Il 6 di Rue Fromentin

Alessandro Raveggi



L’ampio divano sul quale quattro prostitute dal viso animalesco si annoiano con professionalità è un fegato ardente, i suoi cuscini come tranci irregolari di carne enfiata trasudano di umori. Ce n’è una quinta, di mezza età e ben conservata, che alla noia ha sostituito la calma. Come una mano invisibile, la calma l’ha spinta sul fondo e ha indugiato sulla sua postura, piuttosto che sul tedio di gruppo. La signora paffuta, con le mani in grembo e i capelli raccolti come una governante al primo appuntamento di lavoro, guarda fissa davanti a sè. Non ammicca né a un ospite gentile né a un indiscreto avventore. Opera di segno contrario rispetto alle sue compagne, che sono scattanti al consumo delle carni, vogliono essere dilaniate, godute, anche se si stanno offuscando in alcune smorfie circospette. La governante ha invece una lingua ponderata, di virgole con la capocchia rotonda, non di esclamativi e sbraiti. Il suo vestito è una coltre di fumo nero, le sue spalline si sfilacciano in cirri nervosi sulla sua pelle, che porta macchie acide, cagliate. Comunica con una giovane donna malese dai capelli di ruggine, che tiene sollevata la veste, mostrando forse parte del pube, come le ostendesse una ferita incurabile. La governante, senza distogliere lo sguardo dal fuori, le parla in segreto attraverso riverberazioni, tratti d’aria che arrugano lo spazio libero dagli ornati e dai capitelli carichi di porpore e di verdi, che dominano la parte sinistra della stanza.
Au Salon de la Rue des Moulins è un’opera che si squaglia dei fantasmi che lo popolano e vi risuonano nel loro spasmo. Carolina fissa con gli occhi a mezz’asta il quadretto circoscritto da una cornice smeraldo, con la lingerie buttata sul corpo come petali gualciti. Le due donne vivono quello spazio arrugato e generativo, un osso chiaro che preme sulla cartilagine arrossata dalle incursioni dei clienti, tra la governante placida, tornita e veggente e la giovane che si offre esilmente a quella cura immateriale. Quest’opera di carne e spirito, quell’opera riprodotta sulla parete della sua camera d’albergo, è un atto involontario del proprio autore, pensa Carolina. Quei fantasmi, quelle riverberazioni, i tratti involontari del loro artefice storpio Toulouse-Lautrec, parlano per sé, camminano coi propri piedi, stropicciando nell’aria la loro singolare verità. Anche lei è lì per Juan e lui ha la capacità di magnetizzare gli animi senza la benchè minima volontà, con le sue riverberazioni. Il suo richiamo non è un lamento, è magnetismo psichico involontario, di carne e fantasmi, un tratto inconsulto della materia nervosa di un essere storpiato da una lunga fatica.
Si acclimata accucciandosi sulla tappezzeria sgargiante e retrò del Royal Fromentin, una rivisitazione dello sfarzo post-impressionistico, la riproduzione di un café chantant di fine ’800 spalmata nella sua essenza su pareti, divani, comodini e pomelli del bagno. Ha sciolto via con l’aiuto di una spugna secca come una formazione calcarea il sudore viscido di una passeggiata nel quartiere, nella sua rassegna di ammennicoli e persone in cerca d’esperienza, con i cappellini a tesa e gli zaini plastificati sulle spalle nei quali conservano falli di gomma, balsami stimolanti e video amatoriali. Pigalle è per lei, arrivata a Parigi da appena qualche giorno, già un formicaio dal brulichio ben organizzato e prevedibile, un affascinante fuoco blu di gas senza calore. Le sue vorticose scritte giganti inneggianti al consumo sessuale sono divieti d’accesso, un invito alla retromarcia come l’odore della crema bruciata che si espande dagli ingressi di alcune sciatte pasticcerie. Il quartiere è quella crema riscaldata un’intera giornata dentro a un paiolo, crema che si sedimenta e si incrosta sul fondo, bruciacchiandosi: un inserviente uggiato passa di lì ogni tanto e dà una raschiata al fondo rimescolando i frammenti anneriti con il resto, e tutto torna come deve essere.
