Scorretto Paolo Febbraro

Davide Brullo



Ricevo da Davide Brullo questa lettera a Paolo Febbraro. E’ una protesta contro le semplificicazioni e le facili etichette di "clerico-fascista" e di "squadrismo" lanciate contro l’autore di un libro senza confrontarsi con i contenuti (CB)

Sono stanco. L’Italia è un paese pieno di ratti, che si arrampicano sulle gambe, dilaniano stinchi e ginocchia, obbligano alla caduta, irreversibile. Ti impediscono di lavorare, questo è il ruolo del ratto. Non discutono le opere, non le giudicano, con la violenza continua che reclamano, ma ti offendono, ti mordono, desiderano la tua fine, la morte della parola, la cancrena. Sono stanco perché ogni volta sono costretto a dire straordinarie banalità, a marcarle e rimarcarle. Sono stanco e allora prendo spunto da una strampalata stroncatura di Paolo Febbraro per rispondere a lui e a chi come lui la mette sempre in politica, gettando in quel vespaio la letteratura. Sono stanco e faccio una cosa che non farò mai più: espongo il mio passaporto, il mio culo che tanto si sfascia sempre per terra, privo di paracaduti politici e ideologici. Non posso più sperare in un Paese dove le opere vengono vilipese, bestemmiate per il solo gusto di farlo; non ci resta che operare, resistendo, con la qualità eccentrica, dissoluta degli eremiti. Questa lettera verrà affissa in tutti i luoghi possibili, in ogni tenda e caravanserraglio che le verrà offerto, simile a una stimmate, a una depravata icona. (D.B.)

