha tra i suoi ingredienti il sesamo. Vi diamo una tavoletta di questo croccantino che con il suo miele vi potrà ristorare e dare energia lungo il cammino. E infine vi accogliamo a Soverato Superiore dove i soci Slow Food e le donne de “u chianu” vi faranno conoscere alcune piccole prelibatezze e vi faranno visitare il nostro tesoro artistico: la Pietà del Gagini nella chiesa parrocchiale. Con Affetto, Marisa Gigliotti»

Antonio ci accompagna in visita alla chiesa matrice di Maria Santissima Addolorata, dove è custodita la Pietà, splendida e mutilata e restaurata dopo il terremoto 1783. Lo scultore siciliano Antonello Gagini è stato un felice protagonista del nostro Rinascimento. La sua Pietà deve molto al Michelangelo presso il quale soggiornò a Roma tra il 1504 e il 1506. Ma l’eccellenza dei drappeggi rende merito a una mano niente affatto inferiore a quella del maestro aretino.

Salutiamo gli amici di Soverato Superiore portando con noi il ricordo di una straordinaria accoglienza, e negli zaini buone scorte di crispelle alla farina di ceci e di castagne cucinate lì per lì dalla mamma di Antonio.

Squillace

Mafie, corruzione, paternalismo, agricoltura feudale a latifondo, aristocrazie saldamente al potere. Certo, agli albori dell’unità nazionale la “questione meridionale” verteva sulla vocazione produttiva sostanzialmente agricola, e tuttavia ben lontana dagli standard proto-capitalisti delle regioni settentrionali. Niente lavoro, niente pane, nessuna possibilità locale di riscatto e di emancipazione sociale; dunque emigrazione. Oggi non si emigra più per fame, ma in cerca di migliori opportunità lavorative o esistenziali, mentre mafie e corruzione al nord aprono l’inedito fronte della “questione settentrionale”: fronte politico, economico, morale.

Arriviamo a Squillace in forte ritardo. Alle porte ci accoglie l’assessore Giuseppe Manoiero e con lui saliamo in Municipio. Nella sala consiliare incontriamo giunta e consiglieri. Il sindaco Guido Rhodio è un politico navigato, già presidente della Regione Calabria dal 1992 al 1994. Lo ricordiamo tra i fautori del Comitato per le Regioni europee, e con i fondi europei la sua amministrazione sta progressivamente finanziando il recupero monumentale della storica cittadina, già sede vescovile: le salite a porfido, l’antico castello normanno, il convento di Santa Chiara di fronte al vescovado sulla splendida piazza del Duomo. Qui è nato Guglielmo Pepe, tra i “padri” del nostro Risorgimento. Si dice che Squillace l’abbia fondata Ulisse di ritorno da Troia; ne è convinto Armin Wolf, appassionato archeologo dell’università di Heidelberg, al punto da abitare in questo borgo in pianta stabile. Squillace è poi citata da Virgilio nell’Eneide («Hinc sinus Hercules si vera est fama Tarenti cernitur, attolit se diva Iacinia contra. Caulonisque arces et navifragum Scylaceum…» / «prima ci si scopre il golfo di Taranto, fondata – com’è voce – da Ercole, di fronte a cui si levano il tempio di Lacinia, il promontorio di Caulone e l’antica Squillace, pericoloso porto di navi…»).

Maida

Nel suo fortunato libro Ai figli dei figli Gay Talese racconta del padre Giuseppe, emigrato bambino a fine Ottocento dalla Calabria a Brooklyn. Era di Maida.

Si è fatta sera, e per don Claudio Piccolo Longo è l’ora della messa. Ci viene allora incontro Massimiliano, e con lui raggiungiamo i locali di un’azienda agricola, i cui ricavi vanno a finanziare le missioni nell’ambito dell’“Operazione Mato Grosso”. I piedi quasi mi sanguinano, vesciche ovunque, finiti anche i Compeed, e quel letto a castello era ormai uno splendido miraggio.

Oggi il don è pendolare tra Maida e la fattoria, così come in passato tra la Calabria e le missioni del Brasile o in Perù al confine con la Bolivia. Qui si tengono campi di lavoro. Giusto un anno fa è stata offerta accoglienza temporanea a 35 giovani tunisini allo sbando dopo lo sbarco a Lampedusa e diretti in Francia.