L’appuntamento è stasera, a pochi metri dall’hotel, in un club privato dove dicono che gli stripper siano docili e poco oliati, ammicanti, ma mai esagerati. Juan lo fanno lavorare lì adesso, in quel piccolo interstizio del piacere, nel centro della crema bruciata e rimescolata, proprio dove si forma l’occhiello scuro attorno al mestolo. Carolina ha appuntato solo il numero, il 6 di Rue Fromentin, perchè l’insegna le hanno detto che non c’è mai stata e lei ha notato solo un negozietto di disco a fianco di quel numero. Non ha altre indicazioni dal suo satellitare, che come screensaver mostra il logo dell’Ecumene, due braccia fatte di onde che cullano una barca-arca. Il tempo di appisolarsi e quel coso squadrato trilla. È Elizabeth che trasmette dal quartier generale che ondeggia da mesi sull’Atlantico. Trasmette con interferenze.
"Hai individu...to il posto, Car...?"
"Certo che l’ho individuato..." fa mugugnando mentre comprime la faccia tra il cuscino e il satellitare.
"Stai dorm...ndo?"
"Un riposino, su."
"Non avrei voluto disturba...t..., ma adesso è bene che ti prepar... Ricordi per filo e p..r segno?"
"Più o meno."
Si stropiccia gli occhi, raccoglie le gambe in grembo e si mette di schiena adagiando un cuscino sul dietro.
"Te lo spiego partend... ...l generale. Ci sono ta...i fisici che..."
"Ancora le tue metafore?" risponde scorbutica coprendosi con un lenzuolo. L’aria di giugno è calda fuori, per le strade, ma dentro è viziata da un profumo costante che in bagno si fa scorbutico. Sotto le lenzuola si respira aria finta, ma piacevole, lisciviata.
"Intendi: ci sono tanti fisici, dic...vo, quelli teoric..., quelli che vogliono cambiare veramente la storia, hai presente? Que...i che stanno ore e ore ad appuntare formule su chilometri di fogli di cart... e muraglie di lavagne, che si inchiostrano le man... a morte e sniffano gesso dalla mattina alla se... nelle loro aule etcetera..."
"Ho presente la figura dello scienziato pazzo, sì, quella dei film, con gli occhi spiritati e tutti il resto, eh..."
"Con il loro costrutto perfetto arrivano, con il lo... fiocchettino genia..., arrivano poi alla pratica. Ecco, è lì che le cose devo... funzionare al megl.... Altrimenti, la teoria esplode sulla realtà."
"Le condizioni, qui, non sono proprio quelle severe di un laboratorio... E, se lo vuoi sapere" bisbiglia Carolina "la colazione in camera fa pietà..."
"Non lo sono ma... Mai, ricorda. Devi immaginarte... come tal... Non dare spazio alla tua soggettività!"
Betty ha uno sbalzo di tono.
"Dovrei forse accettare croissant mosci nel bel mezzo di quest’orgia?"
"Per prima cosa, ascoltami e lascia perdere le battute, devi arrivare a Juan senza arrivare direttam...nte a lui... inso...a... b... e..."
"Non è molto chiaro, non trovi, Betty? Ci sei?!" alza la voce da sotto il lenzuolo. La sua bocca sta succhiando a intermittenza la stoffa del lenzuolo. Fa per appigliarsi a qualcosa e succhiare. A volte si strozza ingoiando un lembo troppo grande fino in fondo, lasciando che la sua bocca si muova e lavori senza prestare attenzione.
"Questa è l’idea. Devi individuare chi manda a..anti il locale. E proporgli un accordo: ti devi, in po...e parol... compra... Jua..." dice Elizabeth scandendo bene le sillabe, nonostante le interferenze non aiutino questa scelta.