Scorretto Paolo Febbraro,

io non ti conosco, io non so chi sei, cantava Mina, ma lei crede di conoscermi benissimo, architetta un Davide Brullo di cartapesta, aereostatico e volteggiante, che gode a fiocinar con le freccette. Spero che l’esercizio sportivo doni muscoli al suo cervello, ma, anzitutto, preliminare precisazione, lei sbaglia completamente bersaglio, ha appiccicato la mia faccia su un corpo che non mi appartiene, fa la figura del cecchino che spara al manichino del negozio di fronte scambiandolo per il Presidente Kennedy. Dunque, mi apparecchio, appropinquo a leggere la sua stroncatura ai Maledetti italiani che apparirà sull’Almanacco di Poesia 2007-2008, pregiudizialmente approvandola, premeditatamente pensando che finalmente qualcuno m’insegnerà qualcosa, mi leverà la benda dagli occhi, calerà le braghe e detonerà bastonate sul deretano. Eppure, subito, fin dall’arzigogolata premessa, mi sa che la faccenda finirà in vacca, e in effetti dal piano beatamente estetico si passa a quello politico, che io neppure piglio in considerazione, di cui non m’interessa nulla, che mi è estremamente ostile. Così lei comincia a blaterare su una cultura «gregaria del Fascismo» e di «ribellismo clerico-fascista», di «anticultura rurale e antiliberale», di «puro stile di Strapaese» e di «un’operazione di retroguardia». Mi rovista le tasche con la certezza di scovare la benedetta tessera, ma purtroppo per lei io non sono un fascista né un chierichetto né un ciellino con l’ansia di scalare le vette del potere, non sono iscritto a Forza Italia e neppure a La Destra, ma lei, ignorando la mia storia e la mia stirpe, evidentemente ipotizzando una congiura clerical-manganellante, perpetua un’assurda tiritera. Assurda perché non ha letto il libro, lo ha sfogliato sapendo già cosa scrivere prima ancora di sfogliarlo, usandolo come piede di porco per darmi del porcello, come pedana di lancio del suo missile destinato a sfracellarsi sulla sagoma con in vetta la mia faccia. Lo dimostra la sua miopia micidiale, memorabile, propria di chi fa le pulci ai Viaggi di Gulliver rimproverando quel capolavoro di non essere un Grand Tour, scambiandolo per un trattatello di morale. Cucendomi la bocca citando Curzio Malaparte («noto poligrafo trasformista, insieme scandaloso e politicamente abile»), che io non considero, che per me è uno sconsiderato e perfino un cattivo scrittore, mentre dovrebbe confrontarmi con la prosa di Jonathan Swift, alla peggio con il pensiero (criticabilissimo) di Ralph Waldo Emerson. Continuando a considerare Davide Brullo un critico per potermi rimpiattare che quel libro «non ha una legittimità critica», laddove io ho scritto papale papale che sono un lettore disadattato e disarmato, che quel libro è un gioco che ammette e pretende «la discussione, la replica, lo sfottò» (eppure lei mi assegna epiteti strampalati, additando «lo squadrismo giulivo del manganellatore verbale», le rode la mia plateale «strafottenza da proclama futurista» – ci mancavano pure i futuristi, che odio, poi tutta l’armeria del devoto destrorso è passata in rassegna – che legge soltanto lei con i paraocchi dell’ideologo di borgata). Perpetuando a spulciarmi come si leggerebbe Cesare Segre o Ezio Raimondi laddove il contesto è contestabile ma visibilmente ludico, ironico, onirico, perpetuando a considerare quella un’antologia mentre io scrivo a lettere cubitali che «questo è un testo apologetico più che un’antologia». Lasciando in disparte i veri eroi di quella tragicommedia, cioè i poeti, che non cita, che non discute perché indiscutibili, che lascia ad ammuffire, perché lei non ha a cuore la poesia ma l’invettiva politica, la pornografia partitocratica. Partendo in quarta e spalancandomi davanti agli occhi l’enciclopedia di famiglia, per segnalarmi che il canone non è una pratica novecentesca, per dirmi che precipito in un «miserando errore storico» (lo sanno anche i muri cretini che critica, antologia e filologia provengono dagli alessandrini, io, limitatamente al Novecento, sottolineo la pratica terrificante di chi mette marchi e marchette sul culo del poeta di turno, la pratica mefistofelica del poeta che si appiccica in fronte l’etichetta con scritto sopra "poeta", l’andatura ambia del critico compassato che se ne lava le mani e dice per fortuna è morto Genette, per fortuna Auerbach e Spitzer e Barthes e Bachtin son memorie del sottosuolo, adesso è il regno degli indecisi e dei mediocri, dei professorini che agitano in faccia agli studenti la propria ipocrisia e dabbenaggine), scambiando Laputa per un atollo caraibico, agitandomi in faccia la bacchetta, avendo timore che forse io le freghi il mestiere, cosa di cui non m’importa nulla. Impuntandosi a non considerare le sole, misere, minime idee che ho marcato su quel libro, narrativo, ondivago, matto se vuole, e se vuole perfino inutile e indecente, ma di certo non reazionario né fascistoide, bambino e nudo, che tifa per le regole del sogno e della creazione, ideuzze che per facilitarle il compito le riassumo così:

il poeta è un Lord Jim; reietto e solitario, «edificatore di eresie e allo stesso tempo delle argomentazioni più solide per mandare all’aria quelle stesse eresie», esploratore che si prova a ogni verso, che rischia il fallimento a ogni libro, tendendo verso l’infinito e oltre, apolide, indipendente dai critici e da cricche di giornalisti e da lettori compiaciuti, intercettabile forse tra dieci, cento, mille, diecimila anni, mentre lei, Paolo, Paladino del Rancore, rinchiude i poeti nel pollaio in cui son scappati, difende con la durlindana il diritto di critica, ammorbando il poeta-gallo, anelando a flotte di galline schiamazzanti versi;

la critica si è deprezzata in torme di leccaculo, di leccapiedi, di lacchè; puntando il dito contro chi sfrutta e fotte la letteratura, ormai terra desolata di nessuno, dove tutti possono fare un po’ come cazzo gli pare, per edificarsi una cattedra e un Annuario, una posizione e una postazione, un posto al sole di prestigio e di poterino, fitta di scannati che spaccano il capello in quattro per mestiere, da mestieranti che quando va bene sono incapaci, altrimenti son soltanto accidiosi dell’ultima ora.