Ci disponiamo a cerchio nella sala parrocchiale. Ci sono scout, un assessore (di Rifondazione comunista) alcuni consiglieri (di Rifondazione comunista) e alcuni iscritti a Rifondazione comunista: scout e “comunisti” e scout “comunisti”, tutti “figli” di don Claudio, in questo paese dove il «partito comunista» (così lo chiama) ovvero Rifondazione è al 18 per cento e vince le elezioni. A cena don Claudio vuole notizie su Grillo e il grillismo; dico peste e corna del primo – più pupo che puparo, giochino del guru Casaleggio – e bene dei suoi giovani sognatori adepti, confidando in un loro progressivo smarcamento dal razzistone genovese. Don Claudio lamenta il mancato rinnovamento della classe dirigente del Paese e nel paese. Fissa lo sguardo su uno degli scout rifondaroli:
«Con voi sono incazzato»
«E perché mai»
«Invece di mandarlo a casa ve lo siete fatto alleato. Altro che rinnovamento!»
(Sindaco di Maida è Natale Amantea, Partito dei Comunisti italiani. Ha quasi ottant’anni ed è al sesto mandato. Ha vinto le ultime elezioni condividendo con Rifonda la lista civica “Insieme per Maida”).
«Se vogliamo vincere e contare qualcosa…»
«Prima vengono i princìpi».

Don Claudio nota il mio passo claudicante e le vesciche ai piedi. Il giorno dopo mi donerà i suoi sandali.

Lamezia

L’edificio che ospita il centro per disabili migranti e marginali “Pensieri e Parole” – confiscato ai Torcasio, ‘Ndrangheta – se l’è preso don Giacomo Panizza nel 2002. Nessuno lo ha voluto a parte lui, questo prete capace di spezzare la catena della paura e di altre iniziative lungimiranti. Lo hanno allora minacciato di morte, hanno tagliato i freni all’auto, preso a pistolettate una finestra e la serranda dell’edificio confiscato. Così che Lamezia è scesa in strada a difendere il suo prete, isolando i criminali.

Don Panizza ostenta un pragmatismo avvolgente e coinvolgente. Lo incontriamo alla biblioteca di Nicastro, insieme al sindaco Giovanni Speranza e all’associazione “La strada”, tra le più impegnate nell’accoglienza ai migranti. Ci racconta l’esperienza di “Progetto Sud”, ne illustra i princìpi cardine, parla del coraggio della nonviolenza, dello stare insieme sia pure tra persone e culture differenti, anche tra ideologie differenti.

Prende la parola Massimo Berlingeri detto Ciaiò, e legge in anteprima il discorso che a giorni terrà al ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca, in arrivo a Lamezia.

«Mi chiamo Ciaiò e sono un Rom nato e cresciuto per troppo tempo nell’accampamento di contrada Scordovillo. Un campo pieno zeppo di box e prefabbricati e separato dal resto del mondo da un muro alto tre metri. Un campo temporaneo che è lì da 30 anni.

Sono un Rom che stasera ha la possibilità di raccontare ad un Ministro della Repubblica la storia di un Ciaiò e di come le cose, a volte avvengono. È una storia che inizia con l’immagine di un gruppo di ragazzi e ragazze italiane dell’associazione “La strada”, che per primi sono entrati nel campo di Scordovillo e che sarebbero poi tornati tutte le mattine a svegliare, sollecitare, convincere noi bambini per essere il più possibile noi presenti a scuola.

E la scuola è stata la mia prima chiave per uscire dal campo. Nel 1998 all’interno di un corso organizzato dalla comunità “Progetto Sud”, insieme agli altri ragazzi del campo, abbiamo incominciato a parlare di lavoro. Per chi nasce in un campo Rom l’aspettativa di un lavoro è legata soprattutto alla raccolta del ferrovecchio o al lavoro nei mercati della frutta. In quel corso abbiamo, invece, capito che potevamo costruirci un altro lavoro. Che potevamo fare un lavoro in squadra. Che potevamo fare un’impresa. E così nacque la cooperativa “ciarapanì” composta da ragazzi e ragazze Rom e anche da italiani.