"Anche se per noi quell’essere ha un valore inestimabi... non potrà valere più di ta...to per il suo proprietario. Un ragazzo come un altro. I soldi ce li hai sulla carta, fino all’ultimo centesimo. Noi poi ci occuperemo di giustificare l’uscita. Ma stai attenta, porca merluzza..."
"E se le cose si dovessero complicare? Intendo con il suo proprietario."
"Per prima cosa, stai atte...ta, rip...to, a ciò che accade tra te e Juan."
"Hai paura che flirti con il ragazzo? Potrei essere sua zia... Andiamo. Che, sei gelosa, Betty?"
"Intend...vo nel mezzo, se c’entra di mez... in qualche modo il ca...s, se le carte si sbaragliano. Se i ruoli si invertono..."
"Okay, niente caos..."
Carolina stringe le ginocchia, si stende il collant su una gamba. C’è un attimo di silenzio tra le due, scandido dal fruscio a scaglioni dell’interferenza.
"Allora puoi andare sicura. Siamo tutte con te."
"Betty."
"Sì, Carolina?"
"Betty, una parentesi: spiegami ancora quella cosa della telecinesi."
"È una forma di isteria di soggetti particolarmente dotati. Una scarica emotiva che non visibile ad occhio nudo. Una specie di disperazione impalpabile. Che pare vada a influire sulla dinamica della materia esterna alla psiche."
"Vai più semplice, dai."
"Hanno qualcosa fuori dal normale, ma non qualco.. di manifes... capace di smuovere le cose attorno a loro. Ricor... che pensiamo a Juan come a uno di questi soggetti. Che lo vogliano o meno, se ti trovi davanti..."
"Ho capito, questo è un buon motivo per stare attenta. Il meccanismo potrebbe incepparsi."
"Vedo che hai capit..."
"Oh, sì che ho capito, è una forma di richiesta un po’ violenta..." fa Carolina con una voce mascolina disciplinata.
"Cosa?"
"Niente, lascia stare, ti aggiorno."
La hall dell’albergo è potenzialmente fastidiosa, per la moquette dalla psichedelica variegata e per le sue molteplici aperture e arcate. Da un momento all’altro potresti vedere uscire un clown lercio o un poeta fallito imbevuti di assenzio. Anche se non sarebbero quelle che lei chiamarebbe vere insidie di una missione, verrebbero dalla stanza delle colazioni con una trombetta squillante, coperti di stelle filanti e coriandoli passiti, lanciandoteli assieme ai singhiozzi. Te li ritroveresti sotto braccio, insistendo a che tu prenda parte senza scampo alla loro festa decadente.
Carolina attende di essere chiamata dalla reception davanti a una teca vicina all’ingresso, dove l’hotel vende boccette di vetro opaco d’assenzio, che per il riflesso del sole sembrano scabre boccette d’energizzanti in plastica. Potresti così partecipare, pensa, a una staffetta con questi ubriaconi, per le strade di Pigale, con gozzate di quel liquore verdastro, e loro tutti marci e sudati con le giacchette, i panciotti e i pantaloni che gli calano strappandosi sull’orlo... Lautrec con un caddy a vapore seguirebbe la corsa incitando il gruppo, berciando che vuole ancor più piacere, ancor di più, che vuole ancor più viscere, e che tutti i figli di Parigi dovranno essere martirizzati, arrivati al traguardo, escluse le donne.
