Don Mentira

Giovanni Vannozzi



Mi chiamo Leo, detto “Il Don”.
Ho trentadue anni.
Sono italo-argentino.
Mi sento più argentino, però.
Lavoro come impiegato per una grande azienda internazionale.
Se sono felice? Non lo so.
Il fatto è che non ne va una; così sembra.
Tutta colpa del passato. Tutta colpa delle batoste. Un bel po’ però, è colpa delle donne.
“Vatti a fidare…”
Conobbi Clarissa che da poco avevo terminato il liceo. Tutta colpa di mio padre, tutta colpa sua, come sempre. Fu una grande cena quella, la ricordo bene. Erano tutti merlettati, ornati di paillettes e lustrini. Coi capelli cotonati, le donne, si facevano spazio tra gli sguardi dei maschi. Alcuni sguardi erano nostri, di noi giovani. Certuni invece erano un po’ maturi. Erano quegli sguardi che ti danno fastidio, credo, a quell’età.
Si festeggiava il nuovo questore del mio capoluogo. I figli della “creme-brulè” della mia città non potevano mancare. Era tassativa la nostra presenza. C’erano alcuni invitati, altri infrattatati. C’erano amici. C’erano amici di amici. C’erano amici di amici di amici.
C’era anche Clarissa.
Rimasi folgorato. La volli conoscere subito. Mi precipitai da lei. Cosi fu; con una scusa banale scendemmo in strada, camminammo tutta la notte, parlammo un sacco. Fu davvero bello. Era dell’est, Clarissa. Era dell’ est e studiava medicina.
Mio padre insegnava anatomia quell’anno. Mio padre insegnava alla facoltà di medicina. Mio padre, quella sera, invitò alcuni dei suoi studenti per festeggiare la fine dell’anno accademico.
Avevo appena tagliato i capelli. Credo fosse il mio primo taglio corto degno di esser chiamato tale.
In Russia fa freddo. Forse in Russia fa talmente freddo che le persone diventano di ghiaccio. Fatto sta che fu proprio quell’angelo bolscevico a farmi crollare il mondo addosso. Non ho mai saputo se realmente sia stata innamorata...in verità, non ho mai saputo se mai sia stata interessata a me; in ogni modo non appena mio padre riuscì a farla entrare nelle grazie del primario, io venni abbandonato alla parte di me che era rimasta, mutilata di un bel po’ di cose. Un bel po’ di cose importanti. Come importante era lei per me. “Ciao Clarissa!” “come ti vanno le cose?” mi piacerebbe vederla. Mi piacerebbe anche se sono passati anni. Ci sono persone, dicono, che rimangono intrappolate in una sorta di presente, un piccolo spazio dedicato, solo a loro. Sono persone che ci restano dentro. Ci restano dentro come un’immagine ferma, immutabile nel tempo. Sono un fotogramma, un eterna fotografia. Lo sono a tal punto che quando poi te le ritrovi davanti dopo anni.. te le ritrovi davanti con tutte le loro rughe. Te le ritrovi con un’altra faccia attaccata alla testa, tanto che ti viene da dirgli, mentre gli giri intorno insospettito: “dai, levati la maschera, dai, su!”. Fortunatamente siamo dotati di buon senso; in ogni modo le figure di merda non sono mancate nella mia vita.
Comunque, adesso è passata. È passata nel senso che evito di pensarci. Faccio la mia vita. Proseguo.
Nel mio proseguire, in special modo quest’anno, ho conosciuto un bel po’ di gente, di ritorno dall’argentina. (“A proposito.. ciao John, mi manchi un casino!”) Ho avuto modo di approfondire l’amicizia con due donne, tal Benedetta e tale Eleonora. Non mi fido di loro. Non mi fido più delle donne. Faccio un passo indietro, giusto di qualche centimetro in alto: “non sono gay, John è mio figlio!”