Lei doveva criticare queste posizioni, ipertiroideo Febbraro, ma è ovvio che i suoi metodi fascisti, maoisti, stalinisti van bene a ogni latitudine e in ogni tempo: ignori ciò che ha scritto uno, gli ficchi una tessera in tasca e poi lo accusi, ecco vedete, è lui il fascista, il traditore, il delatore, acciuffatelo, scotennatelo, eliminatelo! Ed è per questo che le rispondo, lo sa, perché altrimenti chissenefotte, ma qui va a finire che la parola arrugginisce in verità e fascista lo va ad urlare ai quattro venti della sua sezione politica. Per questo non posso stare in silenzio, come vorrei, nella grotta-trincea della mia casa, a pensare alle opere e ai giorni miei, senza disturbare il suo pollaio, l’erba dei suoi prati sempreverdi, perché una malignità, una mezza boiata, una leggendaria cretinata si salda in moneta sonante e non vorrei che qualcuno a vedermi per la via fischiettasse Faccetta nera, mi rovesciasse in fronte il Catechismo della Chiesa Cattolica. Sa cosa le dico, savio Febbraro, mi fa rimpiangere di non appartenere a nulla, quasi quasi mi piacerebbe apparentarmi a qualche setta o a qualche chiesa, così potrei difendermi con più forza, fare il lancillotto, parlare uno per tutti, invece sono solo e malsicuro e idiota, e vorrei che qualcuno parlasse con me e non con i fantasmi che affollano la propria mente, intersecano i propri incubi, mi affronti orizzontalmente, faccia dentro faccia. Sarò pure un ingenuo, ma continuo a scrivere dove mi danno spazio e fiato, sul Manifesto come su Famiglia Cristiana, è lo stesso, manifestando le mie idee, parlando di ciò che amo, della letteratura, ma questo è evidentemente un Paese che non permette tali aperture di pensiero, o sei di destra o di sinistra, o sei un clericalreazionario o un antipapistarazionalista. Sei sempre qualcos’altro e mai te stesso, sei sempre un partito, una tessera, una linea critica o poetica o politica. E pensare che ho scritto pure tre pagine di Istruzioni per l’uso per giocherelloni come te, per farti capire di cosa stavo parlando, Paolo, e se non ti piace Monopoli non puoi scrivere che fa schifo perché non è Risiko, devi criticarlo in quanto Monopoli. Eppure è tutto chiaro come il chiar di luna, perché ho fatto chiaramente riferimento al Leopardi delle Operette morali, al Parini, in particolare, dove viene fuori che il lettore dev’essere sempre nudo e desolato di fronte al testo, che la matrigna storia della letteratura troppo sovente serve ai mistificatori come lei per fare i loro giochi sporchi e sbattere i propri panni laidi in faccia al prossimo. Più precisamente, la penso come Emily Dickinson quando scrive che «se provo la sensazione fisica che mi si stia spaccando il cervello, allora so che quella è poesia», o come Vladimir Nabokov che lasciava giudicare i romanzi dalla sua spina dorsale. Vede, non sono un critico, lo scrivo e lo ribadisco (bizzarro però che lei, che di mestiere è critico, non abbia letto, odorato e citato l’antologia – quella sì – di poeti ultimi La stella polare, che le permetteva un’altra cesta di ingiurie, se non altro perché è edita da Città Nuova, editore cattolico, brrr, stridor di denti e di caviglie…). Ma lei incede e incide offese con la sua paradossale paternale, e scrive che mi sentirei messo «ai margini da una società laicizzata, atea, universitaria, scientifico-tecnologica». Ma cosa me ne frega rancoroso Paolo, io voglio solo parlare di letteratura, lo capisce o no, è un desiderio così strampalato? Non ho scritto un manuale da