San Fele

Franco Arminio



Gennaio sul confine tra Irpinia e Lucania. Sulla strada poche macchine, nel cielo molte nuvole, ma sono senza piogge, nuvole vuote, striature di grigio in un cielo sbiadito. La meta di oggi è San Fele. Ho voglia di conoscere Assunta Finiguerra, una poetessa che scrive nel dialetto del paese. Intanto guardo il paesaggio rotto dell’inverno. Montagne d’argilla che fra poco inizieranno a franare, alberi avviliti.

Avanzo in questo mattino silenzioso e il paese arriva subito: è piegato tra due montagne, come due spicchi di una mela aperta, come due ali di un vecchio angelo. Fa freddo e a me fa ancora più freddo. La poetessa è in ospedale per una seduta di chemioterapia, ma intanto incontro per strada il marito cieco e la sua giovane accompagnatrice. Ho appena finito di parlare con un signore di mezza età dei problemi del paese. Domani è la festa del patrono, in giro anche qualche giovane donna. È l’animazione del mattino intorno al pranzo: si esce per il pane, per la frutta, si esce e si torna a casa, poi all’una si ferma tutto, il paese diventa ancora più chiuso.

Procedo in disordine, la giornata prende luce e calore, adesso sono a casa della poetessa. Legge una sua poesia e la riprendo con la videocamera. A vederla e a sentirla non pare tanto malata. L’ascolto e mi riscaldo con la sua voce e con il fuoco nel camino. L’anno scorso ero passato da qui ma non sapevo nulla di lei e non credo che fermandomi qualcuno me ne avrebbe parlato, forse neppure se avessi incontrato il figlio o il marito. Non immaginavo che dimorasse una poetessa già apprezzata da attenti lettori che vivono altrove. Ero passato proprio vicino casa sua, dove il paese mostra il suo volto peggiore: due costruzioni di sofisticata pacchianeria modernista. San Fele vista da qui non è una farfalla e fa pensare a ben altro che alle ali di un angelo.

Prendo un’altra strada e il paese prende un’altra faccia. Sono contento di essere qui, sono contento che oggi non devo parlare a nessun convegno. È un giorno come piace a me, in un paese senza trucchi. I numeri delle case segnati alla buona con un pennarello nero, ma va bene così: niente artifici, un popolo di vecchi, un popolo di giovani gentili, almeno con i forestieri. Un ragazzo mi accompagna verso la montagna dove c’è un’azienda che fa i caciocavalli. Torno al paese per comprare il pane. Il negozio è chiuso, ma mi dicono che posso citofonare tranquillamente all’abitazione del proprietario. Ecco il pane, ecco uno scalino dove consumare il mio pranzo. Davanti a me uno slargo asfaltato, panni stesi sotto un lampione, un paio di gatti.

Il sole svanisce, riprendo la macchina e riprendo la via della montagna. Seguo l’insegna che indica un santuario e mi ritrovo in un borgo di poche case attaccate alla chiese: è un luogo infinitamente triste, c’è un cane con due zampe ferite. Sta qui e nessuno se ne cura. Mi pare un segno di come l’autismo corale ormai dilaghi anche nelle campagne o semplicemente dice che in un luogo così sconfortante un cane ferito fa parte della scena.

Salgo ancora, arrivo in un bosco, la Lucania non è terra di grandi folle ed è il luogo giusto per oggi. Ripenso alle persone incontrate, a tre giovani donne in un bar, a un operaio che lavora alla vicina Fiat di Melfi, ripenso al fatto che nei due bar in cui sono entrato c’erano le foto della festa degli anziani fatta qualche mese fa. Mi è parso un segno che in questo paese la vecchiaia è una cosa che nessuno aborrisce, una cosa accettata con clemenza.

Oggi non ho avuto appuntamenti col panico, forse gli abitanti del luogo mi hanno trasmesso il loro quieto sconforto. Ci saranno anche qui i campioni del rancore e della maldicenza, la Lucania è terra di gente solitaria, poco propensa a fare gruppo e a incoraggiare i suoi figli migliori, ma sono storie che ti feriscono quando vuoi che ti feriscano. Adesso io posso accogliere solo silenzi, porte chiuse, anime leggere, non ho spazi in me per i rumori tipici dell’epoca. Sento che la vita giusta per me è andare in paesi come San Fele, da solo o con anime randagie. Oggi ho capito che forse comincia a nascere un sud che ormai dispera di ricevere attenzioni e cure e proprio per questo diventa pura poesia, torna selva, paesaggio, torna acqua che scorre, un sud ormai che neppure ci fa caso agli imbrogli di chi lo conduce, un sud che si sgretola e torna luce.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 23 gennaio 2009