Sine pietate

Teo Lorini



Diciassette anni. È il tempo trascorso dall’incidente stradale che, il 18 gennaio 1992, ha precipitato Eluana Englaro nello stato di coma irreversibile in cui versa oggi. A celebrare la ricorrenza, numerose associazioni si sono riunite presso la clinica di Lecco dove il corpo di Eluana è mantenuto in vita tramite alimentazione e idratazione artificiali, a dispetto della necrosi che nella scatola sigillata e buia del suo cranio, ha lavorato progressivamente a corrodere e putrefare le cellule del talamo e della corteccia cerebrale, sino a eliminare ogni pur minima ed esigua speranza di reversibilità.
Fotografie e tg hanno mostrato la ferma dignità con cui Beppino Englaro, il padre di Eluana, ha ricevuto il dono di diciassette rose. Come fa?, mi chiedo ogni volta che vedo inquadrato quel viso austero, scavato, con gli occhi che mandano lampi di intelligenza e illuminano le rughe decise che gli tagliano le guance e i lati della bocca. Mi impressionano sempre la pacatezza e la determinazione con cui maneggia le foto della bellissima ragazza che è stata sua figlia. Sorprende anche solo supporre la quantità e le sfumature di dolore che quell’uomo affronta ogni giorno. Ho esperienza diretta della sofferenza d’una malattia terminale, la distruzione progressiva, la trasformazione di un corpo vivo, sorridente, amato nella larva consumata di ciò che era, abbandonando progressivamente ogni speranza, ogni illusione di recupero. Posso solo sforzarmi di intuire cosa significhi sopravvivere a chi è nato da te, ma l’idea di lottare con tale costanza e discrezione per compiere l’ultima volontà di chi si ama quando una macchina così possente e invasiva ripete dovunque, con ogni mezzo e senza interruzione: «Omicidio», questo supera la mia immaginazione. Che riserve di forza eroica e sconosciuta possediamo, senza saperlo, noi esseri umani…

È invece -e purtroppo- perfettamente comprensibile e visibilissima la nostra capacità di essere crudeli, cinici, spietati.
A una questione a cui Corte d’Appello, Cassazione, Consulta e Commissione europea per i diritti umani hanno dato una risposta argomentata e definitiva, s’oppone ora anche un ministro, con un gesto di intimidazione che ricorda la boria feroce e meschina con cui Rodrigo usa la sua povera, piccola influenza per spadroneggiare su pochi innocenti nel microscopico paesino che costituisce il suo regno. Meglio ancora, ricorda un personaggio ancora più insignificante, tanto da non meritare neppure un nome, quel podestà «a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a far star a dovere don Rodrigo» e invece siede, «con gran rispetto, temperato però di saccenteria» alla tavola dello stesso prepotente.

Ma lo squallore, l’infinita miseria di una persona disposta a rosicchiare un briciolo di notorietà mediatica, una qualsivoglia rendita sul dolore e la morte è niente in confronto alla violenza con cui la Chiesa, il 18 gennaio per bocca del presidente CEI, cardinale Bagnasco, e ieri nelle parole del cardinale arcivescovo di Torino, Severino Poletto, torna a martellare e ribadire la propria determinazione a barricarsi su questa soglia estrema dell’esistenza umana.

Non so vedere in questa ostinazione altro che la volontà rapace di sottrarre all’uomo quel libero arbitrio che è riconosciuto agli esseri umani non solo da chi non concepisce la trascendenza e tantomeno il particolare tipo di trascendenza promesso dalla Chiesa Cattolica, ma persino dalla Chiesa stessa. A stupirmi, spaventarmi e a farmi infine ribrezzo non sono solo le palesi contraddizioni delle gerarchie cattoliche nei confronti della scienza (esaltata quando conserva artificialmente le funzioni vegetative del corpo di Eluana, oggetto d’esecrazione e anatema per tutto ciò che concerne l’inizio della vita, la fecondazione artificiale o assistita, lo studio di quell’embrione cui, nei secoli passati persino dottori della Chiesa come Agostino, negavano la natura di essere umano al momento del concepimento) ma la loro volontà spietata -etimologicamente: sine pietate- di affermare il dominio biologico sui corpi in tutte le loro funzioni e manifestazioni più profondamente e drasticamente umane, dalla nascita alla riproduzione alla morte. Per una religione che vede nella trascendenza il senso unico e ultimo della breve parentesi chiamata "vita", che senso ha irrigidirsi a custodia della soglia che proprio quella trascendenza dischiude? Perché, se si ammette l’esistenza del libero arbitrio, se si celebra come grande conquista del limitato pensiero umano un enunciato come la nota scommessa di Pascal sull’esistenza di Dio, perché ora e qui una folla di clerici scandisce il divieto per l’uomo di vedere riconosciuta la propria volontà, di esercitare quel libero arbitrio?
Di cosa si erge a custode questa Chiesa? A cosa si oppone e per quale calcolo e finalità? Non riesco davvero a concepire che cosa abbia a spartire col messaggio di vita e resurrezione portato da Cristo, questa battaglia in cui la vita e la morte divengono sofismi strumentali alla conservazione di poteri piccoli e trascendenti. Se al di là di quella soglia estrema ci sono davvero il Dio e l’inferno che questi porporati ci descrivono, come saranno accolti coloro che con i loro volti esangui, le loro voci quiete, i loro occhi impenetrabili recitano compiaciuti le proprie ardite trouvailles logico-retoriche sopra il dolore straziante di chi perde la persona amata?








pubblicato da t.lorini nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 21 gennaio 2009