distribuire durante il Family Day, non ho scritto un’invettiva contro i matrimoni gay, non mi sono scagliato contro il governo di Zapatero, non ho lodato la Carfagna, la Gelmini o Berlusconi, ho scritto un libro comico, un’opera buffa in forma di antologia apologetica. Se lei prende le provocazioni per oro colato dimostra di essere più papista del Papa, e immagino cosa leggerà, tanto per tornare a noi, dentro I viaggi di Gulliver, comincio già a terrorizzarmi perché il suo è terrorismo critico e cinico, lei è un balilla della critica. Capisco solo che questo è un Paese in cui è impossibile non finirla in politica, un Paese a cui della letteratura non fotte neppure ai letterati, è una sottostruttura di qualcosa d’altro, un condimento sopra la bistecca sindacale, il tronfio e tozzo filetto ideologico. Bizzarro, per esempio, dal momento che lei mi conosce così bene (citando le mie collaborazioni su Libero e sul Domenicale, che secondo la sua lungimirante visione del mondo mi fanno parlare per partito preso) che mi rimproveri di non fare i nomi («Se Brullo facesse dei nomi, questi potrebbero difendersi in un (civile, ahimé) incrociare di spade dialettiche»), quando è una vita che faccio nomi, ma non è quel libro, istrionico e catatonico, suggestivo prima che imperativo, la sede, né il genere letterario (tragicomico, ironicopatetico, glielo ripeto per conficcare la solfa) lo contempla. A memoria, ho dissezionato e criticato (leggendo i libri, citandoli e provocandoli, senza astuzie ideologiche di mezzo) Alfonso Berardinelli e Pietro Citati, Andrea Cortellessa e Massimo Onofri, Maurizio Cucchi e Roberto Mussapi e Milo De Angelis e Giancarlo Majorino, poi, digradando, fino a Giuseppe Genna e Mario Desiati, Flavio Santi (che pure amo come critico e intellettuale) e Paolo Di Stefano, Antonio D’Orrico e compagnia fitta. Tutti quanti mi hanno gentilmente e civilmente ignorato: l’indifferenza, questo è il modo con cui ti serrano le fauci, disinnescano la penna, spiumano. Ma tu, Paolo Paladino del Rancore, che ragioni in termini di sette e di congreghe, di massoneria e cospirazione, terrorizzato dall’«energia violenta e fanfarona dei ribelli», inabile a oltrevarcare il mondo, a pensare a rapporti affettivi ed elettivi, liberi, ad avventure della mente e dello spirito, disancorate dall’interesse (con l’ansia che hai di nominare Davide Rondoni, poi, appari disarmante e disarmato: se vuoi attacca ideologicamente lui, io cosa c’entro? La «nuova iniziativa di Rondoni e Brullo» è tale solo per te, nel tuo cervello carbonaro, perché Rondoni mi ha offerto un luogo, un prato, un parcheggio che io ho utilizzato come pare a me, senza chiedere nulla a nessuno, senza render conto ad alcuno; ciò che mi lega a Libero e al Domenicale, come a Poesia e ad Atelier, visto che la metti sul politico, dunque sul gossip, riducendo un discorso letterario a un Tapiro aureo da Striscia la notizia, sono proprio rapporti singoli, letali e affettivi). Così, continui a bearti del tuo belato come la capra in cima alla valle, compiaciuta dell’eco che gli proviene dalla cornice dei monti. Vedi, Paolo, tu non parli a Davide Brullo, ma a qualcun altro, e devi domandarti e devi dirmi a chi parli, perché io non sono il pallone gonfiato, gonfiabile e arieggiante che credi tu. Soprattutto, visto che ci tieni tanto, tieni conto che non ho la tessera di nessun partito, solo quella della piscina vicino a casa.

Davide Brullo








pubblicato da c.benedetti nella rubrica in teoria il 21 gennaio 2009