Le tende chiare della hall sono una liberazione, una nota positiva del calore quasi estivo dell’esterno, un segno di umanità. Le ricordano nella loro diffusione le luci serali di certe strade del quartiere San Ángel al Distrito Federal dove si sentiva inviolabile, mentre giocava al gioco del mondo con le sue amichette bionde figlie di tedeschi e si lamentava del fatto che tutti i bambini a scuola parlavano di amore, e ne volevano da lei, da quella bambina lunga e affusolata come un jalapeño, ma che lei l’amore non l’aveva mai sopportato e si chiedeva se non fosse forse una malattia, una lebbra, una forma di impetigine attorno alla bocca, visto che tutti si davano i baci lì di nascosto, e si scambiavano l’amore così... Perchè poi aveva visto che suo padre spingeva l’amore dentro sua madre tappandole la bocca, una notte che Carolina voleva scivolare sotto le loro coperte per un po’ di tenerezza, e i suoi genitori facevano i rumori del cane malato dei vicini, e lui, suo padre, ingiallito e sbuffante, aggeggiava l’orecchio di sua madre, lo stroppiciava come fosse una cartaccia da buttare, a tratti una manopola bollente della doccia, da svitare. E lei aveva visto quel orecchio accartocciato di sua madre farsi sempre più rosso, la bocca di sua madre lì vicino, finalmente libera, farsi buia e capiente, come se suo padre dovesse gettarle per forza la cartaccia in bocca per finirla con quella violenza, e quel gesto di sua madre fosse una sorta invito. Allora aveva deciso che l’amore, no, non può essere una cosa che si prende con voglia, al limite la si dà quando si vuol fare del male, come passarsi una malattia. O come un pugno nello stomaco inatteso. Aveva deciso così, quella volta mentre saltellavata da un riquadro all’altro e le due biondine tedesche seguivano il suo racconto guardando su e giù ad ogni balzo di lei, nel suo rituale sciamanico contro l’amore.
"Come un pugno nello stomaco" ripeteva lanciando il sassolino nei riquadri numerati.

Carolina comunica alla reception che se ne andrà la mattina successiva, all’alba. L’addetto si attiva in un sussiego di richieste esose, si umilia, si accuccia con la voce ai suoi piedi, esasperato chiede cosa non abbia soddisfatto la signora, cosa possa averla infastidita per andarsene con giorni di anticipo.
"Impegni imprevisti" fa lei piegando la testa all’indietro e mostrando i palmi delle mani. Avrebbe voluto dirgli che certi loro quadretti sono troppo stimolanti e potrebbero mandare in pappa i clienti più suggestionabili. Oltre a fargli notare che non ci si dovrebbe aspettare che i croissant della colazione producano il suono squittente di certi pupazzetti di gomma, una volta addentati.
Si è messa addosso un vestito verde militare di cotone, chiuso sul davanti con degli alamari, un colletto alla cinese e dei pantaloni che si stringono sulle caviglie. Ha ravvivato la cosa con due grossi orecchini, simboli atomici dipinti di un rosso lavico. Si è legata i capelli con un nastro. Leggermente truccata esce dalla hall, la strada è illuminata da toni fosforescenti, dal Boulevard de Clichy le grida euforiche si fanno più insistenti come se volessero spingersi a forza in Rue Fromentin come una sostanza grigia in un imbuto. L’aria è afosa, riscaldata meccanicamente dalle energie che si spendono nei locali e nei ristoranti. Gli altri clienti dell’hotel escono con uno stuolo di cartine sottobraccio e molteplici biglietti da visita di ristoranti, sicuri delle loro scelte in viso. Lei arriccia il naso, stuzzica l’olivetta di legno che spunta dall’asola dell’alamaro. Punta verso il numero 6.