In Argentina, prima di rientrare in Italia, avevo John con me. Ormai John è diventato il contenzioso della coppia. Adesso sono single, in Argentina, no. A Buenos Aires stavo con Ruya, ed ancora non sapevo che avesse 7 anni in più di quanti ne avesse dichiarati. E ancora non sapevo che quei bambini che giravano per casa strillando, non erano orfanelli che vagavano per le strade di Buenos Aires, ma i suoi figli legittimi, e non. E ancora non sapevo un sacco di cose. Quando seppi queste, ed altre storie, me ne andai. Adesso non sto più con Ruya. Adesso non ci sto perché sto in Italia.
Ho progettato tutto, comunque. Ruya può fare ciò che vuole, tanto io ed il mio amico Gio torneremo insieme a Buenos Aires. Io mi riprenderò il mio John. Lo rapisco. Devo solo farmi fare il passaporto canino. In Argentina, per far imbarcare i cani sugli aerei serve un passaporto anche per loro. John è mio. John è il mio cane. John è un mastino. John…è…Il Mastino.
Ma torniamo in Italia.
Siamo usciti un paio di settimane fa, Eleonora ed io. Lei era così carina. Ad un certo punto, mentre stavamo ballando in pista, lei e l’altra mia collega, con le quali ero il non plus ultra dei ballerini della disco dance mondiale, si son messe a fare dei giochi strani con il ghiaccio: Eleonora passò con le sue labbra il ghiaccio a Valentina. Valentina lo trattenne un po’ in bocca, assaporando quel brivido. Valentina lo passò di nuovo ad Eleonora, senza toccarlo con le mani. Eleonora sorrise, mi guardò e mi dette un bacio, per poi passare nella mia bocca quel poco del cubetto di ghiaccio che era rimasto. Finimmo a letto quella sera. Eleonora ed io lo facemmo. Eleonora ed io lo facemmo in diverse posizioni. Eleonora mi saltò addosso quella sera. Eleonora prese possesso di me. Ma non fu solo sesso. Eleonora mi spiegò anche che esistono diverse tipologie di cazzi e mazzi (posso dire cazzo vero? No perché “pene” mi fa troppo ridere…GRAZIE). Esistono cazzi da succhiare. Esistono cazzi da scopare. Il mio, a quanto pare apparteneva ad entrambe le fazioni. Non fu la prima a dirmelo.
Il giorno dopo facemmo come se niente fosse. Nessuno doveva saperlo. Era il nostro segreto.
Con Benedetta è stato due sere dopo. Benedetta è una mia collega. Benedetta ed Eleonora sono colleghe.
Mi chiamo Don. Mi chiamo Don perché cosi dev’essere. Mi chiamo Don Mentira perché me l’hanno fatta. Mi chiamo Don Mentira, detto El Don, perché non posso più innamorarmi. Mi chiamo Don perché mi osservo intorno, ecco perché mi chiamo El Don.
Benedetta prese possesso di me, anche lei, intorno alle 23 di due sere dopo. Lo prese in mano, cosi, all’improvviso. Lo prese in mano e mi tirò fino in camera, tenendo stretto l’oggetto del suo desiderio tra le cinque dita, indirizzandolo alla camera da letto. Mi sentivo un’ appendice.
“Sono l’ appendice di me stesso”.
Sono state giornate davvero movimentate. Ed ancora non sapevo che Eleonora fosse innamorata di Riccardo, al quale faceva le improvvisate in casa, mentre lui si stava sbattendo la cugina di un amico. Ancora non sapevo che Eleonora il giorno in cui mi disse di aver la febbre alta, era invece a casa di Riccardo e non si faceva certo misurare la temperatura. Ancora non sapevo che Benedetta, la sera in cui mi trascinai nel suo giardino, facendo annusare la mia mano al cane per farmi riconoscere, non stava guardando la tv, ma era in camera, con il proprietario dell’auto parcheggiata li , davanti al suo cancello. Ancora non sapevo un sacco di cose. Adesso le so.
Le ho mandate affanculo!.
Adesso sto male. Adesso sto male in Italia. Adesso vorrei tornare in Argentina.
Torno ad allenarmi. È la mia passione. Sono un giocatore di calcio. E questa, non è una bugia.
Sono El Don Mentira e farò il portiere del Boca Junior in Argentina.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica racconti il 29 gennaio 2009