Il nome ciarapanì, nel linguaggio Rom, vuol dire una tenda che protegge. Insieme alla costituzione della cooperativa abbiamo elaborato il piano d’impresa: volevamo occuparci di raccolta differenziata dei rifiuti con il metodo porta a porta in una regione in cui si parlava solo di discariche per lo più abusive. Abbiamo presentato il piano al Comune e siamo riusciti a superare scetticismo e diffidenza. E poi abbiamo convinto anche Banca etica a finanziarci l’avvio.

E così nel 2001 abbiamo ottenuto che in una parte della città di Lamezia Terme venisse avviata la raccolta porta a porta. Ma il nostro compito non si limitava solo a raccogliere le buste con la carta e con la plastica. Dovevamo educare i cittadini a differenziare nel miglior modo possibile i rifiuti.

Un gruppo di Rom con la divisa da lavoro che spiegava come fare bene la raccolta differenziata. Da non crederci. Ancora oggi ci occupiamo di raccolta differenziata a Lamezia Terme e giusto la settimana scorsa abbiamo raggiunto quota 30 milioni di chili di rifiuti raccolti in modo differenziato all’inizio dell’attività.

Ma non ci siamo fermati qui. Abbiamo aiutato altre cooperative della Calabria a promuovere nei Comuni pratiche di raccolta differenziata dei rifiuti.
Abbiamo anche ottenuto la certificazione di qualità per la progettazione di servizi di raccolta porta a porta.

In questi anni di fare cooperazione non è mai venuta meno la voglia di inventarci il lavoro. È successo che anche con l’Azienda Sanitaria di Lamezia a cui abbiamo proposto la costruzione e la gestione di un parcheggio a pagamento. E siccome l’Azienda sanitaria non aveva fondi per costruirlo allora li abbiamo messi noi. Abbiamo presentato il piano d’impresa alle banche di cui siamo soci e le banche ci hanno dato ancora una volta fiducia.
E al parcheggio dell’ospedale lavorano Rom e anche ragazzi che arrivano dal sud del mondo.

Il lavoro la mia seconda chiave per uscire dal campo. Il lavoro con la dignità che si porta dietro mi ha permesso di cominciare a pensare anche a un progetto di vita che andasse fuori dagli schemi tradizionali. Ho cominciato a pensare a metter su famiglia non necessariamente con una ragazza Rom. E così è stato. Ho una famiglia, ora. Ho dei figli che frequentano scuola e palestre. Ho dei figli che riesco a seguire grazie, anche, ad un piano di orari lavorativi flessibile. Un piano che abbiamo fatto insieme lavoratori e dirigenti nell’ambito di un progetto “Tempi solidali” che è stato anche premiato dal ministero Pari opportunità. E grazie al lavoro ho trovato una casa al di fuori del recinto.

La casa: la mia terza chiave per uscire per sempre dal campo. Signor Ministro, questa è la storia del Rom Ciaiò che, grazie al diritto a frequentare la scuola, al diritto ad avere un lavoro dignitoso e al diritto ad avere una casa, oggi si può riconoscere pienamente come cittadino italiano».

Ritorno

Raggiungo l’aeroporto di Lamezia camminando zaino in spalla. Chiamo Irene. Dice che a Pavia il direttore sociale dell’Asl Giuseppe Imbalzano ha pubblicamente illustrato quale fosse a suo dire la differenza tra le torte e gli ebrei, questa: «le trote nel forno non gridano». Sempre a Pavia, il sindaco antindrangheta eletto a sua insaputa con i voti della ‘ndrangheta ora è il capofila dei “formattatori”, ieri a convegno in una sala cittadina. In prima fila riconosciamo Luigi Greco, indicato quale socio in affari e prestanome di un incarcerato per mafia. Poco distante è in ascolto Ettore Filippi: nelle sue liste ha ospitato i candidati suggeriti dal capo della ‘ndrangheta lombarda Pino Neri. L’altro ieri il sindaco “formattatore” ha confermato il Filippi quale suo rappresentante nel Cda dell’ospedale San Matteo e il figlio Luca alla presidenza di Asm Lavori. Il 29 maggio 2012 padre e figlio sono raggiunti da un avviso di garanzia: l’accusa ipotizzata è associazione a delinquere, corruzione e truffa. È il nuovo che avanza, nell’agghiacciante frigorifero padano di questo sprofondo nord.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica stella d’Italia il 31 maggio 2012