Due proiettori azzurri illuminano flebilmente l’entrata del club, una porta laccata angusta con motivi romboidali affiancata da due finestre marroni con inferriate ondulate verniciate di rame. Sopra la porta una bizzarra pensilina a forma di cipolla tagliata a metà, nel posto deputato di un’insegna, e ancor più sopra un piccolo timone di legno incorniciato in un ellissi in rilievo. Questi elementi sono come ritagliati e incollati ad una parete di mattoni grezzi e chiari. La porta è una sfida appena sufficiente a far passare il corpo di Carolina che stringe un po’ le braccia, alza le spalle. Percorre un corridoio altrettanto angusto e oscuro, a zig-zag, svoltando a destra e sinistra aiutandosi con le mani per non perdere l’equilibrio. Il muro è segnato da tubi metallici che seguono tutta la sua lunghezza. Carolina è magnetizzata dallo scorrimento di quelli, non guarda dove mette i suoi tacchi, incappa in figure che imprecano in francese a testa bassa coi cappotti in mano o trascinati verso l’uscita penzoloni da un braccio. Le sembra di essere entrata da un pezzo, anche se ha fatto pochi metri ed è già nella sala centrale, dove quei tubi si diramano distribuendosi fino al soffitto come grossi tronchi in una foresta di latta. Il salone è nella semioscurità e caratterizzato dalla fitta nebbia del fumo valorizzato dai faretti azzurri e ambrati. È protetto da un secondo piano, una balaustra in ferro, una mezza dentiera riflettente che va tutta attorno per tre lati, come una piccionaia di teatro. Si avverte la sofferenza metallica prodotta dal peso dei clienti invisibili che si sporgeranno presto da lassù per godersi lo spettacolo, uno spettacolo che ancora tarda a manifestarsi. Il palco a ferro di cavallo è vuoto e rarefatto, un inserviente lo sta lucidando con uno spazzolone unto, sembra galleggiare in un’atmosfera di piccoli moscerini che brillano come stelline. Il locale è una sorta di lavanderia smessa e clandestina. Ricorda anche l’interno di una nave mercantile o da guerra, quelle con le decine di passaggi in cui ti devi ripiegare tutto su te stesso per muoverti con le scalette da un piano all’altro, proprio con quei condotti di metallo caldi che sbuffano e fanno rumori e tonfi nella notte come invasi da animaletti dispettosi.

I camerieri del club scalpitano agli angoli o a lunghe falcate tagliano lo spazio con i cocktail sul vassoio. Si fanno cenni l’un l’altro con la testa in una coreografia di intenti per distribuirsi ordinazioni e favori. Ai tavoli c’è una buona varietà di personaggi. Un omaccione sudato che si regge la fronte con una pezzuola, la faccia squadrata e araba, ampliata da tozze basette. Uno nascosto sotto una tesa che ha lo stile di uno spaventapasseri. Una rossa piaciona dal seno generoso con il suo compagno di tavolo, un gigolò alle prime armi, la testa incrostata dal gel, che si percorre il naso con l’indice per l’imbarazzo, atteggiandosi come uno struzzo a riposo. Due volpette rinsecchite e gemellari che fumano sigarette filiformi e fanno ruotare i polsi, guardando l’ora insistentemente. Un altro uomo con i capelli ricci voluminosi dietro la nuca in una specie di alettone, gli occhi dal taglio femminile, un mento protetto dalla barba fitta, che ride di gusto aprendo la bocca in ampi sbadigli. La sua bocca è un becco grigiastro che tiene banco in un gruppetto, che lo segue assecondandolo a ondulazioni.

Carolina si fa strada con i fianchi urtando tra i tavoli, si siede accanto a un’anziana coi capelli azzurrati, gli occhi piccoli come spilli vicino al naso, delle lunghe maniche di pizzo in un vestito logoro che stringe la sua pelle raggrinzita sullo scollo del petto come l’orlo di una crostata. Alla sua destra un uomo con due guance livide si batte le mani sulle cosce ascoltando una musica tutta sua, mentre ripete un essenziale murmure, un tragico "Not me", o "Note me", o un ben più macabro "Naughty". La piccionaia scricchiola ancora sotto i passi dei suoi abitanti, che affrettano l’andatura, intensificando i colpi delle suole sul pavimento.

Alessandro Raveggi è nato a Firenze nel 1980. Ha pubblicato testi di poesia e di teatro. Studioso di letteratura, lavorerà nel 2009 come borsista postdottorale alla cattedra Italo Calvino della Università Autonoma di Città del Messico.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 29 gennaio 2009